Il film-capolavoro da vedere stasera in tv: STRATEGIA DEL RAGNO di Bernardo Bertolucci (dom. 12 apr. 2015 – tv in chiaro)

La strategia del ragno, Rai Storia, ore 21,29.
La-stratégie-de-laraignée-2Uno dei film della mia vita. Uno dei più belli di sempre del cinema italiano. Il più bello di Bernardo Bertolucci insieme al contemporaneo Il conformista. Prodotto incredibilmente dalla Rai nel 1970 nell’ambito di un progetto di sostegno al cinema alto in cui si realizzarono anche I clown di Fellini e San Michele aveva un gallo dei Taviani. Altri tempi, anche se la nostalgia è pecccato grave cui non bisogna mai indulgere. Inconcepibile anche, per i criteri distributivi di oggi, che Strategia del ragno sia stato prima trasmesso in tv e poi passato in qualche sala d’essai, in una strategia di mercato, o antistrategia, che è l’esatto contrario di quelle attualmente imperanti. Non molti comunque lo videro, su piccolo e ancor meno su grande schermo, perché Bernardo Bertolucci non era ancora nome di richiamo, non aveva nemmeno trent’anni, aveva alle spalle solo piccolissimi benché meravigliosi film di nicchia come La commare secca e Prima della rivoluzione e non era ancora l’autore di successi planetari come Ultimo tango a Parigi. Eppure Strategia del ragno è non solo un capolavoro assoluto, un film incredibilmente perfetto per un ragazzo ventenne, ma contiene tutto il cinema bertolucciano, ne è una summa e una sintesi: del cinema passato del suo autore e anche di quello che verrà. Con dentro, ben distinguibili, tutti i bertoluccismi. Le radici parmigiane-padane. L’amore per il melodramma, inteso sia come opera lirica (soprattutto verdiana) sia come narrazione tumultuosa delle passioni. I conflitti edipici anche devastanti. La psicanalisi come lasciapassare per l’inconscio. L’intersecare la grande Storia e i suoi passaggi epocali con le storie private. L’amore per il cinema passato e le citazioni cinefile. Ispirato al racconto di Jorge Luis Borges Tema del traditore e dell’eroe (che titolo!), aperto da una citazione di Bertolt Brecht che ti si stampa nel cervello e non va più via (“Beato il paese che non ha bisogno di eroi”), Strategia del ragno si ambienta alla fine degli anni Sessanta – ma il tempo sembra un tempo sospeso – in una campagna padana appena al di qua o al di là del fiume Po, parmigiana e/o mantovana-cremonese (le location sulle due rive del fiume si mescolano). Con protagonista il poco più che trentenne Athos Magnani che torna a Tara (do you remember Via col vento?), il sonnolento paese della Bassa dove suo padre, e suo omonimo Athos, è stato ucciso nel lontano 1936 dai fascisti. A Tara Magnani senior è venerato come un eroe dell’antifascismo, con tanto di busto sulla pubblica piazza. In una villa di struggente bellezza vive Draifa (ebbene sì, da Dreyfus), che dell’eroe fu la donna e l’amante, e che adesso ha chiamato Magnani Jr. da Milano perché indaghi sulla morte del genitore. Draifa è convinta che molti misteri ancora circondino l’episodio, che la verità non sia mai stata detta. Il giovane Athos comincia una personale inchiesta che è non solo un viaggio nel passato del paese, ma anche nel suo profondo e nel non così conosciuto mondo familiare. Chi era l’eroe Magnani? Chi era davvero quel padre? Athos incontra i suoi tre compagni di allora, coloro che con lui avevano progettato un attentato a Mussolini in occasione di una sua visita, attentato che si sarebbe dovuto svolgere a teatro, mentre andava in scena il Rigoletto di Verdi. Ma qualcuno tradì, Athos fu catturato e ucciso. In una narrazione che man mano compone pezzi di presente e di passato, si fa strada una verità che davvero risulterà sconvolgente. Bertolucci non ha mai più raggiunto in seguito, se non in Il conformista, questa lucidità, questa capacità critica, questo guardare coraggiosamente alle ambiguità della storia ribaltandone i luoghi comuni, le convenzioni consolidate e ossificate. In film come Novecento prevarrà l’ideologia, oggi diremmo il politicamente corretto, mentre qui, in Strategia del ragno, il giovanissimo Bertolucci ha l’ardire di infrangere parecchi totem e tabù. Che film, signori. Dove la bellezza della forma si compenetra meravigliosamente con la profondità del racconto. In location che ti mozzano il fiato per la bellezza (quella Sabbioneta città-culla e insieme città-trappola da cui non si riesce ad andare via). Giulio Brogi, primo interprete di quella stagione italiana del cinema d’autore, è perfetto. Ma non si hanno parole per Alida Valli che è Draifa, nell’interpretazione forse più grande della sua pur enorme carriera. C’è Verdi, nella colonna sonora, e c’è Mina in una strana canzone, Il conformista, cantata ricalcando il birignao di Wanda Osiris. Scena finale alla stazione, con quei binari inghiottiti dalle male erbe dove non passano più treni, indimenticabile.

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