Berlinale 2015. Recensione: 45 YEARS, con una Charlotte Rampling da premio

45 Years, un film di Andrew Haigh. Con Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells. In concorso.201506056_1Un imprevisto turba la tranquilla routine di una coppia inglese che sta per festeggiare i 45 anni di matrimonio. Per slittamenti impercettibili, tutto inesorabilmente cambia. Cinema dell’allusione. Un film di sguardi, di conversazione, di detto e non-detto. E di attori. Rampling meravigliosa, semplicemente. Questo film è suo. Voto tra il 6 e il 7
Questo è il film di Charlotte Rampling, è Charlotte Rampling. Una meraviglia di signora e di attrice che se ne frega di lifting e aiuti vari, ed è bellissima. Tant’è che 45 Years, che è cosa di parecchi meriti anche se non eccelsa, finisce con l’essere un vehicle al suo servizio. Candidata naturale al premio come migliore attrice di questo festival, sempre che non le preferiscano qualche guatemalteca sconosciuta, o rumena, o mozambicana, di quelle che tanto piacciono alle giurie festivaliere, che hanno il loro giorno di gloria per poi rivenire inghiottite dall’anominato da cui son venute. Premio o non premio, Rampling è Rampling, e c’è da sperare che questo 45 anni la porti parecchio lontano nella stagione dei premi 2015/16. Film di scrittura, di conversazione, di attori perfetti. 45 anni è questo, un prodotto impeccabie, assai british, di un regista trentenne e qualcosa che sa ripercorrere e filtrare la tradizione più borghese e countryside di tanto cinema passato del suo paese. Le brume intorno al cottage, i cani, il giardino, i riti di buon vicinato. Geoff e Kate sono sposati da anni 45 e si apprestano a festeggiare il traguardo con amici e conoscenti, il party è di lì a pochi giorni, a Kate dicono di scegliere la colonna sonora e lei: Platters, Moody Blues, Turtles. “Elton John?”, le chiedono: “No, Elton John no”. Non si parla molto del loro passato, il regista ce li mostra nella routine, gli stessi gesti, le stesse cose, le stesse parole. Tutto rassicurante, perché un matrimonio riuscito è anche la bella noia di sapere tutto dell’altro. Ma ecco l’imprevisto. Arriva una lettera dalla Svizzera per Geoff, hanno trovato, sotto ghiaccio, perfettamente conservato, il cadavere della sua prima fidanzata, scomparsa durante una loro vacanza sulle Alpi nel 1962. Lo invitano a presentarsi, a riconoscere il corpo. E quella presenza in forma di fantasma si insinua man mano tra i due, si installa nella casa, muta impercettibilmente e inesorabilmente gli equilibri. Kate scopre cose che Geoff le ha sempre taciuto. Che lui e la sua girlfriend si sarebbero dovuti sposare, che lui l’ha molto amata e forse non l’ha mai dimenticata. Un dettaglio dopo l’altro – rivelazioni minime, scoperte minime – che riscrivono agli occhi di Kate i 45 anni insieme a Geoff e glieli fanno apparire diversi. Come quando osservi lo stesso panorama, ma da un altro punto di vista. Tutto come prima, niente più come prima. Storia minima che si affida tutta alle parole, agli sguardi, al body language dei due protagonisti, tutto molto understated, tutto nei modi civili e beneducati della britishness. Non si alza la voce, ma si può essere lo stesso crudeli. L’armonia non è più recuperabile, è andata perduta. Uno di quei film che non son proprio my cup of tea, tanto per stare in metafora inglese. Così bon ton da risultare a volte asfissiante, e non così deciso e coraggioso nello scoperchiare ambiguità e peccati nascosti, come invece certi Losey-Pinter di una volta. Geoff è Tom Courtenay, gloriosa icona del Free Cinema, ma è lei, Charlotte Rampling, il perno intorno cui ruota tutto, colei che tutto regge. E i suoi occhi, i suoi sguardi, sono ancora finestre aperte sull’abisso, lame che squarciano, come ai tempi di La caduta degli dei, di Addio fratello crudele, di Il portiere di notte.

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