OSCAR: parliamone. Un bilancio, un commento, un po’ di dissenso

La lista di tutti i premiati pubblicata dal sito degli Academy Awards

il conduttore Neil Patrick Harris in uno dei momenti della serata (foto dal sito degli Oscar)

il conduttore Neil Patrick Harris in uno dei momenti della serata (foto dal sito degli Oscar)

Alejandro Goinzalez Iñarritu con il suo Oscar per la regia di Birdman (foto dal sito dell'Oscar)

Alejandro Goinzalez Iñarritu con il suo Oscar per la regia di Birdman (foto dal sito dell’Oscar)

Per la prima volta da un bel po’ di anni in qua non ho seguito la notte degli Oscar su Sky. A letto, evitando il musical rifatto da Neil Patrick Harris e Lady Gaga, l’haircut post partum di Scarlett Johansson, gli speech con commossi ringraziamento a mamma e babbo e vari altri di famiglia, e scansando pure i post, i tweet, i commenti live di qua e di là. Ho avuto uno dei risvegli del mio tormentato sonno alle sette, ho acceso il mac, ho dato un’0cchiata, ho visto la lista dei vincitori e dei vinti. Quindi: Birdman davanti a tutti, com’era atteso, ma non così scontato, perché l’antagonista suo in tutta la awards’ season, Boyhood, era sempre lì acquattato, temibile benché ultimamente un po’ depotenziato e logorato dalla troppo lunga corsa cominciata al Sundance nel gennaio 2014 e condotta sempre in testa. Con sorpasso nei pronostici di Birdman avvenuto solo negli ultimi tempi, sorpasso benedetto e sancito dagli Spirit Awards, gli oscar del cinema indie che pochi giorni fa avevano premiato Iñarritu e il suo film a scapito di Linklater. Facendo la conta grossa: quattro Oscar a Birdman, quattro a The Grand Budapest, tre a Whiplash. Sono loro i big winners di questa edizione 2015. Ma il pareggio tra il film di Iñarritu e quello di Wes Anderson è numerico, non di sostanza. Ha stravinto quello del regista messicano, portandosi a casa i due Academy Awards di maggior peso specifico, miglior film e migliore regia. Più un altro di prima fascia – sceneggiatura originale – e uno tecnico-artistico, quello per la migliore fotografia, a Emmanuel Lubezki (virtuosistico nel reggere tutti quei piani-sequenza).
Il bellissimo – a me piacque subito, fin dalla sua prima alla Berlinale – The Grand Budapest Hotel fa il botto, sull’onda anche dei 70 milioni di dollari incassati in patria, miglior risultato di sempre al box office di Wes Anderson, anche meglio dei Tenenbaum. Ma si tratta di quattro Oscar tecnico-artistici, per la precisione Makeup and Hairstyling, Music, Production Design (qualunque cosa voglia dire) e Costume Design: quest’ultimo a Milena Canonero, chissà perché salutato da molti nostri commentatori come un Oscar italiano. Canonero, al suo quarto AA (complimenti vivissimi, signora), è italiana solo d’origine, essendo la sua carriera decollata tutta all’estero, a partire dall’Inghilterra, e ogni tentativo di appropriarci dei suoi trionfi solo per via del dato anagrafico risulta un filo patetico, oltre che scorretto. Il ‘ma si tratta di Oscar tecnico-artistici’ di cui dicevo sta per: premi minori, non paragonabili a quelli incassati da Birdman, il vero trionfatore di questa edizione. La sorpresa se mai è Whiplash del neotrentenne Damien Chazelle, ben tre statue Academy, migliore attore non protagonista, montaggio, Sound Mixing. Film furbo, sopravvalutato, ma travolgente, e dei tre il più meritato è l’Oscar per il montaggio, fondamentale nel dare al film quel suo peculiare ritmo concitato, frenetico, isterico, alterato fino all’ebbrezza dionisiaca che tanto l’ha fatto piacere a giovanotti e giovanotte (ricordo adolescenti entusiasti alla sua proiezione a Cannes alla Quinzaine).
Tutto bene? Quasi. Birdman è magnifico, ma come migliore film dell’anno avrei preferito Boyhood, più sottile e, nella sua apparente semplicità, più complesso e stratificato, uno dei fondamentali di questa decade (lo stesso non mi sento di dire di Birdman, pur avendolo apprezzato). Inutile girarci intorno, Boyhood è il grande sconfitto con un solo riconoscimento, andato a Patricia Arquette come migliore attrice non protagonista. Troppo poco, per la sua statura. Altri torti e sgarbi colossali non ne sono stati perpetrati. Pensavo che American Sniper, dopo il clamoroso esito al box office americano e nel resto del mondo, si portasse via qualcosa di più del suo unico Academy Award, quello per il Sound Editing, non proprio di prima fila. Ma resto dell’idea che non si tratti di un gran film – Eastwood ha fatto di meglio -, benché cruciale nel suo rivelarci un’America profonda e patriottica assai lontana dai radicalchicchismi e dalle estenuazioni newyorkesi. Da recriminare qualcosa avrebbe se mai Paul Thomas Anderson, il cui non del tutto riuscito, ambiziosissimo, smisurato Vizio di forma (ne riparleremo diffusamente), aveva avuto un paio di nomination, finite in zero Oscar. Altro sottovalutato, un pugno di nomination e pure lui zero premi, è Foxcatcher di Bennett Miller, probabilmente troppo torbido e ambiguo per entrare nei radar dei signori dell’Academy. Anche loro, PTA e Miller, da collocare nella lista degli sconfitti di quest’anno.
Stravince il cinema indipendente, questa è la notizia. Birdman, The Grand Budapest Hotel e Whiplash nascono e crescono al di fuori dei grandi studios, e la loro vittoria conferma definitivamente la tendenza delineatasi già negli anni scorsi nell’Academy a premiare le produzioni indie. Anche perché quelle che un tempo si chiamavano majors ormai realizzano solo blockbuster super eroistici e cartoni in 3D, e, anche volendo, lì c’è poco da oscarizzare. Però stavolta manca il bersaglio pure il tycoon del cinema indie medio-grosso, l’Harvey Weinstein re dei film cosiddetti di qualità e insieme molto mainstream, anche troppo. Dopo aver piazzato agli Oscar negli anni scorsi cose e cosacce sopravvalutate come The Artist e Il discorso del re, stavolta con il mediocrissimo e a tratti orrendo The Imitation Game incassa solo quello per la migliore sceneggiatura non originale, e neanche così meritato. Il discorso dello sceneggiatore Graham Moore, che ha ricordato le sue sofferenza di ragazzo gay bullizzato e i suoi pensieri suicidi di allora, non può distorglierci dalla sostanza di uno screenplay per niente da premio. Come migliore attore avrei preferito il monumentale Michael Keaton al posto del pur bravo Eddie Redmayne, ma non mi scandalizzo. Redmayne (visto al Torino Film Festival lo scorso novembre dov’era venuto a presentare in anteprima La teoria del tutto) è persona amabile e squisita, oltre che un attor giovane di talento che nel suo Stephen Hawking butta dentro passione ed energia, dunque va (abbastanza) bene così, anche se temo che un Oscar sia un attimo prematuro e gli stia un po’ largo.
L’Oscar diffuso: tutti gli otto nominati nella categoria miglior film ne ottengono almeno uno, ed è la prima volta nella storia, come acutamente ha fatto notare IndieWire. Oltre ai tre big winner Birdman, The Grand Budapest Hotel e Whiplash, entrano nel palmarès Boyhood (attrice non protagonista), La teoria del tutto (attore protagonista), The Imitation Game (sceneggiatura non originale), American Sniper (Sound Editing), Selma (canzone originale).
Ida vince come migliore film straniero, come largamente atteso. Impressionante il cursus honorum del film polacco (in realtà con dentro parecchio di britannico, a partire dai capitali, e dal suo regista Pawlikowski residente in GB), dalla vittoria nell’autunno 2013 al Festival di Londra – ancora mi chiedo come mai Venezia solo poche settimane prima non l’avesse intercettato e messo in programma – fino a questo Oscar, e in mezzo una quantità di premi impressionante. Avrei preferito vincesse il russo Leviathan, ma devo ammettere che Ida ha tutte le qualità del perfetto film da Oscar e da festival, a partire da un autorialissimo b/n molto cinema engagé anni Sessanta. Gli si deve pure riconoscere una carica autenticamente disturbante, con quella sua critica alla Polonia oscuramente antisemita, che lo salva dall’essere un prodotto di maniera. Alexandre Desplat dopo infinite nominations mai concretizzate in Oscar, finalmente stavolta ne agguanta uno per la musica di The Grand Budapest Hotel. Aveva avuto la nomination anche per The Imitation Game, era impossibile che con due slot occupati la statua gli sfuggisse. Chissà se, assistendo al trionfo di Birdman, si sarà ricordato dello scorso festival di Venezia, dove la giuria da lui presieduta aveva snobbato il film di Iñarritu mandandolo scandalosamente a casa con zero premi. Comunque, tutto è bene quel che finisce in Oscar, e allora viva Venezia, che bene o male (più male che bene) ha lanciato Birdman scegliendolo come film di apertura e ha avuto occhio nel chiamare come primo giurato Desplat. Già, dimenticavo Julianne Moore. Il suo Oscar come migliore attrice era così scontato da rischiare di essere una non-notizia.

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2 risposte a OSCAR: parliamone. Un bilancio, un commento, un po’ di dissenso

  1. Flavio scrive:

    manca un oscar sveglio

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