Cannes 2015. Recensione: MOUNTAINS MAY DEPART di Jia Zhang-Ke. La Cina è un mélo di famiglia

Shan He Gu Ren (Mountains May Depart) di Jia Zhang-Ke. Concorso.
fa8011093c5eb0e4eae221c31d6c95a2Feuilleton in tre atti, il primo nella Cina anni Duemila, il secondo nel 2014, il terzo a Melbourn nel 2025. Due amici e la stessa donna: lei sceglieà quello che ha fatto i soldi, E quando avranno un figlio lo chiameranno Dollar. Parabola evidentissima sulle distorsioni indotte dall’esplosivo sviluppo economico cinese. Film politico come pochi, anche se in forma di dramma familiare. Potente ma imperfetto. Voto 7

il regista Jia Zhang-Ke

il regista Jia Zhang-Ke

Sulla carta, e prima del press screening, era considerato uno dei favoriti per la Palma. Ma il film di Jia Zhang-Ke, la cui proiezione stampa è stata funestata da problemi tecnici (sottotitoli inglesi non funzionanti, immagini sovrapposte, sonoro troppo alto), ha abbastanza deluso, o perlomeno ha suscitato forti perplessità, anche se alla fine l’applauso dei molti supporter è stato calorosissimo. Feuilleton girato nel suo stile robusto, e con la consueta muscolare carica emotiva (e lavorando più di accetta che di cesello), dal cinese Jia Zhang-Ke. Nella Cina primi anni Duemila in rapida crescita economica due amici amano la stessa donna, ma lei, Tao, sceglierà e sposerà il più furbo, quello che ha fatto i soldi e ancora di più ne farà. Quando nascerà il loro figlio, lo chiameranno Dollar. Molti anni dopo l’amico abbandonato torna nella hometown, ormai malato in fase terminale, mentre Tao ha divorziato e si è vista portare via il figlio dal marito diventato nel frattempo un caid della finanza a Shanghai. Il terzo atto di Mountains May Depart si svolge nel futuro, nel 2025, in Australia, in una Melbourne assai affluente, ed è una resa dei conti affettiva e con la propria identità, con le proprie radici. Con Dollar ormai ventenne che faticosissimamente recupera la sua cinesità rimossa e dimenticata e, chissà, forse anche una qualche vicinanza con la madre. Momenti formidabili e potenti (come il funerale del nonno), ma la terza parte è assolutamente balorda. Con personaggi persi per strada di cui non ci viene più detto niente, come l’amico malato. Chiara l’intenzione di raccontare attraverso la storia di Tao, dei suoi due amici, e di suo figlio, la storia maggiore della Cina, la sua trasformazione in paese socialista-capitalista e in superpotenza economica con l’avvento dei nouveaux riches selvaggi e vitalistici. Altrettanto chiaro il j’accuse del regista, che già aveva fatto lo stesso nel precedente A Touch of Sin, alla Cina che ha smarrito se stessa. E i ravioli che nonostante tutto mamma Tao non ha mai smesso di preparare diventano il simbolo di un qualcosa che deve restare, che non può essere buttato via con la modernizzzione. Mamma Tao è la Grande Madre Cina, come la Maria Braun di Fassbinder era la Germania della ricostruzione. Mountains May Depart è un film imperfetto ma potente, grandioso e insieme spudoratamente sgangherato e kitsch. Potrebbe crescere con il tempo. Da rivedere.

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