Recensione. L’AMORE NON PERDONA. Signora ama giovane immigrato, come in Fassbinder (ma non è Fassbinder)

L'AMORE NON PERDONA - foto 1L’amore non perdona, un film di Stefano Consiglio.  Con Ariane Ascaride, Helmi Dridi, Francesca Inaudi. Parthenos Distribution.

L'AMORE NON PERDONA - foto 3Sembra La paura mangia l’anima di Fassbinder, anno 1974. Qui siamo nell’Italia di oggi, ma la storia è molto simile. Un’infermiera sessantenne, vedova, con figlia sposata e nipotino, si innamora riamata di un ragazzo venuto dal Marocco che ha trent’anni meno di lei. E naturalmente si farà il vuoro intorno alla coppia. Un mélo costruito esemplarmente sull’amore ostacolato, ma lacunoso e mai davvero convincente. Per fortuna c’è Ariane Ascaride, l’attrice feticcio di Guédiguian, che rende credibile anche quello che non lo è. Voto 6,3
L'AMORE NON PERDONA - foto 2Anno 1974. Rainer Werner Fssbinder manda nei cinema La paura mangia l’anima, in my opinion il suo vertice insieme a Il diritto del più forte, melodramma raggelato e assai consapevole e teorico che di Douglas Sirk riprende Secondo amore, mutuandone lo schema drammaturgico per raccontare di una signora tedesca di oltre sesant’anni, vedova, con due figli sposati, sola, di mestiere donna delle pulizie, che finisce con l’innamorarsi e sposare uno straniero. No, non un americano o un europeo: un immigrato dal Marocco di trent’anni più giovane di lei. Doppia infrazione delle regole sociali non scritte, ma ugualmente vincolanti. La prima: una signora ultrassessantenne non può mettersi con un giovane uomo. La seconda: una tedesca (una europea) non può sposare un arabo. Attraverso la forma del melodramma alla Sirk – un amore ostacolato dal mondo e che di fronte al mondo si erge per sfidarlo – Fassbinder metaforizza parecchie cose, compreso l’allora assai vilipeso amore omosessuale, e i turbamenti di una Germania rampante di fronte alla prima massiccia immigrazione dal sud del mondo. Verso la coppia – per carità, non diciamo strana coppia – scatterà il prevedibile rigetto. Emmi, così si chiama la protagonista, si ritroverà sola, abbandonata dai figli, fino al non lieto finale.
È adesso nei cinema, in qualche cinema, e chissà quanto riuscirà a restarci, un film italiano low budget, piccolo e indipendente, che riprende quel capolavoro fassbinderiano ricalcandone non so quanto volutamente la traccia narrativa, e le analogie sono vistose. Niente di male. Riallacciarsi a quella storia e calarla nell’oggi italiano, in un paese smarrito e in decadenza, e impaurito da un’immigrazione da universi e culture differenti non così assimilabili, è stata una buona idea. Un ottimo agente di contrasto per mettere  in rilievo ipocrisie, pregiudizi, magari celati dietro la condiscendenza e il sorriso. Ecco che in L’amore non perdona – però non si poteva evitare un titolo così sciampistico che non predispone favorevolmente? – il regista Stefano Consiglio, documentarista qui al primo lungometraggio di finzione, filma e firma il suo melodramma interetnico e insieme intergenerazionale. Siamo in una città italiana di passabile convivenza civile e medio benessere. Adriana, sessant’anni giusti, francese di origine ma italiana per matrimonio, vedova, una figlia sposato, un nipotino, nel corso del suo lavoro di infermiera incrocia al pronto soccorso un giovane marocchino, trent’anni o giù di lì. Incontro che avrà parecchie inaspettate conseguenze. Lui, Mohammed, comincia a farsi sotto e a corteggiarla. Lei, pure tra perplessità, dubbi, sensi di colpa e quant’altro, ci sta. Fanno l’amore, lui si innamora o almeno dice di esserlo. Si trasferisce da Adriana, tutto sembra funzionare, ma bisogna fare i conti con il mondo, anzi è il mondo a presentare i conti, e scatta puntualmente lo schema Sirk-Fassbinder. Figlio e genero si mettono contro, i colleghi pure, scansando la poverina che si ritrova isolata con il suo pur bellissimo Mohammed. Si sposano, e quando lui la porta a Tangeri dai suoi, lei, l’europea (dunque già sospetta) che ha esattamente il doppio degli anni del marito, sarà accolta con malcelata ostilità. (Della visita a Tangeri restano in mente lo splendore ammaccato del Petit Socco e quel meraviglioso caffè con i tavolini disposti sui gradoni di una scalinata con vista sulla città vecchia). Fino a questo momento il regista Stefano Consiglio ce la fa a mantenere in piedi, pur tra parecchie incongruenze e forzature e omissioni, il suo racconto. Ma poi bisogna concludere, arrivare a un finale, che vuol dire prendere una decisione su quell’amore travagliato, trovargli uno sbocco, ed è qui che L’amore non perdona cade: quando, per cavarsi dagli impicci, si tira fuori un’improbabile storia di un cugino terrorista di Mohammed con ricadute sulla famiglia di lei (il genero è agente di polizia e rimprovera la suocera di rovinargli la carriera per via di quel matrimonio con il parente di un jihadista). Attribuendo così a un elemento esterno alla coppia il suo dissolvimento, anziché alle scelte dell’uno o dell’altra o all’esplosione delle insanabili contraddizioni interne. Da lì film si inabissa in un’improbabilità dopo l’altra, senza rimedio. Peccato, per due terzi buoni il suo teorema – questo è un film altamente dimostrativo, con parecchie tesi incorporate, e pure messaggi – aveva funzionato abbastanza. Anche se a costo di parecchie semplificazioni e cliché. Come l’amor omnia vincit, mito romantico secondo il quale la passione si alimenta degli ostacoli che le vengono frapposti e nell’opposizione al mondo trova la forza per lottare e trionfare. E perché il messaggio multiculturalista – questo film è un palese inno alla convivenza tra culture e alla loro pacificazione, fa niente se poi le culture non hanno nessuna voglia di pacificarsi tra loro – ne esca intatto, si è costretti ad angelicare oltre ogni ragionevolezza la figura del marocchino Mohammed (errore in cui Fassbinder, segno della sua grandezza, non era in orso, chiaroscurando il suo Ali). Che buono com’è, non sembra di questo mondo, corrispondendo semmai a un stereotipo orientalista. Interessato a sposare la signora per non avere più problemi di permessi e visti? Macché, questo è amore, amore vero, lo ribadisce lui e lo dice il film, e vergogna per chi osa dubitarne. Sì, è bello credere alla narrazione al limite del favolistico del fichissimo trentenne venuto dall’altra parte del Mediterraneo che si innamora riamato della sessantenne, peraltro per niente decrepita e ancora piacente. Che poi la funzione e la missione del cinema e di ogni invenzione narrativa sono anche questo, l’indurci a credere l’impossibile o almeno l’improbabile. Però ci vuole una coerenza interna al racconto, perché le crepe dell’implausibilità non affiorino occorre una precisione ingegneristica in ogni passaggio, in ogni snodo. Qui fatichiamo a convincerci del coup de foudre di Mohamed per Adriana (più plausibile quello di lei per lui), certo conquistato dalla generosità di lei, ma basta?, ancora di più fatichiamo a capire come lui possa presentare alla famiglia una moglie europea sessantenne, e non capiamo proprio perché Adriana, che è donna di buonsenso, possa accettare di andarci, a Tangeri. Che poi oggi è una città dai modi assai occidentalizzanti, almeno in superficie se non nel profondo, e come si fa a credere che ci siano famiglie come quella mostrataci dal film cristallizzata in un tempo remoto. Per fortuna c’è, come Adriana, Ariane Ascaride, l’attrice-feticcio (e moglie) del marsigliese Robert Guédiguian, una che porta dentro un qualcosa delle grandi attrici mediterraneee alla Magnani, ed è così brava da illuderci in parecchi momenti della possibilità di quella impossibile storia. Helmi Dridi fa la sua parte, con quegli occhi scuri spalancati e seduttivi. Francesca Inaudi è un’attendibile figlia stronza che arriva, dopo il matrimonio della madre, a impedirle di vedere il nipotino.L'AMORE NON PERDONA - foto 5

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