RotterdamFilmFestival Daily. I film che ho visto lunedì 26 gennaio 2015

A Girl Walks Home Alone at Night (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

A Girl Walks Home Alone at Night (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

Atlantic (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

Atlantic (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

'Parabellum' (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

‘Parabellum’ (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

1) Parabellum di Lukas Valenta Rinner. Argentina. Concorso per l’Hivos Tiger Award. Voto 7 e mezzo
Notevole. Forse il migliore tra quelli che ho visto del concorso, insieme all’argentino La mujer de los perros. E – non è una coincidenza – argentino è pure questo Parabellum, anche se il regista è di origine austriaca. Difatti qua dentro ritrovi lo sguardo impassibile, l’approccio glaciale, memore della Neue Sachligkeit, dei suoi illustri conterranei Michael Haneke e Ulrich Seidl: applicandoli, quello sguardo e quell’approccio, a una storia di distopia assai possibile e prossima, con una rivolta che comincia con piccoli focolai e poi si estende coinvolgendo tutto il paese (il mondo?). Un gruppo di piccolo e medioborghesi qualunque scappa dalla città e si rifugia tra i boschi, in un campo paramilitare per seguire un traning di sopravvivenza e di autodifesa (e di attaco, se necessario). Scandito in più capitoli, Parabellum ci mostra questi ometti e queste donne assai qualunque al lavoro duro nel camp, non senza ironia. Ma la situazione man mano si intorbida, fuochi e fumi si fanno sempre più vicini, l’apocalisse avanza, i nostri si trasformano per necessità in sopravvissuti costretti a una lotta darwiniana. E dagli war-games si passerà inesorabilmente alla guerra vera. Un film con dentro un senso di ineluttabilità assai disturbante. Simile a un altro film argentino, Historia del Miedo, visto l’anno scorso alla Berlinale. Però meno pretenzioso di quello, e più riuscito.
2) Welcome to Dongmakgol di Jian Jin. Sud Corea. Voto 8
Dopo la folgorazione qualche giorno fa per Man on High Heels di Jang Jin, volevo verificare con un altro film la statura del regista sudcoreano, cui questo IFFR sta dedicando una personale. Aspettative pienamente confermate. Signori, Jan Jin è un enorme autore di cinema popolare, nel senso più alto. Un maestro. In grado di confezionare spettacoli di massima presa sul pubblico affrontando anche soggetti per niente facili o mainstream, ma con la somma capacità di renderli intellegibili. Vedendo Welcome to Dongmakgol (il nome di un villaggio sperso lassù sui monti coreani) mi son venuti in mente i grandi della nostra commedia, Monicelli, Scola, Germi, Risi. La stessa abilità nell’affrontare il complesso con l’approccio più semplice e lineare. Siamo durante la sanguinosissima guerra di Corea dei primi anni Cinquanta, Nord contro Sud, intervento americano a sostegno del Sud contro l’espansionismo del Nord comunista. In un villaggio fuori dal mondo, una specie di Shangri-La al di là della storia e della cronaca dove gli abitanti vivono in letizia ignari del casino là fuori, approdano tre soldati nord coreani dispersi oltre le linee e due sud coreani, di cui un ufficiale disertore dopo essersi rifiutato di ottemperare a ordini omicidi. Non basta, a Dongmakgol si è già felicemente installato un pilota americano precipitato col suo aereo. Gli abitanti assistono basiti alla guerricciola tra sudisti e nordisti, finché naturalmente i nemici molleranno le armi e si alleeranno per dare una mano al villaggio. In quest’arcadia la guerra non c’è, non potrebbe esserci, ma là fuori la storia avanza truce, e gli americani pianificano un bombardamento a tappeto del villaggio. I cinque, più il pilota, metteranno a punto una difesa. Meglio non dire di più. Il film è una macchina narrativa implacabile, con il suo accurato dosaggio di commedia e dramma, con i suoi personaggi maggiori e minori perfettamente delineati. Resta un antiamericanismo fastidioso, mentre c’è una certa indulgenza verso i nord coreani. Ma tant’è, il film serve almeno a ricordarci che in quella guerra ci furono stragi e villaggi rasi al suolo dai bombardieri yankee (se ne parla anche in un altro film sudcoreano, un documentario, visto a Locarno lo scorso agosto, Songs from the North). Cinema popolare come in Europa non si fa più, e come invece sapevamo fare alla grande. Alla fine, enorme applauso di un pubblico strafelice. Jian Jin ha colpito ancora.
3) A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour. Usa. Sezione Signals. Voto 8.
Film di cui molto si parlerà. Anzi negli Stati Uniti – dov’è stato realizzato, e dove è stato lanciato al solito Sundance – è già diventato un caso, e un culto. Si merita tutto, questa storia di vampiri molto, molto speciale, che prende il genere draculesco e lo piega al cinema più rarefatto e elegante, all’autorialità più colta e radicale. Citazionismo. Metacinema. A Girl Walks Home Alone at Night è stato promozionato come il primo vampiresco iraniano, ma non è mica tanto vero. Perché è sì parlato in persiano, e sono in persiano tutte le scritte che compaiono (in alfabeto arabo), comprese le targhe della macchine. Le donne portano il velo, e la protagonista succhiasangue un velo nero da chador. Solo che Una ragazza cammina da sola verso casa la notte (che bel titolo) è stato tutto girato in California, è il frutto della cultura iraniana della diaspora (iraniana dell’esilio immagino sia la giovane regista), ed è dettaglio non trascurabile. Dunque, non l’Iran (di cui forse il film è una metafora), ma la California che si finge l’Iran fotografata in rigoroso e bellissimo bianco e nero, tutta di paesaggi astratti, centrali energetiche sbuffanti fumi e vapori, treni metafisici nella notte, foreste di pozzi petroliferi, dirupi a bordostrada pieni di cadaveri che sembran le fosse degi appestati medievali. Siamo in un luogo chiamato fin troppo emblematicamente Bad City, abitato da creature insane, sprofondate oltre i bordi della normalità, e chi lo è, diciamo così normale, come il bravo ragazzo protagonista, non può alla fine che scendere a patti con quei demoni, con quegli spettri. Un vecchio padre eroinamene, il pusher che lo ricatta e man mano gli toglie tutto, una prostituta tosssica, il ricordo di una moglie morta. E lei, la misteriosa ragazza che cammina sola di notte in chador ed è una vampira. Lunghi silenzi, e molti omaggi alla Nouvelle Vague, a Antonioni, agli spaghetti western, con una clamorosa musica che cita e rifà devotamente Ennio Morricone. Bellissimo a vedersi. Un po’ meno forte la struttura narrativa, il vero punto di fragilità dell’intera operazione. Per dire: la vampira colpisce le sue vittime a caso, senza un perché, attaccando alcuni ma misteriosamente risparmiando altri. Ma il film è così bello che gli si perdonano parecchie imperfezioni. Scena di culto: la prostituta che, mentre si china sul pusher a fargli un pompino, si aggiusta i capelli sotto il velo. Nota: m’è toccato vederlo in VO, cioè in persiano, con sottotitoli in olandese. Inglese zero. Grazie a Dio i dialoghi sono scarni, e conoscendo un po’ di tedesco, cui l’olandese somiglia (diciamo che ne è una versione non sofisticata), son riuscito ad arrangiarmi. Però non si fa, sant’Iddio. Probabilmente erano convinti che il film, di produzione Usa, fosse in inglese. Non era il caso di dargli un’occhiata un po’ più attenta? Certo, son cose che possono succedere anche ai migliori festival, ma se fosse stato proiettato a Venezia un film in persiano con sottotitoli solo in italiano sarebbe venuto giù il mondo e chissà lo scandalo autoflagellatorio sui giornali nostri, e chissà la stampa internazionale (se è per questo, qui a Rotterdam c’è anche un film coreano, A Midsummer’s Fantasia, parlato anche in giapponese, e però a essere sottotitolate in inglese sono solo le parti in coreano: come se il giapponese lo sapessero tutti).
4) Labour of Love di Aditya Vikram Sengupta. India. Bright Future. Voto 5.
Delusione. A Venezia me l’ero perso questo film indiano proiettato a Orizzonti, l’ho recuperato qui dopo aver sentito e letto recensioni estatiche. La signora che, a nome del festival, ieri sera ha introdotto il film e il suo regista, si è dichiarata honoured and very, very proud di poter presentare questo masterpiece, questa straordinaria cinematic experience. Storia  ispirata – dice il regista – a quanto ha visto e sentito in famiglia, e assai interessante, che sulla carta a me aveva ricordato certo Olmi dei primissimi tempi. A Calcutta, in anni che sembrerebbero i Settanta, una giovane coppia vive una vita da separati di fatto. Lui lavora di notte come tipografo, lei di giorno. Lui rientra quando lei è già uscita. Lei sta sveglia di giorno e dorme la notte, lui il contrario. Chissà cosa ne avrebbe cavato Olmi, per l’appunto, o anche il Ken Loach migliore. Invece qui il regista estetizza, punta in tutta evidenza al cinema alto e alla bella forma, tra long shots alternati a dettagli sparati a tutto schermo. Lezioso, nonostante l’apparenza neo-neorealista. Manca il pathos, e i personaggi non vanno oltre l’esemplarità didascalica. Con un finale tremendo e soappistico che rovina inesorabilmente il film. Temo che non ce la farà a ripetere il successo di The Lunchbox, cui per certi versi somiglia, ma di cui non ha la ferrea struttura narrativa.
5) Atlantic di Jan-Willem van Ewijk. Olanda/Belgio/Gemania/Marocco. Sezione Limelight. Voto 5.
Ho cercato di recuperarlo in ogni modo, visto che risulta essere uno dei film del festival più apprezzati dal pubblico (compare ben piazzato nella top ten compilata in base ai voti degli spettatori). Invece, altra delusione. Ottima idea di partenza, anche qui. Un ragazzo marocchino vuole raggiungere clandestinamente l’Europa con il suo windsurf. Più di trecento chilometri di oceano dal suo villaggio vicino a Essaouira fino alle coste spagnole, o portoghesi. Ricorda il bellissimo Welcome, dove un ragazzino voleva attraversare la Manica a nuoto per raggiungere i parenti a Londra. Solo che qui il tema della migrazione si incrocia con ben altro, con un immaginario e un’estetica da appassionati di windsurf, con la mistica della sfida in solitaria alla natura e l’estasi del Grande Blu. E dunque immagini e sequenze leccatissime da sotto, da sopra il mare, ad altezza d’onda, da documentario per fanatici di sport estremi. Se il regista (olandese) si fosse concentrato sulla lotta in mare del protagonista per raggiungere l’Europa ci avrebbe dato un gran racconto di sospensione, alla maniera di All is Lost di J.C. Chandor. Qui invece imbottisce la traversata di flashback melensi e inutili, per non parlare del fastidiosissimo e poeticistico voice over. Una storia importante abbastanza buttata via. Con una grande scena, una sola: il ballo solitario del protagonista davanti al vecchio padre. Forse la confezione sgargiante, modaiolissima, giovanottesca ed energetica aiuterà il film con le platee globali. Forse. Il protagonista, Fettah Lamaura, è un campione marocchino di windsurf.

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