Cannes 2015, primo giorno: come fare due code alla Salle Bazin e essere respinti

Filename__12572_5114d9587fd73Fosse successo al festival di Venezia la stampa straniera si sarebbe scatenata nei soliti attacchi all’inefficienza e approssimazione italiane. Invece, visto che siamo in Francia, visto che siamo a Cannes, nessuno protesterà, nessuno si indignerà, nessuno alzerà la voce, nessuno scriverà pezzi di fuoco contro l’organizzazione. Mi riferisco a quanto è successo oggi alle due proiezioni stampa del film giapponese in concorso Umimachi Diary di Kore-eda Hirokazu, la prima alle ore 13, la seconda alle 16. Un delirio, centinaia e centinaia di giornalisti di tutto il mondo in coda per ore e poi respinti la prima e la seconda volta. Tra i disgraziati c’ero anch’io, bloccato dai buttadentro benché mi fossi messo in fila per la proiezione delle 13 un’ora prima e per la successiva addirittura con un’ora e venti di anticipo. Il guaio è stato presentare questo film del concorso molto atteso (Like Father, Like Son, il precedente di Kore-eda era molto piaciuto un paio di Cannes fa e aveva avuto un premio) nella più piccola delle sale a disposizione, la famigerata Salle Bazin, il cui solo nome fa tremare i festivaliers, 280 posti sì e no, la più implacabile security di tutto il festival (qualcuno li chiama les légionnaires per la durezza), a fronte di una massa di giornalisti accreditati vicina ai 9000. Ora, programmare un film del concorso o comunque di richiamo alla Bazin è, semplicemente, un suicidio, o un atto di puro sadismo nei confronti dei giornalisti con il badge blu (la gran massa degli accreditati) o giallo. Digressione necessaria: a Cannes vengono rilasciati accrediti di diversi colori, ognuno segnalante un rango e la priorirà di entrata. In alto nella gerarchia – onnipotenti – stanno i bianchi, seguono i rosa pastillé, quindi i rosa, poi i blu, poi i gialli. Ai bianchi, ai rosa pastigliati e ai rosa le porte delle sale restano aperte fino a pochi minuti prima della proiezione. Mentre i blu e i gialli si devono mettere in coda anche ore prima, sperando di essere in pole position per dare l’assalto ai posti rimasti liberi dopo che l’aristocrazia bianca e rosa avrà occupato i suoi. Un rito spietato, forse necessario ma spietato, da società di corte, da Versailles ai tempi di Louis XIV. I sommersi e i salvati. Nella Grande Salle Lumière di solito non ci sono problemi, bene o male ce la si fa a entrare tutti, magari infilati nelle posizioni più scomode (comunque i blu e i gialli vengono confinati in galleria, senza potere avere accesso alla platea, riservata ai soliti aristocratici), quando si è alla Salle Debussy – capienza ampia ma non enorme – è il caso per i blu (popolo di cui faccio parte e di cui fa parte la maggioranza dei giornalisti italiani a Cannes) di mettersi in fila almeno un’ora prima, sotto il sole o sotto la pioggia. Il disastro è la Salle Bazin, come è capitato oggi, assolutamente inadeguata, troppo piccola anche per contenere, nel caso di film di richiamo, perfino quelli con badge pesanti. Tant’è che alla prima e seconda proiezione di Kore-eda sono rimasti fuori anche molti rosa e nessun blu, dico nessuno, ce l’ha fatta a entrare. A questo punto bisogna dare per perso il film giapponese? In realtà c’è un altro press screening domani alle 16 nella Sala grande, che è poi la proiezione ufficiale, e lì è probabile che ce la si faccia ae entrare. Peccato che si sovrapponga con il press screening alle 16,45 dell’ungherese Saul Fia, uno dei film del concorso più attesi, e dunque devi scegliere: o l’uno o l’altro (certo, si potrebbe recuperare l’ungherese allo screening delle 22, ma provate a indovinare dove lo danno? Esatto, alla famigerata Bazin). Insomma, un rompicapo. Certo che oggi sarebbe bastato un po’ di buon senso da parte degli organizzatori e proiettare Kore-eda alla Salle Debussy o almeno alla brutta ma comoda Salle Buñuel o alla vuota e inutilizzata Salle Soixantième. Invece è andata com’è andata, con gran rabbia dei quattrocento-cinquecento esclusi.

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