Festival di Rotterdam: MAN OH HIGH HEELS (recensione). Il poliziotto che vuol cambiare sesso. Finora, il vero sensazionale film di questo festival

Man on High Heels, di Jang Jin. Sud Corea. Con Cha Seungwon.
Man_on_High_Heels_Still06Il poliziotto più temuto di Seul ha un segreto: sta per cambiare sesso. Omosessualità e pulsioni trans raccontate con un piglio assolutamente virile, nei modi del cinema poliziesco più scatenato. Un film popolare e sofisticato, insieme mainstream e coraggiosissimo che viene dalla Corea (del Sud). Sensazionale.
Voto 8 e mezzo

Photo credit: International Film Festival Rotterdam

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Jiang Jin chi? Confesso, non lo conoscevo. Eppure è considerato uno dei maestri di quello che è forse il cinema più vitale al mondo, il più sfrenato e naturalmente, geneticamente estremo, insomma l’adorato e qualche volta detestato cinema sud coreano. A Jang Jin, regista eclettico in grado di attraversare più generi, dall’action alla comedy al film politico, questo Rotterdam Featival dedica una retrospettiva, che si sta rivelando uno degli eventi imprescindibili. Io ieri sera di Man on High Heels, il più recente lavoro di Jang Jin, anno 2014, son caduto folgorato, innamorato pazzo. Film enorme, grande spettacolo popolare e insieme sovversivo e audacissimo nell’attraversare i codici del cop-movie e di annichilirli, ribaltarli, negarli, riscriverli. Avendone però sempre il massimo rispetto. Da restare a bocca aperta. L’uomo in tacchi alti è qualcosa di inusitato e perfino inaudito, di mai visto, per come tratta omosessualità e mondo trasngender: fuori dal coro dominante del politicamente correttissimo, del pucci-pucci delle omocoppiette in abito da sposi, della gender culture del genitore A e genitore B. No, la storia che Jiang Jin ci racconta è di carne e passioni e anche sangue, un corpo a corpo con la realtà, un’immersione negli abissi del desiderio. Il tutto inscritto in un perfetto poliziesco, vale a dire il genere cinematografico maschile e virile per eccellenza. Ma è proprio questo che fa di L’uomo in tacchi a spillo qualcosa di memorabie, il fatto che l’omosessualità sia cosa senza mollezze e effemminatezze, vista dall’autore con uno sguardo pienamente maschile. E se penso a un altro regista che potrebbe tentare una simile operazione costui è Clint Eastwood (e in parte l’ha già fatta con Mezzanotte nel giardino del bene e del male). Yoon (interpretato meravigliosamente da Cha Seungwon, l’attore feticcio di Jiang Jin) è il meglio poliziotto dell’anticrimine di Seul, il più figo, il più spietato. Con una coolness da vero eroe. Entra in scena nel film irrompendo a un banchetto di un boss della mafia locale, colpendo di mani e piedi e di lame, in una meravigiosa sequenza di arti marziali acrobatiche coreografata come un Busby Berkeley, con tempi di implacabile precisione. Da applauso. E alla fine della scena difatti il pubblico di Rotterdam sbotta in applauso (e alla fine sarà trionfo vero). Ora, questo eroe che porta sul suo corpo perfetto le cicatrici di tante battaglie e dentro la carne pezzi di metallo-protesi, ha un segreto, che scopriamo molto presto. Yoon, il maschio più adorato di Seul – dalle donne, dai colleghi, perfino dai nemici – vuole cambiare sesso, si fa iniezioni di ormoni femminili, è in attesa dell’intervento chirurgico fatale. E intanto si fa dare lezioni di trucco e varie femminilità da una bellissima trans. Ha deciso di ritirarsi dalla polizia, ma intanto continua a combattare come sa e può il malaffare. Sicché vediamo le performance del macho Yoon alternarsi alle sue sedute di trucco o dal medico che lo sta ormonizzando. Alle spalle c’è un amore adolescenziale con un compagno di scuola finito in tragedia, e par di rivedere The Imitation Game, solo che qui gli sdilinquimenti e i batticuori sono perfettamente funzionali al gran romanzo popolare che Jang Jin intende confezionare. Succederà di tutto. Scontri sanguinosi. Omicidi in serie. E Yoon diviso tra le sue due identità. Con un’infinità di twist, e un finale non così inaspettato, ma ambiguo e apertissimo. Riflessione in forma di action movie sulla natura o non-natura dei ruoli e delle identità sessuali, su come sia facile oltrepassarne il confine, su come l’omosessualità sia intimamente impastata con la virilità e forse oscuramente le appartiene, e non ne è la negazione. Un film che vale cento Gay Pride e mille dibattiti sui matrimoni gay. Travolgente. Di impeccabile confezione. Con volute e naïf rozzezze da spogliatoio maschile e inaudite raffinatezze stlistiche: come lo Yoon in azione sotto la pioggia contro un branco di mafiosi, ed è tutto un volteggiare tra Jacques Demy e Stanley Donen e Wong Kar-wai. Salvo più tardi rifare la stessa scena ma senza leggiadria, facendone un massacro un cui il sangue scorre letteralmente a fiumi. Capolavoro, capolavoro, capolavoro. Alla fine pubblico in delirio.

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