Recensione: NESSUNO SI SALVA DA SOLO. Una storia di coppia con l’inconfondibile impronta Castellitto-Mazzantini

10865890_409492352561299_8572796144751398307_oNessuno si salva da solo, un film di Sergio Castellitto. Dal romanzo omonimo di Margaret Mazzantini. Con Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Anna Galiena, Massimo Bonetti, Eliana Miglio, Roberto Vecchioni, Angela Molina, Massimo Ciavarro, Marina Rocco.
11033448_410226509154550_9120610967206937768_nScene da un matrimonio romano. Gaetano è un tamarro di Ostia con voglie di upgrading sociale, Delia una ragazza della Roma borghese con parecchie nevrosi dentro. Sarà incontro-scontro, innamoramento e amore e un bel po’ di sesso. Attrazioni e repulsioni tipiche di ogni mésalliance. Si parte da loro due oggi, ormai separati, e attraverso flashback e ritorni al presente si racconta la (esemplare) parabola di una coppia di trentenni. Tutto nello stile concitato-visceral-corporale dei romanzi della Mazzantini portati in cinema dal marito Sergio Castellitto. Solo che, diversamente da quanto era successo con Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo non ce la fa a diventare un guilty pleasure. Voto 5
11016817_409091879268013_5986076500644166361_oConfesso: Venuto al mondo, il precedente film della coppia – tale anche nella vita, come ognun sa – Margaret Mazzantini-Sergio Castellitto, mica mi era dispiaciuto. Anzi, qua e là nel suo furioso e spudorato melodrammeggiare – buttandoci dentro guerre, pulizie etniche, agnizioni, stupri – , mi aveva coinvolto e perfino soggiogato. Purtroppo non è successo altrettanto stavolta, anche se il marchio del duo – lei autrice della sceneggiatura nonché del romanzo da cui il film è tratto, lui regista – è stampigliato su ogni sequenza ed è inconfondibile. Personaggi survoltati e in preda a un’eccitazione spesso erotica. Relazioni che sono, letteralmente, furibondi corpo a corpo, e ovunque una corporalità, una matericità fatta di carne e di ogni possibile fluido, che si fa narrazione, e scrittura, e dialoghi. Parole che ti sembra di toccarle, da tanto son dense, e grondanti sangue, lacrime e chissà cos’altro. Insomma, l’ormai codificato stile e universo Mazzantini, con quel pulp emozionale gonfio e perfino impudico che ha fatto la fortuna di lei scrittrice, ne costituisce la peculiarità e forse anche il limite invalicabile. Stavolta applicato a una storia di coppia, in un Scene da un matrimonio dove all’asse Liv Ullman-Ingmar Bergman si sostituisce quello Mazzantini-Castellitto. Degli abbondantemente trentenni Delia e Gaetano – i due protagonisti – si ricostruiscono l’oggi e l’ieri, l’innamoramento, l’amore e la crisi, il matrimonio e la separazione, le furiose scopate dei primi tempi e quelle tiepide e tormentose che seguono l’arrivo dei figli. Con tutte le viscere bene esposte, e parecchi alterchi, e scenatacce, e pochissimi sussurri e molte grida, giacché non siamo sotto i cieli luterani di Svezia ma quelli cattolici e sempre controriformistici di Roma, in un’italianità esagitata e caliente secondo cliché. Tutto un “ti amo e poi ti odio, poi ti odio e poi ti amo” da Mina anni Settanta, e anche, sempre rimanendo nei Settanta, molto Lina Wertmüller-movie, con quei Giannini e Melato che si facevan del male urlandosi dietro le peggio cose possibili, salvo subito dopo riavvinghiarsi in poderosi e ululanti amplessi. Son così, Delia e Gaetano, un pigliarsi e lasciarsi e ripigliarsi, in un’ambiguità che neppure il finale, molto aperto, ce la fa a risolvere. Quando si conoscono lei è una signorina bon ton un bel po’ inibita e di legno, che stenta a lasciarsi andare (ci son traumi familiari alle spalle, come da bigino di psicanalisi; c’è, anche, che lei il suo corpo lo maltratta con attacchi di anoressia-bulimia). Lui, invece, un tamarro con parecchie aspirazioni di upgrading sociale – vorrebbe fare lo scrittore – ma pur sempre tamarro, e sessualmente assai più sciolto di lei, e vitalistico ed energetico come una creatura tardo-pasolinana. Lei viene dalla Roma borghese, lui da Ostia. Opposti perfetti destinati ad attrarsi iresistibilmente, e insieme a respingersi, come in ogni mésalliance. Perché qui siamo al consolidato archetipo narrativo, anche se contemporaneizzato, della ragazza delle classi alte attratta dal primitivismo e dalla selvaggeria, innanzitutto sessuali, di un maschio figlio del popolo, come in un Lawrence e un Forster riconditi al sapore d’abbacchio. Delia e Gaetano si scontreranno, ovvio, su un’infinità di questioni, soprattutto sui figli e come allevarli. Perché, insegnano i feuilleton, le mésalliance si pagan care. I soldi son sempre pochi, e ad aiutare la coppietta intervengono la madre di lei (odiatissima da Delia: “Mamma, che cazzo sei venuta a fare?”, “Ma cara, a lasciarvi i soldi per pagare l’affitto”) e i genitori per quanto proletari di lui. Gaetano vorebbe fare lo sceneggiatore di cinema alto e engagé e rispettato, ma si ritrova a dover portare a casa la pagnotta con fiction di serie B, e anche più in basso. Un lui-lei molto romanocentrico che copre dieci-quindici anni della loro, e un po’ anche nostra, vita. Con qualche squarcio abbastanza divertente sul sottobosco del cinema e della tv, ed ecco l’amico intellettual-incasinato-sfigato che chissà come ce la fa a diventare un regista di fama e a finire sul red carpet del Festival di Roma, trasformandosi una volta arrivato al successo in uno stronzo colossale, ed ecco Gaetano che si ritrova a far da autore a un truzzissimo talent facendo inorridire la irriducibilmente borghese dentro Delia. Una parabola, quella dell’amore e disamore tra loro, raccontata non linearmente (ormai non lo fa più nessuno, nemmeno nei film più mainstrean), piuttosto spezzando di continuo l’asse temporale, saltando avanti e indietro, tutto un flashback e flashforward che stende sull’operazione una certa qual patina di nevrotico modernismo facendoci per un po’ dimenticare quell’aria da lite coniugale da ballatoio da eterna commedia, o da eterno melodramma, all’italiana. Il castellitto-mazzantismo trapela, anzi gronda, deborda, da ogni scena e da ogni dialogo. Ma trova il suo acme nella tremendissima parte dell’incontro al ristorante di Gaetano e Delia con la matura cappia costituita da Roberto Vecchioni (straculto!) e Angela Molina. “Ecco, uno di quei ricchi pensionati che si son magnati l’Italia”!”, sibila livoroso Gaetano, tipico rappresentante della generazione dei rottamatori, vedendo lui che brindeggia con lei a champagne. Salvo poi accettarne l’amicizia, e sorbirsi il suo imbarazzante sermoneggiare e sentenziare su quant’è bella la vita e valga la pena viverla, momenti nei quali la penna della Mazzantini si libra nel kitsch più sfrenato e incontrollato. Per non parlare del finale fellineggiante, e pure un filo pasoliniano, con uno Scamarcio che saltella e volteggia (goffamente) tale e quale il Ninetto Davoli di Uccellacci e uccellini, neanche fosse rimasto al Pasolini di Abel Ferrara. Solo che stavolta non sono riuscito a farmi travolgere da Nessuno si salva da solo come m’era capitato con Venuto al mondo e l’effetto gulty pleasure non s’è ahimè ripetuto. Resta da dire dei due interpreti, che si portano sulle spalle tutto il film (son quasi sempre in scena). Scamarcio ci dà dentro con mestiere e anche visibile partecipazione, senza paura di mostrare un corpo arrotondato e per niente palestrato da italiano vero, peccato che come tamarro ormai facciamo fatica a credergli. Jasmine Trinca è Jasmine Trinca, dunque in parte come ragazza della Roma-bene di ottimi sentimenti progressisti. E si butta con coraggio anche nelle scene a maggior rischio, come i furiosi amplessi inziali con Gaetano. Occhio, si rivede Massimo Ciavarro, sempre piacente e piacione.

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3 risposte a Recensione: NESSUNO SI SALVA DA SOLO. Una storia di coppia con l’inconfondibile impronta Castellitto-Mazzantini

  1. Anonimo scrive:

    Amo il Cinema e amo le sue recensioni. Sì. Le amo a prescindere, come avrebbe detto Antonio De Curtis. Infatti spesso, non avendo ancora visto il film, leggendo la recensione che mi viene inviata, mi gusto e vedo, leggendo, il “suo” film, filtrato, modellato, amato, rifiutato da Luigi Locatelli. Dunque, se il film in questione l’ho già visto, condivido, in tutto o in parte, e a volte lo scrivo anche qui. Se invece, come in questo caso, non ho ancora visto il film, beh…….io mi godo la sua recensione fino in fondo, la assaporo nei particolari, la centellino come si fa col vino buono. Ma in questo caso non è vino ma “scrittura” e la recensione vive una vita sua……a prescindere, appunto!
    Germana Peritore scrittrice

  2. Pingback: 12 film stasera in tv (in chiaro) – martedì 16 ottobre 2018 | Nuovo Cinema Locatelli

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