Recensione: SELMA. Questo pezzo di vita di Martin Luther King è molto meno agiografico di quanto ci si aspettasse

SELMA?????Selma – La strada per la libertà, un film di Ava DuVernay. Con David Oyelowo, Tim Roth, Tom Wilkinson, Giovanni Ribisi, Oprah Winfrey, Alessandro Nivola, Cuba Gooding Jr, Carmen Ejogo. Candidato all’Oscar del miglior film.?????Tra 1964 e 1965, i mesi cruciali nella vita di Martin Luther King, quando preparò e guidò in Alabama la marcia di protesta da Selma a Montgomery per il diritto dei neri al voto. Il prima, il durante, e anche il dopo, di quell’evento, in un film rispettabile che riesce ad evitare le secche dell’agiografia. Con uno stile registico distaccato e storicizzante che niente concede alle convulsioni e alle iper-espressività del cinema militante. Buona riuscita. Ma piacerà al pubblico questo Selma così alieno dalla ruffianaggine? Voto 7+?????Ava DuVernay l’avevo visto al Venezia Film Festival un paio di anni fa presenziare alla proiezione del suo The Door, il quinto degli Women’s Tales prodotti da Prada/Miu Miu con registe di tutto il mondo. Lei, una ragazzona afroamericana assai elegante, come peraltro il suo minifilm, un interno di borghesia nera americana, con una giovane donna bella e inquieta, percorsa da inesplicati turbamenti. Ci sarà un’altra donna, e un’altra, e un’altra ancora che cercheranno di disattivare quel suo spleen. Un’operina assai elegante e fashionista, tutta da-lei-a-lei, con un che di lesbochic sospeso nell’aria, formalmente accuratissima, distaccata come un Antonioni d’annata. Lontana abissalmente, con il suo glamour e i suoi climi bourgeois, da ogni cinema black politicamente denunciatorio e militante (penso a Spike Lee, per dire). Difatti quel corto fu accolto freddamente dal pubblico, che, si sa, da una regista afroamericana si aspetta, vuole, esige?, il solito j’accuse (contro lo stato, le istituzioni, la polizia, e via dilagando con i bersagli).
Quando ho letto che proprio Ava DuVernay stava girando Selma, non un biopic di Martin Luther King ma la ricostruzione di una stagione strategica della sua vita e del suo impegno, son rimasto perplesso. Non mi sembrava la regista adatta. Vedendo adesso il film mi son dovuto ricredere. Selma è una riuscita superiore alle attese, in primis per una sceneggiatura che non punta all’ennesima santificazione del suo protagonista, ma esplora con un certo coraggio anche le zone d’ombra e le contraddizioni sottese alla marcia che cambiò per sempre la condizione dei neri d’America, e l’America tutta, quella in Alabama, da Selma a Montgomery nel 1965. Ma anche DuVernay ci mette parecchio del suo nel conseguimento dell’ottimo risultato. Attraverso una conduzione registica attentissima alla messa in scena, agli equilibri delle inquadrature e alla loro costruzione, con, nelle scene di massa, la folla disposta secondo schemi quasi geometrici. In un mood che resta freddo, se non raggelante, con una macchina da presa che si tiene preferibilmente a una certa distanza dai suoi personaggi, che non li invade, non punta sulla loro fisicità, il linguaggio del corpo, l’espressività espansa ed esasperata, ma guarda, osserva, descrive, prende nota, registra. Un film dove l’urlo, anche quando c’è non si fa sentire quasi, dove anche la violenza e il sangue sono rappresentati con occhio documentaristico e oggettivizzante. Passione e indignazione ci sono, ma senza tracimare, trattenuti come sono dal pudore. C’è voluto del coraggio a fare un film così, con una materia che facilmente si poteva surriscaldare e poteva portare dritto nella galleria del cinema semplificatorio, santificante, delle buone intenzioni. Nel paradiso infernale del politicamente correttissimo. Siamo a un pezzo di storia cruciale del Novecento esplorato e presentato come in una lectio accademica. In quei mesi, tra 1964 e 1965, Martin Luther King è ormai un’icona mondiale, ha già ricevuto il Nobel per la pace. Alla Casa Bianca non c’è più John Kennedy, ma Lyndon Johnson, ogni forma di discriminazioni anti-black è stata abolita. Ma la realtà non si è adeguata alla legge. I neri hanno conquistato il diritto di votare, oltre che la fine di ogni segregazione, ma non sempre possono esercitarlo. In Alabama, nell’Alabama del governatore George Wallace, una burocrazia implacabile e ancora impregnata di suprematismo bianco impedisce ai neri con vari espedienti e un’interpretazione letteralistica e asfissiante delle regole di poter ritirare la propria tessera elettorale. Parte la protesta, si formano comitati, si coagulano intorno alla questione vari fronti anche discordanti. Martin Luther King viene chiamato perché con la sua carica carismatica e il suo prestigio conduca in porto questa decisiva battaglia. Non sarà così semplice. La prima marcia di militanti finisce in un massacro da parte della polizia schierata dal governatore George Wallace (figura complessa non così riducibile al cliché del razzista; populista di estrema destra, Wallace verrà anni dopo colpito in un attentato che lo lascerà paralizzato). C’è chi si defila e si ritira, chi invoca una maggiore moderazione, chi al contrario mette sotto accusa lo stesso MLK come troppo passivo e ‘di destra’. Con un incontro tra lui e il suo più strenuo oppositore in campo black, il Malcolm X delle nascenti Black Panthers, che è tra i momenti più alti di Selma. Si accusa Luther King di strumentalizzare la battaglia e mandare i militanti al massacro per la sua gloria personale. Intanto dalla Casa Bianca Lyndon Johnson cerca di dissuaderlo da quella marcia-braccio di ferro con Wallace, non vuole altre grane, sostenendo che l’America ha ben altri guai e priorità. Questo Johnson machiavellico e iper tatticista è un bel colpo sferrato dal film alla sua immagine consolidata di presidente che più ha fatto per il popolo black, cosa che ha scatenato in America un’aspra culture war sui vari media. C’è molta roba, insomma, in Selma, dove con naturalezza si riescono anche ad inserire quadri della vita privata del leader, e senza mai cadere nemmeno qui nell’ovvio. Gran profusione di attori, noti e meno noti, spesso in cameos. Da Oprah Winfrey, anche coproduttrice del film, a Cuba Gooding Jr a un Tim Roth perfetto quale sordido George Wallace. David Oyelowo è Martin LK, in una di quelle performance mimetiche, di identificazione-confusione col proprio personaggio, che lasciano impressionati. Peccato non abbia avuto la nomination all’Oscar. Incassi non stratosferici in America, credo al di sotto delle aspettative. Il prezzo da pagare quando si imboccano strade più accidentati e meno battute di quelle del solito biopic.

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