Film stasera in tv: C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA – versione integrale restaurata (lun. 6 apr. 2015 – tv in chiaro)

C’era una volta in America, Rai 3, ore 21,09.
Versione restaurata e reintegrata di una quarantina di minuti presentata in gran pompa a Cannes 2012 e riproposta poi al festival di Locarno dello stesso anno. Questo è C’era una volta in America così come era nelle intenzioni iniziali di Sergio Leone, 259 minuti che ne fanno una di quelle montagne da scalare con molto impegno e una certa fatica. Effettuato nei laboratori L’immagine ritrovata della Cineteca di Bologna, ormai un’eccellenza a livello mondiale, il restauro reintegra sei blocchi del tutto inediti, per un totale di 26 minuti, appartenenti alle diverse epoche nelle quali il film è ambientato. Così li descrive in dettaglio la pagina dedicata al film dalla Cineteca di Bologna:
1) dialogo tra Noodles, interpretato da Robert De Niro, e la direttrice del cimitero, interpretata da Louise Fletcher (scena ambientata nel 1968);
2) sequenza muta in cui l’auto con Noodles e Max (interpretato da James Woods) affonda e l’ansia dei compagni che non vedono riemergere Noodles (1933);
3) il produttore del film Arnon Milchan nei panni dello chauffeur dialoga con Noodles (1933);
4) scena d’amore (a pagamento) tra Noodles e Eve, interpretata da Darlenne Fluegel (1933);
5) Deborah, interpretata da Elizabeth McGovern, interpreta la Cleopatra shakespeariana a teatro (1968);
6) Il senatore Bailey (nuova identità di Max), interpretato da Woods, ha un colloquio nel suo studio privato con il sindacalista protagonista in passato di un “salvataggio” da parte della banda di Noodles e Max (1968).

Sarò franco: non ritengo C’era una volta in America un capolavoro, non lo inserisco nella lista dei migliori film di tutti i tempi come hanno fatto parecchi critici (soprattutto della generazione sui 40-50 anni), non lo ritengo nemmeno il migliore di Sergio Leone, anzi semmai il meno riuscito. Non scambierei mai un fotogramma di Per un pugno di dollari o di Il buono, il brutto e il cattivo con l’intero C’era una volta in America, in versione restaurata o meno. Quando lo vidi alla sua uscita mi sembrò subito un film fuori tempo massimo, di un Leone irrimediabilmente invecchiato che mancava dal cinema da oltre dieci anni, che questo progetto l’aveva coltivato e cullato per l’intero decennio, e ahimè si vedeva e si sentiva, eccome. Forse doveva, voleva essere la risposta del regista al Padrino 1 e 2 di Coppola, ma quando esce nei cinema a metà degli anni Ottanta il richiamo forte di quei film si è ormai spento, superato dalle mode mutevoli del cinema (come di altri campi del consumo), sicchè C’era una volta in America appare in tutta la sua inattualità come un prodotto sfuocato e non più sintonizzato sui gusti correnti. Leone tenta di riscrivere il gangster movie americano come aveva fatto, e come gli era clamorosamente riuscito, con il western, ma stavolta non ce la fa. Allora si trattava di rivitalizzare, meticciare, imbastardire vitalmente un genere allo stremo, esausto, stavolta si tratta di vedersela con Coppola, soprattutto con Il padrino 2 con cui C’era una volta in America ha forte analogie contenutistiche, ed è un’altra cosa. Ispirato a un vecchio e già classico romanzo del 1952, l’opera di Leone racconta l’ascesa e il declino di due gangster cresciuti nel Lower East Side ebraico-newyorkese, Noodles (Robert DeNiro) e l’amico Max (James Woods), una storia grande e lunga che parte dagli anni Venti della loro formazione criminale e arriva al 1968 americano percorso da fremiti ribellistici.  Struttura labirintica, con su e giù temporali, e amplissimi flashback del Noodles invecchiato che attraverso i fumi dell’oppio rivede se stesso e gli altri, compresa Deborah, la ragazza amata da entrambi i protagonisti. Ora, se questo approccio chiamiamolo così proustiano-nostalgico conferisce al film un’aura indubbiamente speciale, abbastanza unica, e ne accende e potenzia il lato visionario, ne accresce però pericolosamente anche retorica e sentimentalismo. Soprattutto è il tasso di attendibilità a soffrire. Leone non è americano, e si vede, la sua America è tutta sognata e filtrata da decine di film e romanzi, ha poco di realistico e anche di plausibile, è in parte ricostruita a Cinecittà e il senso di finzione in certi momenti si fa schiacciante. Coppola in Il Padrino 2 racconta un’altra formazione criminale, quella di Vito Corleone, ma lo fa parlando di un mondo che, se non ha conosciuto direttamente, certo gli è è stato trasmesso attraverso certe memorie di famiglia, o del proprio universo etno-italiano di appartenenza. Insomma, sa di cosa parla. Leone non rinnova l’impresa di C’era una volta il West, dov’era riuscito a ricreare un’epopea western credibile, e anche digeribile per gli stessi americani, che al film decretarono un successo sorprendente. Invece C’era una volta in America è stato a suo tempo rifiutato clamorosamente dal pubblico Usa: per i tagli assassini imposti dalla distribuzione, si disse allora e si continua a dire per giustificare il flop. Io credo invece che le plateee americane semplicemente non si fossero riconosciute in quello che Leone mostrava, in qualche modo fiutando l’artificiosità di tutta l’operazione. Sorry, ma per me il Leone maximo resta quello della Trilogia del dollaro, non questo.

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