Berlinale 2015. VERGINE GIURATA (recensione). Molti applausi per l’unico film italiano del concorso

201506319_2Vergine giurata (Sworn Virgin) di Laura Bispuri. Con Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli, Lars Eidinger, Luan Jaha. Concorso.201506319_4A fine proiezione c’è stata un’esplosione di applausi come solo per Larrain e Greenaway. Che noi italiani presenti al Palast quasi non ci credevamo. Alba Rohrwacher è un’albanese che, come consentito dalle leggi claniche del suo popolo, si è fatta socialmente uomo, è diventata vergine giurata. Ma verrà il momento in cui quella sua parte cancellata di femminilità si farà sentire. Non male, ma il film ci mette un’ora per decollare, e le incongruenze non mancano. Voto 6 201506319_1Mica per autocitarmi, ma insomma l’avevo scritto che questo film di produzione italiana sembrava fatto apposta per la Berlinale. A questo pubblico amante dei forti sapori e delle storie spesse non poteva non piacere la storia di una ragazza dell’Albania profonda costretta dalle regole claniche a farsi socialmente uomo per sopravvivere e avere qualche margine di libertà e autodeterminazione. Figuriamoci, con dentro cose come il cross-dressing, il lesbismo evocato, la cavalcata tra i generi sessuali, Vergine giurata risulta perfettamente congeniale a una delle città più gay-friendly al mondo. Difatti, al Palast alla proiezione stampa misto pubblico c’era una coda che neanche per Malick, con noi italiani increduli di fronte al potere d’attrazione di un film con Alba Rohrwacher, oltretutto diretto da una regista esordiente e poco conosciuta che risponde al nome di Laura Bispuri. Film non così male, ma neanche memorabile, da inserire a metà classifica tra quelli del concorso, nel gruppone insomma. Eppure alla fine applausi forti e perfino grida di gran soddisfazione e consenso. Che se penso alla freddezza con cui hanno accolto Wenders o Herzog, e lo stesso Malick, mi viene il magone, ecco. Comunque, viva l’Italia, viva Rohrwacher (però non così mascolina come si dovrebbe quando deve fare l’uomo, difatti la cuginetta furba e milanesizzata la sgama subito). Tratto da un romanzo dell’albanese Elvira Dones edito a suo tempo da Feltrinelli, Vergine giurata ci racconta di Hana, povera orfana sulle montagne tra Nord albanese e Kosovo, allevata dagli zii insieme alla loro figlia Lila. Le due ragazzine crescon come sorelle, con Hana, la più forte e decisa, che tende naturalmente a proteggere l’altra, più sognatrice. Hana, che sviluppa presto attitudini da uomo, dandosi da fare per procurare cibo alla famiglia ad esempio, usando il fucile, tutte cose severamente proibite alle donne dal Kanun, l’insieme di leggi e prescrizioni che da secoli regolano la vita sociale degli albanesi (a un certo punto la zia elenca tutto quello che una donna non può fare, e vengono i brividi). Cercheranno, i maschi del villaggio, di punirla, di violentarla, per queste sue invasioni di campo e di genere. Tant’è che il saggio zio le consiglia per la sua sicurezza di trasformarsi in vergine giurata, figura prevista dal Kanun, una donna che ufficialmente nel corso di una cerimonia proclama di rinunciare alla propria femminilità, di rinunciare per sempre a fare l’amore con uomo, e da quel momento comincia a vestirsi e comportarsi da maschio. E come tale viene accettata/o. Dopo anni Hana, anzi Mark, come ormai tutti la chiamano, si presenta dalla cugina-sorella emigrata in Italia. La quale nel frattempo si è abbastanza integrata, ha messo su famiglia, ha una figlia adolescente totalmente immersa nella realtà italiana (“io dell’Albania non so niente, so solo che la capitale è Tirana”). Sarà un impatto complicato. Ma capiremo che cosa abbia spinto Mark ad andare via dal paese, a buttarsi in un mondo nuovo, ed è la voglia, il bisogno di riscoprire la parte femminile cancellata. Una storia con dentro parecchio di interessante, perfino irresistibile. Solo che per un’ora si va avanti lentissimamente, la regista, come molti cineasti delle nuove generazioni, procede per ellissi, rischiando la non-narrazione. Insiste pochissimo ad esempio sulla realtà delle vergini giurate – la cerimonia è sbrigata in pochi secondi, niente ci viene detto e mostrato della loro vita tra le montagne albanesi – che dovrebbe essere invece il nucleo irradiante del plot. Ci sarebbero voluti meno vagabondaggi di Mark/Hana per Milano e più fatti lassù tra i picchi nevosi. Vergine giurata si scalda e prende quota a due terzi, con l’ultima parte, quando i vari fili si intrecciano e tutto si incastra, che è la migliore. Molte però le incongruenze e i bruschi passaggi. Ma se Hana da ragazzina mostra tendenze così spiccate ai comportamenti maschili perché mai poi rinnega la sua identità di vergine giurata? Non so nel libro, ma il film risente molto pesantemente di questa vistosa contraddizione. Nel ruolo del ragazzo della piscina con cui Mark scopre il sesso e capisce definitivamente di voler tornare a essere Hana c’è l’attore, Lars Eidinger, che nello svizzero Dora abbiamo visto come amante di una ragazza mentalmente disabile. Ci ha la faccia per gli amori complicati. Uno da tenere d’occhio, mi sa che lo ritroveremo. Scena di culto: il funerale là tra i monti d’Albania, che uno così non l’abbiamo visto mai. Interminabili crediti produttivi all’inizio, tant’è che son scappate parecchie risatacce in sala. Nel listone spuntano anche la Trentino-Alto Adige Film Commission e (come in Cloro, presentato qui a Generation+) la Banca del Fucino. Se ne deduce che molte delle montagne albanesi che vediamo son recitate con ottimi risultati da quelle trentine-sudtirolesi e abruzzesi.

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