Berlinale 2015. NASTY BABY (recensione). Non il solito film gay, anche se ha vinto il Teddy Award

Nasty Baby, un film di Sebastian Silva. Con Sebastian Silva, Kristen Wiig, Tunde Adebimpe, Agustin Silva. Prodotto da Juan de Dios Larraín e Pablo Larraín. Presentato alla Berlinale a Panorama Special. Vincitore del Teddy Award fiction, il premio assegnato al miglior film a tema LGBT.201510476_1Brooklyn, oggi. Una coppia gay e un’amica decidono di avere un figlio tramite fecondazione assistita, loro ci mettono lo sperma lei il resto. Per un’ora siamo dalle parti del queer-movie più politicamente corretto, con tanto di sogno omogenitoriale in via di realizzazione. Poi il regista Sebastian Silva introduce un colpo di scena che fa virare Nasty Baby verso il noi e il dark, e tutto cambia. Un film che farà molto discutere, e avergli dato a Berlino il Teddy Award, il più importante premio gay assegnato a un festival, è un segno di coraggio. Voto 7201510476_2Uno dei film più discussi e interessanti di questa Berlinale. Beneficiato da un word-of-mouth assai favorevole. Nonostante che al Sundance, dov’era stato presentato subito prima di Berlino, avesse ricevuto critiche parecchio malmostose da certi media americani. Mai mi sarei aspettato che vincesse il Teddy Award, perché Nasty Baby è sì un queer movie, di esistenze e esperienze gay parla a racconta, ma scostandosi parecchio rispetto alla narrazione che intorno alla condizione LGBT si è consolidata nell’ultimo paio di decadi. Forse i giurati si sono lasciati sedurre dalla prima – omosessualmente correttissima – parte, con una coppia gay e una loro amica che decidono di avere un figlio, ovverossia lei tenterà di averlo attraverso la fecondazione assistita ricorrendo allo sperma di entrambi. Il trionfo della gender culture, della genitorialità espansa oltre i ruoli maschile e femminile, fino al genitore A e B, e qui anche C. Sì, per almeno tre quarti d’ora Nasty Baby è questo, solo che dopo ci sarà un twist clamoroso, avverrà qualcosa che spaccherà quell’armonia, che deturperà quell’arcadia. Mettendo sotto accusa dura il sogno rincorso delle nuove famiglie gay (in questo caso gay con un lato del triangolo eterosessuale). Nasty Baby non è un capolavoro, ha il difetto di una costruzione sconnessa, con quell’esplosivo colpo di scena che suona incongruo. Ma che lo porta dal queer movie pucci-pucci (le coppie carine dei film gay carini sono anche più melense di quelle etero) al noir con sangue, fantasmi, colpe senza espiazioni. Un bel salto, e dev’essere stato questo a non piacere ai critici americani, che sulle sceneggiature e sulle incongruenze drammaturgiche non perdonano niente, e non fanno il minimo sconto. Tanto che un recensore Usa sul web ha parlato, per il regista Sebastian Silva, di un deciso passo all’indietro, di involuzione di un autore considerato finora assai promettente. Silva – che è anche l’attore co-protagonista di Nasty Baby nella parte del fidanzato un filo fragile di nervi di un bravo e più solido ragazzo afroamericano -, in America aveva acquisito una buona fama qualche anno fa con il suo assai apprezzato e premiato La Nana/The Maid (da noi titolato ignobilmente Affetti e dispetti). Film girato e prodotto nel patrio Cile che però gli aprì le porte dell’America e del cinema indie, consentendogli di realizzare poi negli Usa Magic Magic con Juno Temple e Michael Cera (molto atteso – ricordo – alla Quinzaine a Cannes 2013 e rivelatosi invece assai deludente alla visione). Adesso rieccolo come regista-interprete di questo Nasty Baby, girato sì in America, girato sì in inglese, ma prodotto da Pablo Larrain e dal fratello Juan de Dios, ormai i veri potenti del cinema cileno.
Siamo a Brooklyn, terra promessa oggi di ogni neo-bohemian. Freddy è un fotografo-artista visuale, gay esemplarmente postmoderno coabitante con l’amato partner Mo, un afroamericano che con il suo solido buonsenso bilancia di Freddy le intemperanze nevrotiche. Tra cui possiamo collocare il suo desiderio, diventato ossessione, di avere un figlio. Proveranno, lui e Mo, a coinvolgere nel progetto l’amica Polly, la quale accetterà di farsi fecondare con il loro sperma. Nonostante i plurimi tentativi faticherà a rimanere incinta. Sarà in una notte matta che Polly, iniettandosi da sola lo sperma fresco fresco appena prodotto dai due amici là in bagno, ce la farà finalmente nell’impresa. L’armonia realizzata, il sogno omogenitoriale allargato è a un passo dal compimento. Ed è qui che il Silva autore-regista introduce la rupture che non t’aspetti. Attenzione, da qui in avanti spoiler. Rientrando a casa, una notte Freddy aggredisce esasperato un homeless che da tempo disturba la tranquilla vita di quartiere. Quando si rende conto di averlo ferito gravemente, lo trascina in casa, lo ficca nella vasca da bagno, chiama e coinvolge – in preda a una crisi di nervi – l’amato Mo, l’amica Polly e un vicino-amico. Fino a che, in preda a un parossistico attacco, uccide il ferito soffocandolo, mentre fidanzato e amici assistono senza intervenire. Non dico cosa accadrà poi, se non che la (diciamo così) nuova famiglia espansa – lui, il partner e l’amica incinta – si comporterà esattamente come quelle tradizionali più colluse e criminali e omertose, pronte a ricompattarsi per nascondere i misfatti di uno dei loro membri. Finale sconvolgente, che alla Berlinale è riuscito a scuotere una delle platee più sgamate del mondo. Ora, il film è come spezzato in due, tra il prima e il dopo il delitto, senza che le due parti riescano a saldarsi secondo un minimo di coerenza narrativa. Nasty Baby è, da questo punto di vista, un prodotto fallato, incerto, così contraddittorio da autodivorarsi e autosabotarsi. Eppure è questa falla, è la sua incompiutezza, è l’improvvisa torsione del racconto, a renderlo tanto interessante. Il delitto, pur incongruo e immotivato, finisce con il diventare la cartina al tornasole del rimosso, del non-detto, di ciò che si celava sotto l’apparente, gaya perfezione della prima parte. Leggendo Nasty Baby per quanto non ci dice esplicitamente ma ci lascia intuire, se ne può anche dedurre che nessuna arcadia omogenitoriale esiste, che le nuove famiglie, e le alleanze e collusioni al loro interno, possono essere devianti e deviate tanto quanto nelle famiglie più arcaiche e patriarcali (e ferrignamente eterosessuali). Non so quanto volutamente, o quanto inconsapevolmente, Sebastian Silva con il suo film ci consegna una spietata critica al narcisismo di tante vite neo-bohémian (gay o non gay poco importa) votate primariamente alla soddisfazione delle proprie pulsioni, incapaci di una sia pur minima limatura alle pretese illimitate del proprio Io desiderante. Memorabile la sequenza della visita del trio alla famiglia afroamericana di Mo. Che la giuria del Teddy Award di Berlino – di sicuro il premio gay più importante di tutti i festival di cinema – abbia scelto un film così urticante è un buon segno, vuol dire che si comincia coraggiosamente a guardare oltre i film queer a una sola dimensione, acritici, spesso agiografici, affondati nella convenzione del politicamente corretto. Kristen Wiig, interprete e co-sceneggiatrice non troppi anni fa di un clamoroso hit al box office americano come Le amiche della sposa, si rimette coraggiosamente in gioco nel ruolo di Polly. Nasty Baby rischia di diventare nei prossimi mesi un caso, teniamolo d’occhio.

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