Recensione. HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo: molto buono, da non perdere

11473-Hungry_Hearts_1foto-hungry-hearts-7-lowHungry Hearts di Saverio Costanzo. Con Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell. Al cinema da giovedì 15 gennaio 2015.
11487-Hungry_Hearts_3Una coppia a New York – lui americano lei italiana – rischia di esplodere quando lei, incinta, diventa schiava di un’ossessione natural-purificatrice. No medicine, no proteine animali, e via così, in una paranoia da contaminazione. Nasce un bambino sottonutrito che non riesce a crescere e rischia la morte. Tra marito e moglie si scava un abisso. E il film diventa un vero e proprio thriller. Ottima riuscita di Saverio Costanzo. Presentato in concorso a Venezia 2014. Doppia Coppa Volpi, per la migliore attrice e il miglior attore, a Alba Rohrwacher e Adam Driver. Voto tra il 7 e l’8
11589-Hungry_Hearts_6Figuriamoci, quando l’han proiettato a Venezia – era lo scorso 31 agosto – la contro-claque degli antipatizzanti si stava già preparando all’assalto, agli sghignazzi, schiamazzi e fischi. Anche perché, per misteriosi motivi, Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher sono tra i più detestati dal medio critico italiano. Invece al press screening Hungry Hearts ha ricevuto applausi su applausi, è piaciuto e ha convinto. E gli haters son stati zitti. Ottimo film, altroché. Che sa scavare a fondo in un inferno di coppia, con echi tra Antonioni e Bergman, ma che riesce anche a essere un thriller assai teso, con un finale da riuscito cinema di genere. Produzione italiana di italiani, e però di respiro naturalmente internazionale, non solo perché girata a New York, non solo perché prevalentemente in inglese, ma per la sagacia della costruzione e progressione drammaturgica e per l’uso della macchina da presa, mobile, prensile, con inquadrature qua e là deformanti a rafforzare i momenti più visionari e orrorifici. Hungry Hearts va dritto al cuore di quell’invasamento che ha espugnato in Occidente molte menti, in particolare femminili, l’ossessione di una vita, e di un’alimentazione, soi-disant naturali, o fantasmatizzate-fantasticate come tali. Il culto di un corpo purificato, non contaminato dalla medicina tecnologizzata, aperto invece a quel mare magno e indistinto delle cosiddette medicine alternative, dove tutto si mescola, il buono e l’utile al pessimo, al pericoloso, al cialtronesco. Tutto incarnato nella storia di una giovane coppia, lui americano, lei italiana a New York a lavorare nel giro della diplomazia. Si conoscono in modo insolito, e già questa scena iniziale ci dà qualche indicazione su quello che il film sarà. Mina e Jude si ritrovano intrappolati nel cesso di un ristorante cinese, con la porta bloccata, e lui in preda a convulsioni intestinali per ingestione di pesce sospetto. Ci si può conoscere così? ci si può innamorare così? Loro si innamorano, vanno a vivere insieme (a Brooklyn, dove se no?), lei resta incinta (“no, non venirmi dentro”, implora, e invece lui macché). Mina si mette in testa, suggestionata da una clairvoyante, che il figlio è un bambino indaco, una strana creatura venuta da altri mondi. Traducendo tutto questo in un’ossessiva attenzione per il proprio corpo in gravidanza e il feto, rifiutando quella che lei ritiene ogni forma di contaminazione, dalla consulenza dei ginecologi alle medicine (“sono veleno”). Elimina dall’alimentazione le proteine, causando problemi a se stessa e al bambino. Il parto è a rischio, ma Mina non vuole saperne del cesareo. Glielo praticheranno a sua insaputa, dopo averla sedata. Il dramma vero comincia dopo, quando a causa della crescente paranoia di Mina verso cibo e farmaci, il bambino non ce la fa a crescere, rischia la denutrizione e il rachitismo. E tra marito e moglie comincia la crisi. Mina si arrocccherà sempre di più nel suo bozzolo ossessivo, Jude cercherà disperatamente una soluzione che gli permetta di salvare insieme il figlio e il matrimonio. Un crescendo che Costanzo riesce ad orchestrare benissimo, inchiodandoci tutti alla poltrona. Ci saranno sviluppi drammatici, e un gran colpo di scena finale. Un film che tiene senza mai un rallentameno e un calo di tensione. Ben scritto, benissimo girato, in uno stile da indie-movie da Sundance. Scusate, una volta tanto che ci troviamo in casa e a un festival un film italiano così lo dobbiamo maltrattare? Hungry Hearts ci pone di fronte all’integralismo ecologista-naturalista, sa indagare con sottigliezza lo stato delle cose della media coppia di oggi, strutturando l’eterna differenza uomo-donna secondo forme contemporanee. Assistendo a questa gravidanza così carica di fantasmi e deliri, non si può non pensare a Rosemary’s baby e a Mia Farrow. Alba Rohrwacher era l’unica attrice possibile per un ruolo così, e difatti è perfetta. Adam Driver si porta dietro tutto il recitare naturalistico americano, così poco presente nel nostro cinema. Con tutto il carico di follia nella parte femminile della coppia, questo è il nostro Gone Girl. Ispirato a Il bambino indaco di Marco Franzoso, Einaudi.

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