Cannes 2015. Recensione: LOVE, il film scandalo è finalmente arrivato

Love di Gaspar Noé. In 3D. Con Karl Gusman, Aomi Muyock, Klara Kristin. Fuori concorso, sezione Proiezioni di mezzanotte.fda5a3cb11b24c4c537339d5a6274ba8Finalmente svelato il film di amore e sesso del sempre scandaloso Gaspar Noé (Irréversible, Enter the Void). Ma Love ha deluso. Al di là della sua sporcaccioneria autorial-chic, il film è di un sentimentalismo da soap, e piagnucolosissimo. E pure il sesso, che è tanto e molto esplicito, è di un hard un po’ vintage. Da rivedere fuori dal chiasso festivaliero. Momento-cult: il fiotto di sperma in 3D lanciato verso lo spettatore. Voto 6, ma solo per la stima che ho di Gaspar Noé.
d87cfa475fd560f8e699886d814f738dEccolo lo scandale ampiamente annunciato di questo Cannes, il film sporcaccione-chic del regista argentino-francese Gaspar Noé, già aduso ai pugni nello stomaco dello spettatore avendo realizzato Irréversible e Enter the Void. Attesa pazzesca. Peccato che la prima proiezione sia stata ieri notte alle 0,15, e stamattina il press screening delle 11 fosse nella piccola quanto famigerata e inaccessibile Salle Bazin. Chiaro che, benché mi sia messo presto in fila, non ce l’abbia fatta a entrare. Per essere sicuro di vedere Love mi sono piazzato davanti alla Salle du Soixantième per l’ultima proiezione, quella delle 16, alle ore 13,45, vale a dire due ore e un quarto prima, non so se mi spiego. Ma questo, signori, è Cannes. Ne valeva la pena? Ecco, io che di Noé sono un estimatore (ritengo Enter the Void uno dei film fondamentali della decade) son rimasto parecchio deluso. L’idea di immettere sesso esplicito e pornografico all’interno del cinema alto non è poi così nuova, soprattutto dopo il fluviale Nymphomaniac. L’ambizione di Noé è quella enunciata dal protagonista del suo film, un giovane filmmaker americano di nome Murphy che dello stesso Noé è una proiezione, se non proprio un alter ego: “Voglio fare un film sull’amore in cui ci sia anche il sesso, cosa che il cinema non ha mai fatto” (non è vero, ma tant’è). E, è ancora Murphy a parlare: “Il cinema deve essere sangue, sperma e lacrime”. Detto fatto. Love è l’applicazione quasi notarile di questi enunciati. Dunque una storia d’amore tra le più classiche e perfino soappistiche, con dentro una quantità massiccia di scopate a due, a tre, pompini, sodomizzazioni e quant’altro. Tutto con macchina da presa a rovistare in ogni anfratto corporeo maschile e femminile. Murphy sta con Omi, da cui ha avuto un bambino. Ma continua a struggersi d’amore per Electra, che lo ha mollato dopo aver saputo che lui aveva messo incinta un’altra, e da allora è sparita, volatilizzata. Pensare che l’altra, Omi, era stata coinvolta inizialmente dalla coppia Murhpy-Electra solo per una triangolazione erotica, quale momentaneo diversivo, e invece ne è poi diventata l’elemento distruttore. Il film è un percorso à rebours che mima Irréversible, e l’ultima scena è quella in cui Murphy e Electra si incontrano per la prima volta. Di sesso ce n’è una quantità, con il pene di Murphy (Karl Glusman) orgogliosamente esibito come uno scettro. Con perfino, visto che il film è in 3D, fiotti di sperma lanciati verso lo spettatore. Ma nel fondo Love resta un film debolmente ipersentimentale e piagnucoloso, con dialoghi spesso sciampistici, e se vogliamo anche l’mmaginario erotico è un filo stantio. Per dire: la fantasia più trasgressiva di Murphy e Electra è quella di coinvolgere a letto un’altra donna, e come massima porconaggine i due vanno in un club di scambisti: che son cose da ragionieri padani anni Novanta in cerca di brividi. Circola, forse volutamente (ma non ci viene spiegato), un’aria retrodatata, come se tutto fosse fissato, supposte perversioni comprese, a un paio di decenni fa almeno. Gaspar Noé cerca di aggirare il banale con una messinscena rigorosa e autorialistica che potrebbe impressionare i critici francesi, con inquadrature quasi tutte frontali e a camera fissa (più qualche lungo piano sequenza che fa sempre chic). Ma così facendo e girando finisce col mimare quei porno finto-alti che trent’anni fa cercavano di vendersi come autoriali. Il meglio del film sta nel suo clima malato e alterato, in un’alterazione delle immagini, della coscienza (anche per l’uso massiccio di ogni droga possibile, oppio incluso) e della nostra percezione. Qui sì che ritroviamo il Noé di Enter the Void. Ma non basta a farne un grande film. Comunque da rivedere fuori dagli stress festivalieri.ob_611fd3_love6

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