Recensione. IL RAGAZZO INVISIBILE di Gabriele Salvatores non è la (ri)nascita del supereroico all’italiana

Il ragazzo invisibile, un film di Gabriele Salvatores. Con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Christo Jivkov, Fabrizio Bentivoglio, Ksenia Rappoport, Noa Zatta, Assil Kandil, Vilius Tumalavicius.foto-il-ragazzo-invisibile-5-lowfoto-il-ragazzo-invisibile-19-lowDopo aver acquistato un miserrimo costume da superhero, Ivan scopre di poter diventare invisibile. Un film che parte come racconto di formazione a sfondo psicologistico e poi di colpo si trasforma in un fantasy-supereroico. E le due cose non stanno insieme. Però, onore a Salvatores che almeno ci prova a percorrere strade non battute dal nostro cinema. Voto 6+foto-il-ragazzo-invisibile-2-lowSe ne parlava come del gran ritorno del cinema di genere all’italiana, quello che tra anni Sessanta e Settanta con due lire e la solita autarchica arte di arrangiarsi conquistava i mercati di mezzo mondo. Per carità, Il ragazzo invisibile è un prodotto degno, ma nettamente al di sotto delle intenzioni e delle ambizioni che erano trapelate da certe interviste promozionale, un pallido supereroistico che neanche alla lontana può misurarsi con le analoghe cose sfornate a raffica da Hollywood. Non è, o almeno non è soltanto, questione di budget e dunque di mezzi, di tecnologie a disposizione, il problema è quello di averci le idee chiare su quel che si va a fare. Qui si oscilla tra troppi diversi possibili film senza mai sceglierne nessuno, sicché alla fine ne esce un ibrido non collocabile in un genere e nemmeno tanto identificabile. Però, signori, massimo rispetto per Gabriele Salvatores che, poco italicamente, continua a esplorare nuovi territori senza ripassare dai vecchi e rassicuranti sentieri, e a provarci con un cinema sradicato e nomade, e liquido, che cerca di dimenticarsi l’origine bianco-rosso-verde e aspira a essere, o finge di essere, cosmopolita, apolide, transnazionale. Con Educazione siberiana era emigrato nelle steppe dell’est, adesso gira una specie di X-Men (una specie) in una Trieste già di suo centroeuropea e qui ripresa nei suoi spazi più astratti e metafisici fino a diventare un luogo-non luogo dove ogni cosa è possibile. Città di mescolanze e di frontiera, di destini che si incrociano, babele di lingue e tipi etnici con perfino una Chinatown che ricorda, pure se su scala piccina piccina, la metropoli di Blade Runner.
Un ragazzino bullizzato a scuola (però quest’ovvietà ci poteva essere risparmiata) e con madre single poliziotta scopre, da quando ha indossato un miserrimo costume da superhero, un ciaffo color cacchetta, di poter diventare invisibile. Ne resterà sulle prime basito e allarmato, per poi rendersi conto che da quell’improvviso potere potrà anche ricavare dei vantaggi. A scuola, in famiglia, con le ragazze. L’insistenza sulle angherie subite dai bulli, sulle difficoltà di Michele – tale il nome del protagonista – dentro il suo sistema di relazioni, ci manda a dire chiaro e forte che qui signora mia si tratta di classico racconto di formazione. Con il superpotere dell’invisibilità a far da compensazione simbolica dei vari problemi e problemucci protoadolescenziali. E, ebbene sì, da metafora della diversità di Ivan rispetto al mondo, della sua irriducibile alterità. Che poi son cose viste e lette mille volte. Tutti i poteri degli X-Men, per dire, derivano dal loro essere difettati, fallati in un modo o nell’altro, e ne sono una sublimazione; la Carrie di Stephen King-Brian De Palma sviluppava quel che sviluppava, telecinesi e quant’altro, giusto nell’età dello sviluppo come segno di passaggio e revanche sul mondo ostile (mi sbaglierò, ma quella scena dei coltelli volteggianti nel film di Salvatores mi par proprio una citazione di Carrie). E si potrebbe continuare con Kick-Ass e, sempre per stare sul binomio adolescenti&superpoteri, con il bellissimo Chronicle di Josh Trank dell’anno 2012. Solo che Salvatores e i suoi sceneggiatori esagerano in psicologismo, quella cosa da talkshow del pomeriggio e da rubriche da ultime pagine dei glossy magazine per cui ogni questione, dalla minima alla massima, vien ricondotta a paturnie della mente e banalizzata. In una visione asfissiante da assistentato sociale e derivati (per derivati intendo la ramificazione degli psicologi, soprattutto delle psicologhe, in ogni ambito del nostro vivere in una funzione di controllo-vigilanza). Poi, dopo essersi avvoltolato nella rete delle questioni adolescenziali, di colpo Il ragazzo invisibile prende un’altra piega, diventa un altro film, entrando in pieno genere fantastico. Con gente che, contaminata in una specie di Chernobyl (o è Chernobyl?), subisce mutazioni acquisendo capacità ultranaturali. Un action/spy-story di cui Ivan diventa il bersaglio di una caccia spietata da parte di una banda di carogne. Non senza incongruenze nel racconto (esempio: il personaggio di Fabrizio Bentivoglio, di cui non si capiscono metamorfosi e contrometamorfosi). Intendiamoci, Salvatores è abile nel realizzare un prodotto dignitoso pur nell’evidente scarsità di alte risorse tecnologiche, ma è la costruzione drammaturgica, è insomma la sceneggiatura il vero punto di fragilità dell’operazione. Perché non si è puntato subito sull’action? O, al contrario, perché non si è continuato con il racconto di formazione metaforizzato attraverso l’acquisizione dell’invisibilità? S’è fatto l’uno e l’altro, e le due cose non riescono a stare insieme. Peccato. Cast italo-slavo, altro indizio dell’identità fluida e transnazionale di Il ragazzo invisibile. Con Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio, ma anche Ksenia Rappoport, la russa più amata dal nostro cinema, e, toh chi si rivede, il Christo Jovkov dell’olmiano Il mestiere delle armi.
Gli incassi ammontavano fino al weekend scorso (compreso) a 4.452.719 di euro. Abbastanza per non definirlo un flop, troppo pochi per farne un successo.

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