Cannes 2015, i 5 film che ho visto oggi giov. 21 maggio (Dheepan, Love, Le trésor, The Other Side, Valley of Love)

'The Other Side'. Il film esce in Italia il 28 maggio con il titolo 'Louisiana'

‘The Other Side’. Il film esce in Italia il 28 maggio con il titolo ‘Louisiana’

1) Dheepan di Jacques Audiard. Concorso.
Odissea del tamil Dheepan, dall’inferno della guerra nello Sri Lanka a quello delle banlieu francesi. Dove trova accoglienza e un lavoro come custode di un palazzo che però si rivelerà essere il fortino di una banda criminale. In uno scenario da Scampia made in France, Dheepan dovrà tornare alla guerra per sopravvivere. Parte come uno dei tanti film sui migranti che dalle lande disagiate del mondo cercano di approdare in Europa, diventa un perfetto e purissimo film di Audiard sui rapporti di dominio e sottomissione all’interno di universi criminali. Poderoso, girato con la solita precisione chirurgica del suo regista. Il migliore film del concorso a oggi, e sarebbe Palma se non ci fosse di mezzo lo smorfioso Carol a rompere le scatole. Voto 8 e mezzo
2) Comoara (Il tesoro) di Corneliu Porumboiu. Un certain regard.
Comincio a pensare che dopo questo film, e dopo i suoi precedenti When Evening Falls on Bucharest or Metabolism (Locarno 2013) e il geniale The Second Game (Berlinale 2014), il rumeno Corneliu Porumboiu sia uno degli autori europei oggi più meno omologati e più intressanti. Questo Comoara è stato una sorpresa, salutato alla fine da un lungo e convinto applauso. Commedia con tocchi stralunati, realizzata con un’impassibilità, con un approccio deadpan alla Buster Keaton, con una travolgente idea narrativa di partenza e sviluppi assai divertenti. Il buon Costi si fa coinvolgere da un vicino ad andare con lui in quella che è stata un tempo la villa della sua famiglia, in un villaggio a due ore da Bucarest. Lì nel giardino, dice il dirimpettaio, prima del comunismo il bisnonno ha sepolto un tesoro. Se mi aiuti a trovarlo, fa a Costi, te ne darò la metà. Ingaggiano per la mission un tizio dotato di metal detector di vario tipo, e via verso la villa. Con sequenze irresistibili, come la ricerca del tesoro mediante il detector sibilante, e i bisticci tra il tecnico e i due cercatori. Un finale che è tra i più inventivi visti a questo Cannes. Sotto la commedia perfettamente costruita, e benissimo recitata, c’è anche un viaggio nella storia della Romania. Quella villa è stata una residenza borghese, poi in tempi di comunismo una scuola elementare, poi dopo la caduta di Ceausescu un bar e club notturno con tanto di lapdance. Qualcuno lo importi in Italia, please. Voto 7 e mezzo
3) Love di Gaspar Noé. In 3D. Fuori concorso, sezione Proiezioni di mezzanotte.
Lo scandale ampiamente annunciato di questo Cannes, il film sporcaccione-chic del regista argentino-francese Gaspar Noé, già aduso a dar pugni nello stomaco dello spettatore avendo realizzato Irréversible e Enter the Void. Attesa pazzesca. Peccato che la prima proiezione sia stata ieri notte alle 0,15, e stamattina il press screening delle 11 era nella piccola quanto famigerata e inaccessibile Salle Bazin. Chiaro che, benché mi sia messo presto in fila, non ce l’abbia fatta a entrare. Per essere sicuro di vedere Love mi sono piazzato in fila davanti alla Salle du Soixantième per l’ultima proiezione, l’ultima chance, quella delle 16, alle ore 13,45, vale a dire due ore e un quarto prima, non so se mi spiego. Ma questo, signori, è Cannes. Ne valeva la pena? Ecco, io che di Noé sono un estimatore (ritengo Enter the Void uno dei film fondamentali della decade) son rimasto parecchio deluso. L’idea di immettere sesso esplicito e pornografico all’interno del cinema alto non è poi così nuova, soprattutto dopo il fluviale Nymphomaniac. L’ambizione di Noé è quella enunciata dal protagonista del suo film, un giovane filmmaker americano di nome Murphy che dello stesso Noé è una proiezione, se non proprio un alter ego: “Voglio fare un film sull’amore in cui ci sia anche il sesso, cosa che il cinema non ha mai fatto” (non è vero, ma tant’è). E, è ancora Murphy a parlare: “Il cinema deve essere sangue, sperma e lacrime”. Detto fatto. Love è l’applicazione quasi notarile di questi enunciati. Dunque una storia d’amore tra le più classiche e perfino soappistiche, con dentro una quantità massiccia di scopate a due, a tre, pompini, sodomizzazioni e quant’altro. Tutto con macchina da presa a rovistare in ogni anfratto corporeo maschile e femminile. Murphy sta con Omi, da cui ha avuto un bambino. Ma continua a struggersi d’amore per Electra, che lo ha mollato dopo aver saputo che lui aveva messo incinta un’altra, e da allora è sparita, volatilizzata. Pensare che l’altra, Omi, era stata coinvolta inizialmente dalla coppia Murhpy-Electra solo per una triangolazione erotica, quale momentaneo diversivo, e invece ne è poi diventata l’elemento distruttore. Il film è un percorso à rebours che mima Irréversible, e l’ultima scena è quella in cui Murphy e Electra si incontrano per la prima volta. Di sesso ce n’è una quantità, con il pene di Murphy (Karl Gusman) orgogliosamente esibito come uno scettro. Con perfino, visto che il film è in 3D, fiotti di sperma lanciati verso lo spettatore. Ma nel fondo Love resta un film debolmente ipersentimentale e piagnucoloso, con dialoghi spesso sciampistici, e se vogliamo anche l’mmaginario erotico è un filo stantio. Per dire: la fantasia più trasgressiva di Murphy e Electra è quella di coinvolgere a letto un’altra donna, e come massima porconaggine i due vanno in un club di scambisti: che son cose da ragionieri padani anni Novanta in cerca di brividi. Circola, forse volutamente (ma non ci viene spiegato), un’aria retrodatata, come se tutto fosse fissato, supposte perversioni comprese, a un paio di decenni fa almeno. Gaspar Noé cerca di aggirare il banale con una messinscena rigorosa e autorialistica che potrebbe impressionare i critici francesi, con inquadrature quasi tutte frontali e a camera fissa (più qualche lungo piano sequenza che fa sempre chic). Ma così facendo e girando finisce col mimare quei porno finto-alti che trent’anni fa cercavano di vendersi come autoriali. Il meglio del film sta nel suo clima malato e alterato, in un’alterazione delle immagini, della coscienza (anche per l’uso massiccio di ogni droga possibile, oppio incluso) e della nostra percezione. Qui sì che ritroviamo il Noé di Enter the Void. Ma non basta a farne un grande film. Comunque da rivedere fuori dagli stress festivalieri. Voto 6, solo per la stima che ho dei lavori precedenti di Noé.
4) Valley of Love di Guillaume Nicloux. Concorso.
Quinto film francese in concorso e francamete se ne sarebbe potuto fare a meno. Non funziona niente in questo strano Valley of Love in cui una coppia di divorziati – lei è Isabelle Huppert, lui Gérard Depardieu – si riunisce dopo molti anni. A convocarli, dando loro appuntamento nella Death Valley in un arco preciso di giorni, è il figlio. Solo che Michael, il rampollo, si è suicidato mesi prima a San Francisco. Eppure la lettera risulta scritta dopo ed è indubitabilmente sua. Cosa c’è sotto? Michael è forse ancora vivo? Il suicidio era una messincena? O c’è un piano diabolico architettato da qualcuno? Il film parte con la reunion di due vecchi ex coniugi costretti da quel forzato incontro a fare i conti con il loro passato. Solo che poi dal dramma di coppia Valley of Love vira incongruamente sul film alla Lynch e perfino sull’horror supernatural. Il guaio è che Nicloux non si decide a scegliere in quale genere incastrare il suo film e sbanda paurosamente finendo nell’imbarazzante e anche nel ridicolo. Peccato per la coppia Huppert-Depardieu, che meritava di meglio. Voto 4
5) The Other Side (Louisiana) di Roberto Minervini. Un certain regard.
Molto atteso questo documentario di un giovane regista marchigiano trasferito da tempo in America e lì operante come filmmaker indipendente. Il suo precedente docu Stop the Pounding Heart, lanciato propri a Cannes due anni fa fuori concorso, lo ha fatto conoscere nel giro dei festivalieri. Adesso è arrivata la convocazione per Un certain regard. The Other Side è quella parte di America povera e ai margini, quella che non vediamo, non conosciamo, non finisce sotto la lente dei media. Minervini porta la sua macchina da presa in una parte lontana da ogni possibile centro, in una Louisiana dei margini, tra tossici-spacciatori, povericristi che si fanno e strafanno di alcol e ogni sostanza. Una lapdancer incinta, una tizia che si fa fare le pere di eroina nei seni (in tutti e due) o, in alternativa, al polso. Non è la prima volta che il cinema va a rovistare nel white trash, si pensi a Un gelido inverno, a Re della terra selvaggia o al remoto Un tranquillo weekend di paura. Minervini ci aggiunge un iperrealismo che non ci risparmia nulla, anche se fatichiamo a capire dove voglia andare con il suo film. Con, spesso, un’eterogenesi dei fini, tant’è che il tossico Mark, che dovrebbe testimoniare l’abisso e il degrado, alla fine si trasforma in un protagonista di irresistibile simpatia (e le scene con la mamma malata portano lo spettatore tutto dalla sua parte). I limiti sono un cronachismo che non ce la fa mai ad andare oltre l’accumulo di dettagli e singoli episodi, spesso ripetuti e ridondanti, e una spaccatura netta del film tra la prima parte dedicata ai tossici e la seconda sull’esercitazione militare di un gruppo di reduci delle varie guerra, gente che dovrebbe farci capire il lato oscuro e violento dell’America. Secondo un cliché che però abbiamo visto fin troppe volte. Il film esce in Italia il 28 maggio con il titolo Louisiana. Voto 6

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