Cannnes 2015: i film che ho visto sab. 16 maggio (Amy, Trois souvenirs…, Carol)

Trois souvenirs de ma jeunesse

Trois souvenirs de ma jeunesse

Solo tre film. Pochi? Tenete conto che Mia madre, presentato alle 8,30 in press screening, l’avevo già visto a Milano. Poi è stata la giornate delle file, allucinanti: un’ora e mezza per il film di Desplechin alla Quinzaine, tre quarti d’ora per Carol alla Debussy (e son stato respinto), due ore e un quarto poi alla Bazin sempre per Carol (entrato). Cose che succedono a Cannes, soprattutto di sabato e domenica quando calano le masse dei giornalisti del weekend. In ogni modo, la lista di sabato è questa:
1) Amy di Asif Kapadia. Fuori concorso-Proiezione di mezzanotte.
Biopic per fortuna non autorizzato, anzi per niente amato dalla famiglia, di Amy Winehouse. Per fortuna, perché almeno non c’è l’obbligo al santino ufficiale e si può andare a indagare anche i lati in ombra del personaggio. Kapadia – già regista di un docu su Ayrton Senna – nasconde poco delle travagliata vita pubblica e privata di Amy, voce nera e jazz nel corpo di una ragazza nata nel quartiere ebraico di Londra da una madre molto presto tradita dal marito. Il tono sta tra la ricostruzione documentaria e un certo gusto scandalistico nel mostrarci di che dolore è fatto il successo. Ci sono chicche come Amy giovanissima che canta Happy Birthday alla festa di compleanno di un’amica, ed è già pienamente Amy Winehouse. Poi l’ascesa verso il successo, che arriverà massiccio e forse inatteso, con Back to Black, e la parallela discesa verso la disintegrazione psichica e fisica.Un amore con un ragazzo di nome Blake, poi anche marito, di quelli folli e maledetti in cui ci si salva o si affonda insieme, e lei e Blake affondano. Per Amy è l’alcol, la bulimia, l’eroina, il crack. Finirà come sappiamo. Certo le ultime immagini in video e foto sono sconvolgenti, corpo scheletrico, occhi che non vedono più niente, graffi e lividi su tutto il corpo, il trucco colato sulla faccia ridotta a un mascherone. Come se fosse già morta da viva. Non un gran film, anche con qualche compiacimento voyeuristico di troppo. Però Winehouse è Winehouse, e vederla e sentirla vale la pena, eccome. Voto 6 e mezzo
2) Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin. Quinzaine des réalisateurs.
Bellissimo. Forse il miglior film visto fino a oggi a questo Cannes. Tant’è che si capisce sempre meno perché non sia stato messo in concorso e sia stato intercettato invece dalla Quinzaine. S’è detto: già troppi film francesi nella compétion, cinque, più il film d’apertura della Bercot fuori concorso. Non c’era più posto. Ma non sta in piedi come spiegazione, impossibile che i cinque film francesi siano meglio di questo meraviglioso Desplechin, qui al suo massimo, e in stato di grazia dopo il deludente Jimmy P di due anni fa. Un classico racconto semiautobiografico, o almeno con echi autobiografici, di formazione in quel di Roubaix, non allegra provincia nord-francese, la piccola patria in cui Desplechin ha ambientato parecchi dei suoi film. E torna il suo alter ego Mathieu Amalric, quale antropologo che dopo aver vagato, vissuto e lavorato in parecchie plaghe del mondo, quelle centroasiatiche soprattutto, ora è di ritorno a Parigi per prendere un incarico al Ministero degli esteri. È il pretesto per scatenare i ricordi, della sua infanzia, soprattutto di lui adolescente a Roubaix e poi giovane uomo a Parigi. Ne abbiamo visti centinaia, di bildungroman come questo. A rendere Trois souvenirs diverso e superiore alla media è l’infinita grazia, lo stile della messinscena, lo sguardo mai convenzionale, l’organizzazione del raccono in blocchi quasi autosufficienti, veri capitoli. Madre suicida, padre assente e dai comportamenti non così limpidi verso la sorella della protagonista. E poi, il meraviglioso quadro con la nonna lesbica e la sua fidanzata russa il cui marito è stato travolto dal terrore staliniano. E il gruppo dei coetenai, e l’incontro con l’antropologa del Benin sua mentore, e l’amore con Esther, l’amore inestinguibile, l’unico amore. Esther è tra i più bei personagi femminili che il cinema ci abbia dato in questo ultimi anni, e già da sola merita la visione. Si spera solo che venga distribuito in Italia. Voto 8 e mezzo
3) Carol di Todd Haynes. Concorso.
Stra-applaudito. Ovazioni anzi. Salutato come un capolavoro e dato tra i favoriti alla palma. Mi permetto di dissentire. Il film delude abbastanza, anche se Todd Haynes, di nuovo alle prese con un melodramma nell’America borghese degli anni Cinquanta come in Lontano dal paradiso, è autore di rispetto. Capace di ricreare come nessuno quegli anni senza cadere nel puro formalismo e di restituirne il clima soffocato, le passioni proibite e oscurate. Ma il film resta abbastanza inerte, la presenza di Harvey Weinstein alla produzione si fa sentire in una certa medietà, Cate Blanchett tende all’overacting e Rooney Mara è abbastanza spenta. Ispirandosi a un racconto di Patricia Highsmith, Haynes racconta dell’innamoramento della altoborghese di New York Carol per la commessa Therese. Ma le cose si complicano per via dell’imminente divorzio, con la minaccia del marito di Carol di toglierle la figlia per il suo lesbismo. L’omosessualità torna, come diceva Oscar Wilde, a essere l’amore che non osa pronunciare il suo nome. Finché Haynes deve alludere, suggerire un amore lesbico secondo i modi cautelosi e indiretti con cui se ne poteva dire e scrivere e parlare allora (e anche questo è filologia, è ricalco) il film funziona molto bene. Peggiora a partire dal forzato ritorno di Carol in famiglia, che sarebbe stato un finale perfetto, con il trionfo della legge borghese sulla legge del desiderio. Invece si continua almeno per un’altra mezz’ora, e non si capisce più cosa vogliano e facciano Carol e Therese. Resta in ombra, silenziato, anche il tema della differenza di classe. Film che non ha il coraggio di essere davvero crudele e affoga nella melassa sentimentale. Voto tra il 6 e il 7

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