Les fruits de la passion (Fruits of the passion), Cielo, ore 21,10.
Erotico d’autore di parecchie pretese dell’anno 1981, dello stesso produttore (francese) di L’impero dei sensi e con una coppia attore-attrice mica male, il mitologico Klaus Kinski e una giovane, bella, smaltata, ultrabionda Arielle Dombasle prima di Rohmer (e prima che diventasse la moglie di Bernard Henri-Lévy). Messa in cinema con moltissime libertà di quel Ritorno a Roissy di Pauline Réage che altro non è che la continuazione in altri ambienti e con gli stessi protagonisti di Histoire d’O. Si affida la regia a un autore giapponese dalla fama di sulfureo avanguardista, Shûji Terayama, ed ecco servito il parecchio ambizioso Les fruits de la passion, che è sì un erotico anche alquanto spinto, però come raggelato in quell’astrazione tutta orientale dove il sesso si fa cerimonia dei corpi e rito. Un maturo e perverso signore – Kinski, ovvio – vuol sottoporre a nuovi e più raffinati supplizi, anche psicologici, la sua giovane amante per saggiare fino a che punto arrivi la di lei sottomissione. Come suprema prova la porta a prostituirsi in un bordello e a sottoporsi alle più estreme e sordide pratiche erotiche. Il tutto ambientato (ed è lo scostamento maggiore rispetto al romanzo di partenza) nella Shanghai premaoista del 1929, sentina di ogni vizio e corruzione, crocevia di avventurieri e femmine galanti, città in cui il protagonista Kinski possiede un casinò, e già questo. Il film non fu il successo atteso, ma resta un tentativo interessante di coniugare, come si faceva in quegli anni, sesso e autorialità.
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