Film stasera in tv: FAUST di Alexander Sokurov (lun. 5 genn. 2015, tv in chiaro)

Faust, Rai 3 (a Fuori Orario), ore 1,25.
Ripubblico la recensione scritta al Venezia Film Festival 2011, dove Faust venne presentato in concorso e dove avrebbe poi vinto il Leone d’oro.

Faust di Alexander Sokurov. Con Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla.
Non assomiglia molto neanche ai precedenti film di Sokurov, non assomiglia al Faust di Goethe. Questo è un oggetto filmico a sè, un alieno atterrato a Venezia. Una rilettura molto personale della storia dell’uomo che vendette l’anima al diavolo, con una sceneggiatura (originale!) iperletteraria, una messinscena dall’impianto teatrale (e anche qua e là un po’ tirata via). Qualcosa che sta tra i fratelli Grimm e il cinema espressionista tedesco weimariano.
Uno di quei film che ti stroncano, che non ce la fai a raggerli dopo dieci giorni di festival e un numero di film sulle spalle di cui hai perso ormai il conto, non ce la fai soprattutto dopo una giornata in cui ti sono toccati il film della Comencini e quello israeliano. Finite le due ore e un quarto di questo capolavoro annunciato del russo Alexander Sokurov (uno dei tanti venerati maestri in concorso: Cronenberg, Polanski, Ferrara, Friedkin) ti senti prostrato, incapace di emettere un qualsivoglia giudizio, frastornato, con la sola voglia di metterti a letto e dormire dormire dormire. (Direte: chi te lo fa fare? Risposta: non lo so, ma visto che sono qui facciamo quel che c’è da fare, cioè vedere i film in concorso).
Oggi è the day after, il giorno dopo la proiezione di Faust, ho ripreso un po’ le forze, la mente spero sia più lucida. E allora? Allora questo Sokurov, se non delude, certo spiazza parecchio. Le note ufficiali e lo stesso regista si affannano a ripetere che trattasi dell’ultimo capitolo della tetralogia dedicata al potere, dopo Molokh (1999) su Adolf Hitler, Telec su Lenin (2000) e Solnzte (2005) sull’imperatore Hirohito, quella della sconfitta giapponese nell’ultima guerra mondiale. Mah. A me pare che non c’entri niente, fatico a cogliere le analogie tra questo e gli altri (sì, il tema del potere, ma quale film non parla di potere per un verso o per l’altro?), anche perché stavolta non c’è di mezzo un personaggio storico. Anche l’idea di messinscena mi pare molto distante, perciò non mi affannerei a rintracciare chissà quali parallelismi e analogie, preferisco leggere il film in sé, per come si presenta allo spettatore. Certo è un oggetto filmico unico, difficile trovargli dei parenti e affini, se non all’interno della filmografia del gran russo. Stavolta, e non è la prima volta, S. adotta un approccio teatrale, fortemente recitato, con un testo alto, anche fin troppo gonfio, iper letterario e immaginifico e baroccheggiante, eppure si tratta incredibilmente di una sceneggiatura originale, poco o niente a che fare con il Faust goethiano. Siamo a una rielaborazione nuova e molto personale, e solo in Russia si poteva pensare oggi a una sceneggiatura così, perché forse solo lì, con quell’enorme tradizione alle spalle, possono ancora credere al potere della scrittura, della letteratura, anzi al potere della parola tout-court. Dunque: film parlato, parlatissimo, con al centro il dottor Faust, uomo piacione e dotato di fascino, scienziato ambizioso e visionario, che vediamo all’inizio dissezionare cadaveri con il suo assistente, e poi interessarsi al potere delle erbe, e visitare con ingordigia corpi femminili. Ci troviamo in un Sei-Settecento tedesco (e in lingua tedesca il film è stato girato, tra Germania, Spagna e Islanda) tra lo storico e il fantastico, denso di magie e leggende, gotico, ma anche carnale e lussurioso, di crapule e sbevazzate. Faust non riesce a vivere della sua scienza, è sempre in cerca di denaro, è un giocatore, un dissipatore, ama il bello e le belle donne. Finché non conosce per caso il Diavolo Mefistofele, che è uno dei diavoli, mica il capo supremo, che gli si attacca e diventa il suo compagno di avventure. il suo prestadenaro, il suo ricattatore ma anche protettore. Si forma una coppia assai simile a quella di Don Giovanni e Leporello, dove Faust è il signore di bell’aspetto e dai forti appetiti, e Leporello stavolta è il povero diavolo, nasuto e con un corpo semideforme, però in fondo affezionato al suo padrone e fedele servitore, anche se dovrebbe essere lui a tenerlo in pugno. Faust commette un delitto, e da lì incominciano i guai. La coppia vaga tra bettole, case povere e case ricche, foreste, tra mercanti, gaudenti, soldati, gentildonne e gentiluomini. Cosa cerchi Faust non si capisce bene, di sicuro le donne, e il suo diavolo fa di tutto per assecondarlo e spianargli la strada. Finché non arriva in scena la bella Margarethe-Margherita, per cui lo scienziato perde la testa. E solo in quasi-finale di film assistiamo alla scena tanto attesa, la vendita dell’anima al diavolo con tanto di contratto e firma con il sangue.
Due ore e passa di cavalcata gotica dai costumi fastosi ma non troppo, dagli ambienti spesso ricostruiti in digitale, con inquadrature a volte sghembe o deformate (probabilmente dall’uso di formati diversi nella ripresa). L’impressione è di una messinscena un po’ tirata via, anche un po’ sciatta, lontana dalla perfezione di altri film sokuroviani. C’è in questa sveltezza e approssimazione qualcosa di rosselliniano, del Rossellini che metteva in scena la Storia, anche se Sokurov non ne ha la meravigliosa semplicità e il nitore. O forse la sciatteria è una scelta estetica, quella di fornire un’immagine sporca di una storia anche troppo conosciuta e raccontata. Nelle immagini la tonalità dominante è il verde però nella sua variante più marcia, meno brillante, più fangosa, e si sa, soprattutto le donne lo sanno bene, che il verde è un colore che non dona. Non dona nemmeno a questo film, ma forse il diabolico S. anche questo l’ha fatto apposta. C’è un’atmosfera crudele e fantastica un po’ alla fratelli Grimm, un po’ da Medioevo immaginato e inventato alla Carmina Burana e molto da cinema espressionista tedesco. Faust ha parecchio a che fare visivamente con Caligari e Nosferatu, anche con Golem, Lo studente di Praga, con certe sequenze dei Nibelunghi di Lang. Il risultato è un film dalla forte impronta, originale, ma troppo approssimativo (nella messinscena come nella costruzione teorica) per essere davvero il capolavoro che dichiara di essere. Attenzione, c’è un’Hanna Schygulla irriconoscibile nel ruolo di una gran dama che non parla quasi mai e si porta sulla testa un’acconciatura (o è un cappello?) fantastica. Un film che vorrei rivedere tranquillo in dvd, o trasmesso da Ghezzi in Fuori orario, o al cinema, per trovarci quello che la frenesia di un festival ti impedisce di vedere.

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