Cannes 2015, i 5 film che ho visto oggi ven. 15 maggio

'L'ombre des femmes' di Philipe Garrel

‘L’ombre des femmes’ di Philipe Garrel

1) The Lobster di Yorgos Lanthimos. Concorso.
Ci si aspettava un gran film, e grande film è stato. Il migliore tra i cinque presentati fino a oggi in concorso. Nel solito futuro vicino, malato e distopico, i single sono messi fuorilegge, rieducati in speciali hotel acciocché si trovino un partner e mettano su coppia e si sistemino. Se non ce la faranno entro il termine prestabilito verranno trasformati in animali (e però almeno possono scegliere che bestia diventare: quasi tutti optano per cane e gatto, ma il protagonista sceglie l’aragosta: che ci sia un riferimento a David Foster Wallace?). Un mite singolo in rehab a un certo punto scappa dall’albergo-lager e si unisce ai singoli ribelli che fan la resistenza al regime naturalmente nella foresta (campagna contro città, un classico delle rivoluzioni). Solo che pure loro son totalitari e intolleranti quanto il regime che combattono, tanto da proibire alla gente di metter su coppia e famiglia, punendo nel modo più atroce chi sgarra. Capita la parabola? Lanthimos monta un racconto perfetto nella prima parte, di un surreal-perverso con parecchie citazioni da Kafka, Ovidio, Tati, The Hunger Games. Si perde un po’ nella seconda, ma riagguanta il film nel finale confezionandoci una chiusura memorabile. A questo punto perché non ipotizzare la Palma d’oro? Voto 8+
2) Irrational Man di Wody Allen. Fuori concorso.
Woody Allen con delitto, come Crimini e misfatti e Match Point. Poche battute, e invece sotto con il ritratto allarmante di un professore di filosofia che, imbevuto di boria superomistica, realizza un delitto perfetto. Sciocccando la studentessa Emma Stone che ne è innamorata (lui è un Joaquin Phoenix panzuto, ma di irresistibile richiamo sul genere femminile tutto). Notevole, come sempre quando Woody Allen non fa il piacione e guarda al cuore nero delle cose e della gente. Seconda parte che si ammoscia un po’, diventando un piccolo giallo con goffa scena finale. Ma avercene. Voto 7+
3) L’ombre des femmes (In the Shadow of Women) di Philippe Garrel. Quinzaine des Réalisateurs.
Il glorioso Philippe Garrell imbastisce, come nel precedente La Jalousie, la fenomenologia di una coppia corrosa da tradimenti, gelosie e incomprensioni. Nei modi eterni della Nouvelle Vague e in un bianco e nero meraviglioso su grande schermo. Un cinema che sembra impastato alla vita e nutrirsene, da tanto è credibile e naturale, eppure inequivocabilmente cinema. Pierre è un documentarista, Manon ha mollato una brillante carriera per stare con lui e lavorare con lui. Non hanno soldi e non ce la fanno a essere felici. Quando lui ha una storia con Elisabeth le cose precipitano. Manon accetta la corte di un uomo bello e gentile, e presto arriva la fine di quella che sembrava una coppia inossidabile. Amarsi eppure farsi del male, come abbiamo visto tante volte al cinema e nella vita. Alla fine uno spiraglio si apre. Tra commedia e mélo, ma senza urli. Un gruppo di schiamazzanti haters oggi in sala ha sbertucciato e deriso i due protagonisti e relativi dialoghi, che hanno la sola colpa di riportare quello che tutte le coppie che si tradiscono e si rodono dalla gelosia e dal rimorso si dicono, peraltro scritti (anche) dal mitologico Jean Claude Carrère. Garrel introdue una sottotrama parecchio intressante, quella di un traditore che si è spacciato per tutta la vita come eroe della resistenza, e non si può non pensare al bertolucciano La strategia del ragno. Stanislas Mehrar (visto un quattro anni fa nel formidabile La folie Almayer di Chantal Ackerman) è Pierre, Clotilde Coureau in Emanuele Filiberto è Manon. Fotografia del glorioso Renato Berta. E poi ridono, i ragazzacci. Voto 7 e mezzo
4) Paulina di Santiago Mitre, Semaine de la Critique.
Ci sono andato per sbaglio, credendo che dessero Les Anarchistes, proiettato invece in un altro cinema, e poi ci son rimasto. Anche perché il regista, l’argentino trentenne Santiago Mitre, aveva portato qualche anno fa a Locarno un buon film, El Estudiante, ritratto di un furbetto in carriera politica, e dunque mi intrigava questo suo nuovo lavoro. Certo che l’inizio fa cascare le braccia. La benestante Paulina, ottima famiglia, ottime prospettive di carriera come avvocato, decide di mollare Beunos Aires e andarsene in una landa desolata dell’Argentina ai confini con Paraguay e Brasile a fare l’insegnante di, diciamo così, educazione civica, ma sarebbe il caso di dire di democrazia. Sembra la solita lagna terzomondista, ma c’è un clamoroso twist quando Paulina viene stuprata da un torvo tizio di nome Ciro. Quel che segue, anche se raccontato con piattezza, è però parecchio intressante. Paulina non solo non denuncia il suo violentatore, pur sapendo chi è, ma, una volta scopertasi incinta, decide di tenere il bambino. Con disperazione del borghesissimo padre, e sembra di rivedere il recente La scelta di Michele Placido. A conferma che al cinema oggi non si abortisce: l’aborto, almeno sullo schermo, è stato messo fuorilegge. Il film non va granché a fondo, e però qundo il padre chiede a Paulina “se a violentarti fosse stato il tuo fidanzato avresti abortito?”, lei risponde: “Sì, avrei abortito”. E allora signora mia si aprono abissi. Perché Paulina non denuncia e si tiene il figlio dello stupro? Per quella solidarierà agli oppressi che ha sempre predicato, anche se gli oppressi se ne fregano di lei? Come si vede, c’è materia per parecchie discussioni, anche se il film di suo non è gran cosa. Voto 6
5) The Sea of Trees, un film di Gus Van Sant. Concorso.
Fischi e buuh, purtroppo meritati. Pensare che per almeno un’ora Gus Van Sant ci illude di aver centrato dopo tanto tempo il grande film. Sì, quel vagare di due uomini, un americano e un giapponese, in quella che chiamano la foresta dei suicidi, ai piedi del monte Fuji, è un pezzo di cinema incantato e sospeso. Con un Van Sant che senza retorica e trombonisni ecoverdi sa raccontarci le traiettorie di due aspiranti suicidi connettendole malickianamente alla natura e al ciclo cosmico (grazie anche a un montaggio formidabile e fluidissimo di Pietro Scalia). E pure la storia in flashback dell’americano (un bravissimo al solito Matthew McConaughey) con la sua partner è di un secchezza e di un rigore inusuali. Poi tutto precipita nell’ultima mezz’ora, in un imbarazzante delirio new age di fiori che sono anime spiranti e migranti, foreste che sono la porta del paradiso, presenze che sono spiriti protettivi e così via, correndo verso il precipizio dell’imbarazzante. L’ultima parte di The Sea of Trees è quanto di peggio si sia visto al cinema da parecchio tempo in qua. Ma cosa è successo a Gus Van Sant? Voto 4

 

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