Recensione: STILL ALICE. Ottima Julianne Moore, ma il resto è poca cosa

alice04Still Alice, un film di Richard Glatzer e Wash Westmoreland. Con Julianne Moore, Alec Baldwin, Kate Bosworth, Kristen Stewart, Shane McRae.
alice10Sono in arrivo gli Oscar, ed è probabile che a vincere come migliore attrice sia la Julianne Moore di questo film. Perché è brava e perché il suo personaggio è di quelli che tanto piacciono ai votanti dell’Academy: una donna di 49 anni, con un ottimo lavoro, e marito e figli che l’adorano, che si ammala di una rara forma di Alzheimer precoce. Moore è formidabile, ma Still Alice non va oltre la piatta descrizione di un caso clinico e dei suoi effetti sugli equilibri familiari. Voto 5+
alice12Sto scrivendo questa recensione a poche ore dall’assegnazione degli Oscar, dove, tra tante incertezze (Birdman o Boyhood?), una sicurezza c’è, inscalfibile. Come migliore attrice vincerà la Julianne Moore di questo Still Alice. Perché se lo merita, perché ha una magnifica carriera da esibire, soprattutto perché il suo personaggio – una donna di 49 anni nella sua pienezza professionale e esistenziale che si ammala di Alzheimer precoce – è di quelli con patologie e/o handicap e altri svantaggi che fanno impazzire i votanti dell’Academy. E meno male che c’è lei, perché Still Alice non si eleva al di sopra della piatta descrizione di un caso che non è solo clinico, ma diventa relazional-familiare, finendo col coinvolgere tutto l’ambiente sociale e affettivo intorno al suo main character. Un’esemplare e fin troppo didascalica parabola di come una vita ancora lontana dalla decrepitezza possa essere consumata, progressivamente e inesorabilmente annientata, da un’insidia inaspettata. Anche da brivido, perché – come sempre di fronte alla descrizione o narrazione di una malattia (è il famoso effetto enciclopedia medica) – lo spettatore piomba in una spirale paranoide-ipocondriaca cominciando a chiedersi: e se capitasse a me?, e quel sintomo non ce l’ho forse pure io?
Figuriamoci, il primo segno rivelatore del male per la povera Alice è una apparentemente insignificante perdita di memoria. Durante una conferenza – è una linguista, e proprio nel linguaggio il male comincerà a colpirla e punirla – non ce la fa a ricordarsi una parola, e per cavarsela deve ricorrere a una perifrasi. Ecco, alzi la mano chi non ha o non ha mai avuto simili problemi, tanto per dire come Still Alice vada a sfrucugliare laggiù nelle nostre più inconsce paure, e come facilmente (ed egregiamente) riesca a stabilire l’identificazione tra platea e personaggio. Seguirà per Alice, durante il solito jogging mattutino (sta correndo nel parco della Columbia University, a New York, dove lei e il marito insegnano), un’improvvisa amnesia. Dopo la consultazione di un neurologo, e una serie di test, arriva la mazzata. Alice è affetta da una rara e particolare forma di Alzheimer precoce di tipo ereditario contro cui non c’è cura possibile. Ora capisce che ne era affetto il padre, e a questo punto teme di aver trasmesso quella distorsione genetica ai figli – due femmine e un maschio. Tantopiù che una delle ragazze è incinta, e dunque a sua volta, se portatrice del temuto gene difettoso, potrebbe averlo passato al feto. Il dramma di Alice diventa quello di tutti coloro che le stanno vicino e intorno. Mentre l’Alzheimer progredisce e le sue facoltà cognitive si usurano e diminuiscono, e lei diventa sempre meno autonoma, gli equilibri familiari saltano. Il marito deve decidere se stare a New York vicino alla moglie sofferente o andarsene nel Minnesota dove gli offrono una grande opportunità professionale. Lo stesso i figli, e a trovarsi chiusa nel dilemma è soprattutto la più giovane delle due ragazze, andatasene a Los Angeles per intraprendere la carriera d’attrice (è una Kristen Stewart bravissima, a conferma che Sils Maria non è stato un caso). Ma il film si ferma molto al di qua di una vera, lucida, impietosa indagine sul ricasco in famiglia di un male come l’Alzheimer. Le contraddizioni vengono appena evocate e adombrate, e gli autori si guardano bene dall’affondare il bisturi. Resta Julianne Moore, impavida nel mostrare la progressiva dissoluzione della sua mente e del suo corpo. Una di quelle performance d’attrice che non si dimenticano. Sarà Oscar sacrosanto. Però il film non è gran cosa. Finale con una qualche assonanza con il Re Lear shakespeariano, con una figlia che non può non ricordarci Cordelia (non dico di più, ovvio).

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