Recensione. THE FIGHTERS: l’amore è guerra, nella romantic comedy meno romantica e più nuova degli ultimi anni

TheFighters(4)The Fighters – Addestramento di vita (Les Combattants), un film di Thomas Cailley. Con Adèle Haenel, Kévin Azaïs, Antoine Laurent, Brigitte Roüan. Francia 2014.
TheFighters(5)In Francia è stato un film-evento, con tre César vinti. Lui è un timido falegname, lei una ragazza-tomboy convinta che la fine del mondo è vicina. Finiranno insieme in un durissimo boot camp dell’esercito. Sembra una romantic comedy con guerra dei sessi a ruoli rovesciati, poi diventa qualcos’altro: un post-apocalittico, un neo Laguna blu con accensioni visionarie e fantastiche. Film molto interessante, anche se prima e seconda parte non si incastrano. Voto 7,3
b4_001In Francia, uno dei casi cinematografici più eclatanti del 2014. Scoppiato con gran fragore e tra recensioni estatiche alla Quinzaine dés Réalisateurs lo scorso a maggio a Cannes, dove, dopo l’accoglienza-trionfo, ha vinto tutti e tre i premi della rassegna. Ce n’était qu’un début. Perché poi sono arrivati tre César, migliore opera prima (a Thomas Cailley), migliore giovane attore (Kévin Azaïs), migliore attrice (Adèle Haenel: bis dopo il César vinto l’anno prima come miglior giovane attrice per Suzanne). Una romantic comedy che devia dalla metà in poi verso il post-apocalittico e il disaster-movie, in uno dei cambi di genere e di rotta più clamorosi e a sorpresa che ci siano capitati negli ultimi anni al cinema. Tanto per dire quanto sia intimamente differente questo The Fighters, così fuori media, ai limiti della inclassificabilità, insieme incongruo e anarchico, libero e azzardato fino a rischiare l’autodissoluzione. Con dentro altri sovvertimenti e capovolgimenti, in pimis quello dei ruoli sessuali, in una commedia che è guerra dei sessi come certi Katharine Hepburn-Spencer Tracy movies, o meglio ancora Katharine Hepburn-Cary Grant, dove è lei il tipaccio con le palle e lui il lato debole, arrendevole e però alla lunga tenace e pugnace e resiliente come solo gli introversi sanno essere. Che qui Adèle Haenel nel personaggio di Madeleine è proprio un/una tomboy fatto e finito, maniaca del surviving più macho e truce e ansiosa di essere ammessa al boot camp più duro dell’esercito francese. Una donna-ciclone cui Haenel, con quella faccia da santa medievale, da angelo caduto tra noi, conferisce una varietà di toni e sfumature e increspature stupefacente (poche attrici avrebbero saputo fare altrettanto). Tutto comincia quando Arnaud, fino a quel momento un filo scioperato e fancazzista e incerto sul che fare nella vita, vien coinvolto dal fratello maggiore, più deciso e responsabile di lui, a occuparsi della piccola azienda di falegnameria lasciata dal padre appena morto. E finalmente, ti dici, ecco due ragazzi che fanno un mestiere di quelli solidi e di millenaria tradizione, mica quelle cose di varia immaterialità e fuffaggine con fatua etichetta inglese addosso che proliferano oggidì. Con una scena fantastica che dà subito tono al film e ti fa capire come il poco più che trentenne Thomas Cailley, pur se all’opera prima, abbia la marcia giusta.
Si tratta di scegliere la bara per la salma paterna, ma i due fratelli, il maggiore soprattutto, non son soddisfatti dei manufatti loro proposti, rilevandone difetti e cattiva fabbricazione, e dunque decidono di costruirsela loro la cassa di papà. Applausi. Una scena che sarebbe da far vedere obbligatoriamente in heavy rotation, in una nuova kubrickiana terapia Ludovico, a tutta la hipster generation e vario fighettismo perché imparino che ci sono anche cose serie a questo mondo, come la morte, l’amor filiale, e il lavorare il legno e il battere chiodi. Finito col fratello maggiore e gran falegname in una villa di media ricchezza a costruire un gazebo a bordo piscina, il buon Arnaud incontra, fatale incontro, la figlia dei padroni di casa. Madeleine, per l’appunto. Un tipaccio viriloide che fa vasche su vasche in piscina con in spalla uno zaino pieno di pietre. Non bastasse, la signorina si fa vomitevoli frullati di pesce crudo sanguinolento ingollandoli senza batter ciglio Presto spiegate le stranezze. Madeleine, un filo paranoica di quelle paranoie sta-per-arrivare-la-fine-del-mondo, è convinta che causa global warming (se ricordo bene) il pianeta nostro è prossimo a un immane disastro e dunque bisogna addestrarsi per resistere. Anzi, per perfezionare l’allenamento, sta cercando di entrare – pochi saranno gli ammessi – in un tosto corso di surviving dell’esercito. Al timidissimo Arnaud, folgorato da quella guerriera della post-apocalisse, non resta, per starle vicino e forse – forse – conquistarla, seguirla in quel bislacco progetto. Sarà dura penetrare quella corazza, Arnaud perderà clamorosamente coram populo una sfida di lotta con Madeleine, ne uscirà umiliato ma non domo. La inviterà fuori una notte, ma niente succederà. Fino a che i due partiranno insieme per il boot camp. Obiettivo addestramento al limite estremo. Ecco, fino a qui The Fighters (ma perché non chiamarlo I combattenti, traducendo l’originale francese?) resta tutto sommato nel solco della romantic comedy nella sua versione screwball e pazzariella, con inversione dei ruoli alla Susanna di Howard Hawks. Ormai si immaginano già le schermaglie tra i due al campo, tra percorsi di guerra simulati, corse nel fango e quant’altro, quando invece di botto il film svolta e diventa l’altra cosa di cui si diceva. Durante un’esercitazione un’apocalisse, per quanto locale, succede, sotto forma di un incendio enorme che devasta la zona e taglia fuori i nostri due dal resto del gruppo. Left behind. Isolati. E comincia, come nelle fantasie paranoidi di Madeleine, la fase della sopravvivenza, lei e lui soli a lottare, ma anche a godersi immensi spazi naturali, in una specie di Laguna blu molto meno smancerosa e sentimentaloide, e più asciutta, come si addice al carattere brusco di Madeleine. Confesso che questo deviare di The Fighters verso qualcosa che non è ben chiaro cosa sia, con perfino accensioni visionarie, mi ha lasciato perplesso. Devo però ammettere la grazia e insieme l’energia che Cailley riesce a imprimere anche a questa così incongrua rispetto alla prima (sembra di entrare in un’esperienza di cinema fantastico). Il resto lo fanno i due interpreti. Adèle Haenel è un vortice che sembra risucchiare verso di sè tutto il film, ma Kévin Azaïs, come il suo personaggio, fa della sua primitiva debolezza un argine di resistenza, fino a diventare il perfetto polo di opposizione e complementarietà rispetto allo strapotere della sua partner, Con la sua recitazione sommessa Kévin Azaïs fornisce una prova d’attore di rara finezza, dando vita al ritratto di una virilità assai contemporanea, fragile, affascinata e soggiogata dalla potenza femminile, ma non così arrendevole e in grado, sulla lunga distanza, di ritrovare il proprio posto nel confronto tra i sessi.

Adèle Haenel con il César vinto come migliore attrice dell'anno

Adèle Haenel con il César vinto come migliore attrice dell’anno

Kévin Azaïs, César come migliore promessa maschile

Kévin Azaïs, César come migliore promessa maschile

Il regista Thomas Cailley, César per la migliore opera prima

Il regista Thomas Cailley, César per la migliore opera prima

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