Film stasera in tv: HUGO CABRET di Martin Scorsese (merc. 31 dic. 2014, tv in chiaro)

Hugo Cabret, Rai 2, ore 21,20.
Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film.????Cinema sul cinema, cinema nel cinema, cinema-cinema. Un giocattolo per grandi che Scorsese impagina come una favola o un racconto dickensiano. Il cinema delle meraviglie (e pure da baraccone) di Georgs Méliès citato e rifatto in un film vertiginoso per qualità di messinscena, densità di citazioni, pluralità di livelli narrativi.
Hugo Cabret, regia di Martin Scorsese. Asa Butterfield, Ben Kingsley, Chloe Grace Moretz, Sacha Baron Cohen, Ray Winstone, Emily Mortimer, Johnny Depp, Christopher Lee, Michael Stuhlbarg, Helen McCrory, Jude Law, Richard Griffiths, Frances de la Tour, Angus Barnett, Eric Moreau.
Scoccia un po’ aggiungersi al coro e adeguarsi al pensiero unico che ha salutato questo film di Scorsese come una meraviglia. Scoccia, perché è più bello dissentire e chiamarsi fuori (detesto ogni unanimismo), ma stavolta non si può che essere d’accordo con la maggioranza e pure con l’esecrata critica bon ton che ha compattamente esaltato Hugo Cabret: questo è un gran film, non so se proprio un capolavoro però poco ci manca, il secondo grandissimo film americano del 2011 (noi lo vediamo con un po’ di ritardo rispetto all’uscita Usa) dopo The Tree of Life di Terrence Malick. Cinema che è  metacinema, dichiarazione d’amore per il cinema, cinema che rifà se stesso e si contempla e anche un filino autoreferenziale, cinema che contiene cinema che contiene cinema, pura mise an abyme. Vertigine citazionista, un gioco di grandi e da grandi che sembra per bambini, confezionato come una favola e un racconto di Natale. Ambiguità felice sul piano della resa artistica, espressiva, però penalizzante sul mercato. Difatti Hugo Cabret, costato la bellezza di 170 milioni di dollari (Scorsese non la finiva più di girare e rigirare e rifare), al box office americano ne ha recuperati appena 60 scarsi, e nonostante la pioggia di nomination all’Oscar, ben undici, è difficile che possa migliorare di molto la performance. Film per grandi e piccini che nelle inesorabili leggi del marketing si traduce in: né per grandi né per piccini, dunque diserzione delle masse nel periodo natalizio, il più succoso per gli incassi. Fors’anche un bel po’ troppo cerebrale, questo perfetto dispositivo narrativo messo a punto da Martin Scorsese grazie anche al libro di Brian Selznick da cui è tratto. Parigi tra anni Venti e Trenta, Gare de Montparnasse. Il ragazzino orfano Hugo Cabret, perdipiù angariato da uno zio ubriacone, vive nascosto nei sotterranei della stazione e nelle stanze segrete dove giace il Grande Ingranaggio che regola il maestoso orologio sovrastante hall e binari, e vive in costante pericolo, perennemente inseguito da un tronfio poliziotto-accalappiabambini (Sacha Baron Cohen) a caccia di prede da mandare in orridi orfanotrofi. Personaggio dickensiano, le petit Hugo, che da solo deve sopravvivere in un mondo immondo e periglioso, un senzafamiglia, carattere archetipico delle grandi narazioni ottocentesche e anche precedenti, a incarnare il terrore della solitudine e dell’abbandono che è in ognuno di noi (e di chi è venuto prima di noi). Personaggio oltre il tempo in questa storia del primo Novecento. C’è un arcigno giocattolaio con botteguccia alla stazione che si scoprirà poi essere un grande personaggio con una grande storia alle spalle. C’è un automa che il papà di Hugo (cameo di Jude Law) stava restaurando prima di morire, e che il bambino ha ereditato, un essere di metallo e ruote e congegni che sembra avere un’anima e che custodisce un segreto, e quel segreto sta nello strano disegno tracciato dalla sua mano meccanica eppure sapiente di un missile conficcato nell’occhio di un faccione lunare. Citazioni su citazioni su citazioni. L’automa ha la forma e la postura della donna-robot di Metropolis di Fritz Lang, e ricorda la bambola meccanica del Casanova felliniano. Il disegno tracciato un discreto cinefilo lo riconosce subito (Hugo ci metterà un po’ di più), è la scena più famosa del Voyage dans la lune di Georges Méliès, pioniere-padre del cinema insieme ai Lumière e loro avversario, attratto – diversamente dai due fratelli – dal fantastico, dal surreale, dall’iperbolico, dallo spettacolare anche sgangherato e folle. Le avventure e le disavventure porteranno il bambino della stazione, e porterà tutti noi, a scoprire che il burbero e un po’ laido giocattolaio altri non è che il grande Méliès, invecchiato e sconfitto, ritiratosi in una vita grigia e povera, dimenticato da tutti, dopo che agli inizi del secolo aveva costruito un impero di celluloide con le sue pellicole fatte della materia del sogno e della meraviglia. Ma poi arrivano i dissesti finanziari, la grande guerra che cambia i gusti del pubblico, la discesa negli abissi del fallimento, della depressione. Méliès distrugge i suoi teatri di posa, i suoi film, sceglie l’ombra, l’anonimato, il niente di una vita dimenticata dopo la fama mondiale (aveva costruito succursali in tutto il mondo, America compresa). Ma grazie alla sua giovane figliastra (Chloe Moretz, già vista a Venezia in Texas Killing Fields, ed era la cosa migliore di un film medio-mediocre), allo stesso Hugo, a uno studioso del cinema muto invasato del mito Méliès che è riuscito a salvare e restaurare una copia del Voyage, il genio dimenticato ritroverà le luci della ribalta e il suo capolavoro tornerà a essere proiettato. Ora, ve la immaginate questa fantastica storia nelle mani di un innamorato del cinema come Scorsese? Il quale ci comunica il piacere quasi fisico che prova nel ricostruire i teatri di posa di Méliès, i suoi set, i suoi incantevoli trucchi, le sue macchinerie, e le scene by Scorsese del Voyage, con quelle ondine-odalische-sirene e mostruosità marine varie che galleggiano nell’atmosfera lunare, sono quanto di più bello il cinema del cinema/nel cinema, il cinema della nostalgia e del citazionismo ci abbia mai dato. Con tanto di cameo à la Hitchcock di Scorsese quale fotografo di scena (e il regista en passant non si fa mancare niente, compreso il piccolo Hugo perigliosamente aggrappato alle lancette del grande orologio e sospeso sull’abisso come Harold Lloyd, e compreso un treno che irrompe in stazione come quello dei primi Lumière). Film incantato e incantevole, commovente e insieme lucido nel ricordarci come la gloria, e in particolare la gloria cinematografica, possa essere effimera e caduca. Con il 3D migliore mai visto, insieme a quello dello spielberghiano Tintin. Stavolta i personaggi non navigano come pupazzoni ritagliati su sfondi incongrui (effetto che dà anche il Pina di Wenders), come quasi sempre nel cinemaccio a tre dimensioni, ma si fondono nel contesto scenico in una fantasmagoria di effetti speciali e umani, sempre giustificati dalla narrazione e mai intrusi e gratuiti. Quella nevicata dell’inizio con i fiocchi che ci arrivano addosso e ci avvolgono è cinema-cinema. Scorsese sembra suggerirci che il senso del meravigioso di Méliès oggi può rinascere proprio grazie al 3D (non ne sarei così sicuri però). Resta, in questo Hugo Cabret prossimo al capolavoro, qualche strana smagliatura o incongruenza nella messinscena e nella collocazione temporale e storica. Il grandioso set creato da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (giustamente Oscar-nominati) è di una bellezza che toglie il fiato, ma rimanda a un immaginario ottocentesco, più steampunk che parigino primonovecentesco, con quelle macchinerie e gli ingranaggi e i vapori e il trionfo di una meccanica da Ballo Excelsior, di un’ingegneria da Expo e Tour Eiffel (un mondo materico, metallico, ferrigno, sgoccialante olii e sbuffante vapori, un universo tattile, sonoro, olfattivo, sensoriale insomma, così diverso da quello asetticamente virtuale de-materializzato e inodore in cui viviamo oggi). Tra anni Venti e Trenta, che sembra di capire è il periodo in cui è collocata la vicenda, a Parigi il clima stilistico era cambiato, si respirava già aria di modernismo (che ad esempio il Woody Allen di Midnight in Paris, diversamente da Scorsese, sa cogliere). Ma sono inezie, imperfezioni forse anche volute, che non intaccano la resa di questo gran film.

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