e così eccomi a Berlino (dialoghetto con un’italiana che è qui da decenni: “Italiani, statevene a casa!”, e la fuga dei cervelli è servita)

PotsdamerPlatzViewUBahn potsdamerplEccomi qua, alla mia Berlinale numero quattro. La quale è intanto arrivata di suo all’edizione numero 65, un bel traguardo. Domani sera apertura ufficiale al Palast di piazza Marlene Dietrich (non aspettatevi chissà che, un anonimo accrocchio di strade nella ipermodernità abbastanza raggelante, e non è solo questione di clima, della pompatissima area della Potsdamerplatz). Si apre con un film autoriale ma anche da pubblico largo, soprattutto femminile, della catalana Isabel Coixet, protagonista la musa sofferente di tanti registi alti, Juliette Binoche. Ah sì, il titolo: Nobody Wants the Night. Girato in inglese, anche se trattasi di coproduzione tra Spagna, Francia e Bulgaria. Uno psico-avventuroso tutto dalla parte di lei sui ghiacci della Groenlandia. 1908, la moglie dell’esploratore Robert Peary parte alla ricerca del marito di cui non ha più notizie da un pezzo. Credo che scoprirà qualcosa che non si aspetta. Credo. Domani vedremo. Proiezione stampa a mezzogiorno al Cinemaxx, la multisala a due passi dall’uff stampa e dal Palast, e un’altra subito dopo, sempre lì, alla 12,30. Oggi le solite cose da giorno prima di ogni festival. Ho ritirato il badge al sempre cortesissimo e civilissimo Press Office dislocato al primo piano dell’Hyatt, quindi ho testato l’wifi (funziona perfettamente, stiamo a vedere quando arriveranno i carichi pesanti dei fotografi), tappa successiva il Palast a ritirare nel basement la rituale festival bag con dentro massiccio catalogo (te lo danno gratis dopo che hai ritirato e pagato l’accredito, mica come a Venezia dove paghi accredito e poi pure catalogo a 30 e passa euri).
Quella per la bag più cool è una delle competizioni sotterranee tra i vari festival, benché nell’ultimo paio d’anni sia visibile un po’ ovunque la tendenza al contenimento costi e a un’obbligata sobrietà. Stavolta la Berlinale la butta sull’ecologico, con un manufatto in juta, o simil tale, con impresso in nero l’orso-logo, una borsa molto bio e molto sostenibile, in linea con la sensibilità dominante in città. Proprio mentre la ritiravo ho avuto modo di scambiare qualche battuta con una signora che, celiando, m’ha detto “ci metta pure il telo da bagno”, perché davvero la bag fa un po’ spiaggia. Signora italian speaking, anzi italiana proprio, la quale dopo aver adocchiato il mio nome sull’accredito s’è messa a parlare nella sua e mia e nostra lingua. In un breve ma interessante dialoghetto. Qui da parecchi anni, e dunque buona e attendibile testimone, mi diceva che gli italiani a Berlino sono molti, sempre di più, la seconda comunità ormai, ne sono arrivati ventimila solo negli ultimi due anni, tutti ragazzi in cerca di lavoro, opportunità. “Ma che ci vengono a fare? Glielo dica, diteglielo di stare a casa! Ma cosa si aspettano di trovare? Che poi finiscono a fare i camerieri e i pizzaioli quando va bene, o a suonare sopra i ponti, come m’è capitato di vedere l’altro giorno. Arrivano pieni di illusioni, non sanno che anche a Berlino è dura, e poi – che se lo mettano bene in testa – qui sarai sempre un immigrato. Restino in Italia che è meglio”. Ecco, la fuga dei cervelli spiegata da un’italiana che a Berlino ci sta da una vita, e sa di cosa parla. Su quanta nostra gente ci stia qui c’ha proprio ragionissimo, visto che anche in hotel alla reception mi son trovato una ragazza italiana (non tutti fanno i pizzaioli, evidentemente). Zero dialogo invece con il taxista che da Tegel mi ha portato all’hotel. L’anno scorso avevo beccato un simpaticissimo e loquace tedesco di origine caucasica che mi aveva intrattenuto sulle minoranze etniche dell’Abkhazia, del Nagorno Karabak ecc., e sul come i tedeschi non ci capissero niente di quella babele. Stavolta invece driver mutissimo, direi dall’aspetto un est europeo. L’ultima parte di questa noterella è per forza dedicata al tempo che fa. Dato che la Berlinale si svolge nel glaciale febbraio, per chi ci viene il tormentone, anzi l’ossessione è sempre: ma quanto freddo farà? e come mi vesto? e quanto mi copro? Perché qui quando tira il vento tagliente che vien dalle steppe russe o dal Baltico son brividi veri. Le previsioni danno tutta la settimana sottozero. Quando sono atterrato nevicchiava, e continua. Fa di sicuro più freddo dell’anno scorso (un inverno eccezionalmente mite). Però non così terribile come alla mia prima Berlinale. Era il 2012, c’era ghiaccio dappertutto, anche sulla Sprea, e -15.BerlinBadgeOrizzontale

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