Berlinale 2015. KNIGHT OF CUPS di Terrence Malick (recensione). Un capolavoro imperfetto, e capolavoro perché imperfetto

Knight of cups di Terrence Malick. Con Christian Bale, Natalie Portman, Cate Blanchett, Antonio Banderas, Imogen Poots, Brian Dennehy, Armin Mueller-Stahl, Freida Pinto. In concorso."Knight of Cups"Finalmente svelato il nuovo film del più mitologico dei registi. Picchi sublimi e abissi di kitsch in ugual misura. Frammenti e immagini della vita di un uomo in crisi, un percorso scandito dalle figure dei tarocchi. Certo, si cade spesso nel ridicolo, ma il ridicolo è il prezzo da pagare per arrivare dove nessun altro regista oggi riesce ad arrivare. Voto 8 e mezzo-1Ecco, l’ho visto, Malick (intendo il film, lui non si è palesato, as usual). Sono uscito da una decina di minuti da un Palast gremito come non mai. Mi son messo in coda un’ora prima, e già c’era una folla davanti a me. Com’è stato? Com’è questo Fante di coppe? A fine proiezione non ci sono stati fischi e nemmeno i temuti buuh, invece parecchi applausi da parte degli irriducibili malickiani, che son tanti, almeno quanto gli haters. Io mi considero un malickiano, ma irriducibile no, l’integralismo di nessun tipo e nessun colore mi appartiene, figuriamoci al cinema. Laicamente, da laico devoto a Malick, dico che questo Knight of Cups sta al di sotto, ma non di molto, all’immenso e credo invalicabile The Tree of Life, e che ha vertici assoluti da estasi e abissi di kitsch, e del resto si sa che tra le due categorie i confini sono alquanto porosi. Mistico, misterico, sapienziale. Con un voice over a raccontarci la parabola di una padre, re d’Egitto, che manda il figlio in una terra lontana a cercare una perla preziosa, solo che il rampollo perde la retta via. Chiaro no? Rick, il protagonista del film (Christian Bale) è un uomo nella migliore età della sua vita che ha smarrito la via, vive a Los Angeles, città più di demoni che di angeli, lavora per Hollywood, ed è immerso nella Hollywood Babilonia di ogni possibile vizio e peccato. Lussi e lascivie. Donne, coca, varie sostanze alteranti, party, ville satrapesche, sciupii vistosi e immorali e forse immondi. Rick è immerso nel buio di questa vita senza senso e senza morale e senza scopo, e però, nonostante la faccia ingrugnita e afflitta, non se la passa poi così male. Trivialmente, il film potrebbe essere riassunto nella plebea formula ‘chiagni e fotti’. Rick ha perso la strada, cerca di uscire dal buio, ha smarrito se stesso, è letteralmente un’anima persa e in pena, però passa da una donna all’altra, una più strafiga (si potrà dire?) dell’altra, tutte lo amano ma tutte lui le lascia, quando non sono loro a lasciare lui (delle volte la cosa non è molto chiara). Intanto, mentre se la vede con le varie Natalie Portman, Imogen Poots, Cate Blanchett e con una lap-dancer da urlo (non conosco il nome dell’attrice), vaga per paesaggi metropolitani o desertici, o marini, spesso con i piedi nell’acqua, e si sa che per Malick l’acqua è un feticcio. Narrazione scandita in capitoli con le figure dei tarocchi: la Luna, l’Appeso, l’Eremita, la Morte, la Torre, il Giudizio, e scusate se ne dimentico qualcuno. Come in una tour di Jodorowsky. A ogni figura se ho ben capito dovrebbe corrispondere uno spicchio dell’avventura umana di Rick, o della sua ricerca spirituale, o, al contrario, della negazione da parte sua del lato nobile di sé per privilegiare il lato oscuro. Vediamo un padre collerico e folle, un fratello dalla vita disgraziata, una donna che potrebbe diventare la donna-guida di Rick ma non succederà, ed è un medico, Cate Blanchett, impegnata nella cura degli ultimi. Malick, come in The Tree of Life, e anche molto di più, racconta per immagini, visioni e simboli. La sua visione cosmica qui si radicalizza e si fa totalizzante, siamo tutti corpuscoli di un insieme più grande, quel che possiamo, quel che dobbiamo fare, è passare dal buio alla luce, e cercare la nostra strada in questo mondo. Dove siamo solo viaggiatori, pellegrini. Si può sghignazzare di fronte a questa filosofia da salottino e anche da trivio, e ci si può commuovere. A me è capitata l’una e l’altra cosa, e in dosi massicce. Con prevalenza della seconda. Dio mio, quando Malick tenta il sublime e ci azzecca, c’è da rimanere sbalorditi, e tramortiti da quanta bellezza riesce a produrre. Mai si son visti cieli fotografati così, mai una Las Vegas così. E acque che sommergono e tracimano, e vetri che riflettono e duplicano le immagini e i corpi, in una visualità netta, precisa, iper realistica e insieme cangiante. Se, Dio mio, solo dosasse meglio le parole, se solo Malick non eccedesse in sentenziosità, se solo evitasse cosacce come due mani che si immergono in acque pure e subito la voce fuori campo che sentenzia: “Vita”, come nella pubblicità di un’acqua rocchetta qualsiasi. Ma di fronte ai geni, e Malick lo è, bisogna riconfigurare anche gli schemi mentali nostri, i nostri parametri di giudizio e, per dire, cominciare a pensare che il sublime per realizzarsi ha bisogno di un bel po’ di necessaria, irrinunciabile volgarità, e banalità. Questo è un film da cui lasciarsi incantare, pensando che anche le parti indigeribili sono ostacoli di un percorso iniziatico messi lì apposta dal nostro Maestro. Bisogna accettare questo per amare Malick, il Malick di oggi, e questo film. Sghignazzare è facile, ma ti fa perdere anche il bello e il meglio. Incredibilmente, in Knight of Cups affiora ancora una volta l’eterno archetipo filmico costituto da Otto e mezzo di Fellini. Sì, diciamolo senza vergogna, rischiando l’ovvio. Qui Malick realizza il suo Otto e mezzo, componendo il suo harem e il suo album dei ricordi di famiglia. Con figure-simbolo, come già aveva fatto Fellini e qui addirittura tarocchizzate. A-sa-NI-si-MA-sa. In Knight of Cups non c’è quella scena, ma potrebbe starci benissimo (e qua e là, nei party di Hollywood Babilonia e Sodoma, nella città ripresa senza umani nella sua pulizia, nel suo rigore architettonico c’è pure un bel po’ di La grande bellezza di Sorrentino, e adesso datemi del pazzo).

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