Berlinale 2015. AFERIM! (recensione). Dalla Romania un gran film autoriale e popolare

201508081_1-700x466Aferim! di Radu Jude. Con Teodor Corban, Mihai Comanoiu, Cuzin Toma, Luminita Gheorghiu.201508081_2Uno dei quattro film migliori del concorso (gli altri sono Larrain, Malick e Greenaway). Una specie di western nella Valacchia del 1835. Due uomini – padre e figlio – partono alla ricerca di uno schiavo per riportarlo dal suo padrone. Sì, perché in quel tempo ancora esistevano gli schiavi in quella parte d’Europa, ed erano tutti di etnia rom. Comprati, venduti. Torturati e uccisi nel caso sgarrassero. Un film che in forma di racconto popolare ci dice di pregiudizi, oppressioni, segregazioni etniche. Con molte allusioni all’oggi. Un film che farà strada. Voto 8201508081_4A modo suo è un western. Solo ambientato nella Valacchia (diciamo più o meno l’attuale Romania: più o meno) del 1835, in un Est Europa ancora affondato nel Medioevo e non investito da nessun lume della rivoluzione francese, e con i Turchi alle porte. Tutto in bianco e nero, tra paesaggi selvatici che sembran naturalmente fatti per l’avventura e il grande schermo. Ma se Aferim! (vocabolo che viene dal turco e prima ancora dal persiano, e sta per ‘bravo’) è anche avventura, ben altri, e più importanti e densi, sono i temi intorno ai quali ruota la narrazione. La schiavitù, innanzitutto. Sì, nel 1835 in Valacchia e immagino in varie aree attigue gli schiavi esistevano ancora, erano rom, zingari insomma, comprati e venduti dai vari signorotti locali e usati per lavori forzati, e le mansioni peggiori, più pesanti. Privi di ogni diritto. Torturati e uccisi nel caso osassero sgarrare, o solo per il capriccio del padrone di turno. Un universo non poi così lontano da quello mostrato da Tarantino in Django Unchained o da Steve McQueen in 12 anni schiavo. Aferim! scoperchia coraggiosamente questo aspetto oscuro della storia rumeno, e lo fa attraverso un racconto esemplare e didascalico, ma anche potente, avvincente, semplice e complesso e stratificato come un romanzo popolare, una narrazione orale. Gran film di cui, credo, sentiremo parecchio riparlare nei prossimi mesi. Il gendarme Costandin, un brav’uomo nonostante l’aria rude, e il figlio ventenne partono alla ricerca (a cavallo, come ha da essere in un western) di uno schiavo scappato via e probabilmente intenzionato a raggiungere l’Impero ottomano per arruolarsi. Ma il suo padrone lo rivuole a ogni costo. Il viaggio picaresco di padre e figlio si snoda tra villaggi miserabili, imboscate, incontri (come quello con il prete ferocemente antisemita: “Gli zingari sono essere inferiori, ma uomini. Gli ebrei non lo sono”). Grazie a una soffiata riusciranno a mettere le mani sul fuggitivo, nascosto in una fattoria. Con lui un bambino, anche lui rom, anche lui schiavo. I due cacciatori di taglie, perché tali alla fin fine Costandin e figlio sono, li catturano, se li portano via. Naturalmente durante il ritorno conosceranno meglio il fuggitivo, la cui colpa è stata di essersi portata a letto la moglie del padrone. Un affresco fitto di figure e figurine, locandieri, puttane, lerci sfruttatori, gente infame e gente perbene. Dove si parla della difficile coabitazione tra gruppi etnici e religiosi, cristiani ortodossi, ebrei, turchi musulmani. Con parecchie e volute allusioni all’oggi, a quel mosaico sempre instabile e sull’orlo delle rese dei conti inter-etniche che sono i Balcani e i loro dintorni, e non solo quelli. Ci si aspettava, almeno io mi aspettavo, un film alto-autoriale, severo e rigoroso, invece Aferim! sorprende per il suo tono da ballata popolare, con una lingua incredibilmente viva che pure mi dicono filologicamente plasmata e ricalcata su testi d’epoca. E qua e là non si può non pensare all’Armata Brancaleone. Aferim! è uno dei vertici di questa Berlinale, e possibile Orso.

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