Recensione: TIMBUKTU. Nell’Africa dove l’Islam fondamentalista avanza (film importante, ma non grande)

a0e799d353c7c68c2841a4bd898d2d45Timbuktu, un film di Abderrahmane Sissako. Con Ibrahim Ahmed detto Pino, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi. d33ba5badd499017537907768c4ee06eDalle parti di Timbuktu, Mali, un gruppo islamista-estremista impone la sharia alla popolazione terrorizzata. Per le donne non solo il velo ma anche guanti e calze. Proibiti il fumo e la musica. Un tribunale commina pene corporali ai trasgressori. Assistiamo alla lapidazione di una coppia adultera: una scena che a Cannes ha fatto sobbalzare i pur scafati giornalisti. Un film importante,ma – sorry – non un bel film. Gravato com’è da un’ambigua tendenza all’estetizzazione. Voto 5
0435e3802d27f53b1c5bd0588db36e7dFilm che è molto piaciuto fin da quando, lo scorso maggio, è stato presentato a Cannes in concorso. Da dove è uscito, pur essendo tra i favoriti, senza un premio. Ma da allora ne ha fatta molta di strada, è tra i candidati all’Oscar come migliore film straniero (battendo bandiera mauritana) e stasera – è venerdì 20 febbraio 2015 – vedremo quanti César si beccherà, César per i quali ha ottenuto un nugolo di nomination. Film importante, perché va dritto a uno dei problemi centrali dell’Africa di oggi, e non solo dell’Africa, l’avanzata (irresistibile?) delle forze islamiste-integraliste-fanatiche lungo quella linea di faglia che si situa tra grande deserto e paesi subsahariani. Avanzata di cui i misfatti del gruppo (nord) nigeriamo Boko Haram sono un caso eclatante.
Sissako affronta la questione circoscrivendo un’area dalle parti di Timbuktù, Mali, e ritraendo un gruppo di abitanti di villaggi e aree rurali messi sotto pressione dalla crescente isteria islamico-rigorista di un gruppo di fanatici armati. I quali impongono la sharia, o meglio un’interpretazione rigida che ricorda quella dei talebani del peggiore Afghanistan, obbligando le donne non solo al velo, ma pure a calze e guanti, punendo con la lapidazione gli adulteri, proibendo la musica e il fumo (quello delle sigarette, intendo). In una spirale paranoide che produce un terrore sempre più diffuso e mantenuto con la forza delle armi. Tribunali islamisti giudicano comportamenti e reati, e comminano le pene, quando non sono morti sono decine di frustate. Con alcuni personaggi che balzano in primo piano rispetto al coro dei tanti, e sono un brav’uomo del deserto, sua moglie, sua figlia. Un pescatore. Uno degli islamisti che però segretamente desidera e pecca. Una sorta di strega di villaggio che si permette di irridere tutti. Ma a dominare sono loro, gli uomini armati e barbuti che impongono la legge coranica, e invano gli si contrappone un imam ragionevole e moderato. Un quadro agghiacciante, da paura vera, da brivido. Con almeno una sequenza agghiacciante, quella della lapidazione di una coppia adultera sepolta nella sabbia fino al collo. Ma basta porre all’attenzione del pubblico una questione calda, caldissima, come l’avanzata dell’islam più fanatico per fare di un film un grande, o almeno, un buon film? Domanda di cui sappiamo, sapete già la risposta. No che non basta. Questo Timbuktu rischia di essere un film parecchio importanta per ciò che ci fa vedere e ci ricorda, ma un buon film no, non riesce a esserlo. Di esasperante lentezza veteroautoriale, di quell’autorialismo anni Sessanta che pareva consegnato al museo del cinema, invece no, ogni tanto rispunta dove e quando meno te l’aspetti. Simbologie e metafore grevi, a partire dalla prima inquadratura, quella di una povera gazzella inseguita e presa di mira da una camionetta di gente armata, e son gli islamisti che poi vedremo scorrazzare tra gli umani, e trattarli come bestie. Inquadrature leccatissime e raffinatissime di paesaggi africani e di villaggi di meravigliosa architettura spontanea, così belli che ogni tentativodi denuncia viene subito nullificato da quel glamour paesaggistico smaccatamente esibito con un’impudicizia che direi (e nessuna si offenda, per carità) voyeuristica. Uso smodato di musica ad accompagnare anche scene pesanti. Inquadrature in controluce che sarebbero da proibire per legge. Perfino mujaheddin inquadrati di notte su sfondo di luna piena. Questo è un film che estetizza pericolosamente, cala l’enormità del suo discorso in un album da turismo ecosostenibile e consapevole, ma sempre turismo, e che non riesce mai a convincerci con la sua smodata estetica degli stracci, anche quando assume i toni e i modi del documento antropologico. La terribile sequenza della lapidazione è mostrata in montaggio alternato con la danza di un uomo al cospetto di una donna-strega. No, spiacente, son cose che non si fanno. Sissako ha realizzato un film coraggioso, si è esposto, lui e il suo lavoro vanno sostenuti in ogni modo. Ma il cinema grande è altra cosa. Babele di lingue in questo Timbuktu: arabo, bambara, un’altra lingua africana di cui non ricordo il difficile nome, francese, inglese.

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