Eclipse Experience (Milano, 20 marzo 2015)

Diciamolo, è stata una piccola, modesta eclisse, almeno qui a Milano che non è alle Faroe o alle Svalbard, le isole del remoto Nord dove s’è potuto assistere al 100 per cento del fenomeno. S’era detto e scritto: inizio dell’evento alle 9,25, picco massimo (70 per cento del disco solare cancellato) alle 10,40, quindi progressivo ritorno alla normalità. Sicché alle 9,30 esco di casa fiducioso, anche se il cielo sopra Milano è coperto da nuvole spesse e il sole, intero o rosicchiato, non lo si vede proprio. S’annuncia la fregatura, perché santo Dio non è che tutti i giorni ti capiti un’eclisse, e mancarla per banali problemucci di meteo in Valpadana fa rabbia. Decido lo stesso di andare ai giardini di Porta Venezia, ora giardini Montanelli (ma chi mai li chiama così?), per seguire l’evolversi del fatto in un habitat che sia, per quanto artificialmente, naturale. Artificialmente, perché i parchi cittadini mi dan sempre l’idea di una messinscena teatrale, di un patetico tentativo di riprodurre come su un palco, e in forma addomesticata, l’irriducibile dimensione selvaggia del mondo. Son provvisto solo di occhiali da sole, non mi sono premunito di filtri speciali come han fatto di sicuro gli organizzati e i previdenti (non appartengo alla specie), sperando di incrociare strada facendo qualche negozio o venditore da marciapiede con manufatti adatti all’osservazione, occhialini o altro. Invece niente, e quando arrivo al parco e tento di guardare lassù nonostante le mie lenti scure resto abbagliato. Sì, perché la buona notizia è che mentre io mi facevo le due fermate di metrò che mi separano da Porta Venezia le nuvole si son squarciate quel tanto che basta a lasciar intravedere il sole. Che il problema cielo coperto si sarebbe risolto l’avrei dovuto capire da un presagio favorevole, dal musicante girovago che in metropolitana s’era messo, forse intenzionalmente ma preferisco pensare di no, a suonare ‘O sole mio. Non son stato l’unico a scegliere i giardini di Porta Venezia come osservatorio, vedo difatti dietro al planetario – quale location più indicata? – una discreta folla in ascolto di un signore, immagino un esperto dello stesso planetario, che spiega agli astanti con affabile tono colloquiale cosa sia tecnicamente l’eclisse, aiutandosi con un piccolo schermo su cui passano le immagini del sole in progressiva ritirata. Mi imbatto in una mia ex collega, lei sì munita di vetrino scuro adatto allo scopo (“son quelli da saldatore, l’ho comprato l’altroieri dal ferramenta”, seeh, figuriamoci se io vado dal ferramenta apposta, mi dico) e naturalmente me lo faccio prestare. Il risultato è che sì, si vede l’eclisse, ma in colore giallo, un giallo limone intenso anzi banana, come un sole furiosamente disegnato da un bambino su un quaderno scolastico. Vicino, un gruppo di yoga si è dato appuntamento e fa pratica collettiva sul prato. Mi chiedo se la cosa abbia una qualche connessione con l’eclisse e, ebbene sì, ce l’ha, su un volantino leggo che si son radunati per un saluto al sole, una roba tra Woodstock e Hair che a me fa venire subito lo sturbo (detesto il ciarpame new age). Mi aspetto che la luce cali vistosamente e si spargano quelle ombre abbastanza sinistre, che si crei quell’atmosfera suggestiva ma livida e rabbrividente che avevo sperimentato nelle mie precedenti eclissi, quella del 1999 – al 92 per cento, allora ero a Camogli  – e quella totale della mia infanzia (meglio che non riveli in quale anno). Invece quasi niente, e si arriva all’acme del fenomeno, alle 10,40, con quella fetta di limone là in cielo e niente di speciale intorno a me, se non il gruppo di yoga che al momento fatale alza le braccia, e immagino sia quello il cretino saluto al sole annunciato. La luce è appena smorzata, e non riesco a percepire quel senso di sospensione dalla vita, dal mondo, sperimentato le due volte precedenti, quando – ricordo – perfino gli uccelli e i cani avevano smesso, come per paura, di fare casino. Son deluso abbastanza. E mi rivedo alle medie, con il vetrino affumicato da una candela – a quel tempo si usava così, si era in un’Italia spartana e non si buttavano via le lire per un vetrino da saldatore o occhialini di cui poi non si sarebbe fatto più uso – a seguire l’eclisse totale, e quel buio sulla terra che mi sembrava di averlo anche dentro. Diventò anche cinema, quell’eclisse. Dino De Laurentiis la fece filmare a Richard Fleischer per il suo Barabba: avrebbe fatto da sfondo alla morte di Cristo in croce. E Antonioni avrebbe chiamato L’eclisse il suo nuovo film, quello che per me è oggi il più bel film di sempre del cinema italiano.

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