Cannes 2015. Recensione: CHRONIC di Michel Franco. L’impassibile angelo del fine-vita

Chronic di Michel Franco. Con Tim Roth, Robin Bartlett, Michael Cristofer. Concorso.
e4bd2c5aec65e94606387b03126bdea1Le opere e i giorni del californiano David, professione infermiere a domicilio di malati terminali. Il messicano Michel Franco manda in concorso uno dei film più disturbanti e ossessivi di questo Cannes, che mostra in piena luce quel che di solito è nascosto: la malattia, la morte. In uno stile apparentemente impersonale e impassibile tra Haneke e Reygadas. Assai bravo Tim Roth, che potrebbe anche vincere il premio di migliore attore. Il limite di Chronic è però la mancanza di una linea narrativa decisa. Voto tra il 6 e il 7
48da497c7f6ae42d342f15ed1365c02aUno dei film più enigmatici, disturbanti e tetri del concorso, ma anche uno dei pochi che si dia la pena di sperimentare, di battere strade non così ovvie, di andare a scoprie cosa ci possa stare dietro l’angolo. Il risultato però non convince, anzi  lascia sconcertati per il clima plumbeo che grava su ogni scena (si parla di morte e malati terminali), ma anche per le labili tracce narrative lungo le quali il messicano Michel Franco fa muovere fatti e persone: secondo una pratica dell’ellisse, dell’allusione, del sottinteso, del non detto ormai molto diffusa nel cinema dei filmmaker soprattutto trentenni. Sicché arrivi alla fine pieno di domande senza risposta, e un po’ di rabbia ti viene, ecco.
In una qualche parte della California seguiamo i giorni di David, cinqunat’anni o giù di lì, di professione infermiere a domicilio di malati gravi. Mestiere che esercita con competenza, serietà, passione, massimo rispetto per i pazienti, sempre al primo posto nella scala della sua attenzione. Una partecipazione verso i sofferenti che sembra in contrasto con la maschera impassibile che David (un bravissimo Tim Roth, che si mette in corsa per il premio a migliore attor insieme a Lindon e Cassel) mostra al mondo, fors’anche a se stesso. Nelle prime scene lo vediamo alle prese con una donna resa scheletrica da una qualche malattia, curarsi di lei, seguirla fino all’ultimo, e solo dopo scopriremo chi fosse. Verrà poi ingagggiato per occuparsi di un anziano architetto colpito da ictus, concedendogli evasioni che un altro infermiere mai tollererebbe, come guardarsi video porno sull’iPad. Cosa che gli costerà cara, perché la figlia dell’architetto lo farà licenziare accusandolo ingiustamente di molestie sessuali verso suo padre. Con la solita imperturbabilità David  incassa il colpo e si mette a caercare altri pazienti. E intanto atraverso incontri e frammenti pr la verità alquanto nebulosi scorgiamo qualcosda del suo passato, ed è un passato di dolori. Vedremo altri malati terminali, altre morti, vedremo un’eutanasia praticata. Film claustrofobico, ossessivo nella sua quasi coatta ripetizione di scene di fine-vita. Mai un raggio di sole, si sarebbero lamentate le vecchie zie. Ma con questa cocciuta coerenza Michel Franco, vincitore nel 2012 qui a Cannes di Un certain regard con After Lucia, dà al suo film una compattezza e un rigore insoliti che lasciano intuire in lui una visione forte e radicale di cinema. Con uno stile freddo e oggettivo da riesumata Neue Sachlichkeit che sta tra la registrazione fenomenica e avalutativa di Haneke e la cerebarlità del conterraneo Carlos Reygadas. A mancare se mai è una linea narativa forte, sicché il film rischia di avvitarsi in un eterno ritorno a se stesso, di non avere uno sviluppo drammaturgico vero. Film imperfetto ma non qualunque, che potrebbe anche segnare la partenza di una carriera autoriale importante.

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