Cannes 2015: i 4 film che ho visto oggi sab. 23 maggio (Macbeth, La glace et le ciel, Mustang, Hrútar)

L'islandese 'Hrutar', vincitore di Un certain regard

L’islandese ‘Hrutar’, vincitore di Un certain regard

1) Macbeth di Justin Kurzel. Concorso.
Applausi, ma anche molti buuh, i più sonori che si siano sentiti a una proiezione stampa. Ma perché mai? Forse sono le vedove inacidite di Orson Welles che non vogliono che dopo il Maestro nessuno al cinema ci provi più con il Macbeth. Come capitava alle poverette che facevan Traviata alla Scala e venivano subito distrutte dagli inconsolabili della Callas. Invece questo nuova versione di una delle più fosche tragedie shakespeariane è barbara, corrusca e selvaggia al punto giusto. L’australiano Justin Kurzel, al suo secondo lungo, non tenta spericolate reinterpretazione, ma si attiene fedelmente al testo e cerca di cavarne fuori il cuore nero, riuscendoci. “Ci sono scorpioni nella mia mente”, dice Macbeth, e il film dilata queste parole trasformandosi in una specie di lungo delirio. Se qualcuno tira in ballo Il trono di spade prendetelo a calci, semmai qui qualche parentela c’è (nelle scene di battaglia) con il Braveheart di Mel Gibson. Grandissimo Michael Fassbender, nato per essere Macbeth. Ottima Cotillard, Lady Macbeth trattenuta e implosa, lontana dalle isterie della tradizione. Fassy potrebbe portarsi a casa il premio per la migliore interpretazione (e però se la dovrà vedere con Vincent Lindon, Vincent Cassel e Tim Roth). Voto 7+
2) Le Glace et le Ciel di Luc Jacquet. Film di chiusura del festival. Fuori concorso.
I film di chiusura dei festival son sempre tra le cose peggiori. Questo conferma in pieno la tradizione. Del regista di La marcia dei pinguini un’altra storia, che poi è un biopic, sui ghiacci. Si ripercorre, un po’ con documenti e video dell’epoca, molto con fintissime ricostruzioni di oggi, la vera storia del maggior glaciologo (o ghiacciologo?) di Francia, insomma esperto di ghiacci: Claude Louris, 82enne (e presente stamattina alla conf. stampa). Dalla sua prima spedizione in Antartide – ed è lì che scopre la sua vocazione – agli anni Duemila Con scoperte, pare, fondamentali per stabilire le oscillazioni climatiche del pianeta terra da quand’è nato a oggi. Epopee di mesi e mesi passati in stazioni-buco laggiù in Antartide, ammassati in pochi metri quadri, e 50 sottozero quando fa caldo. Belli i carotaggi, però. Massimo rispetto per Louris, ma la voce fuori campo è di un trombonismo che solo i francesi. E poi tutto un “ma il global warming l’avevamo già predetto decenni fa”, “l’umanità si avvia verso la catastrofe”, etc. Se non sono scappato è perché mi do come regola di vedermi sempre un film, anche pessimo, fino in fondo. Voto 2
3) Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Quinzaine des Réalisateurs. Premio Label Europa Cinemas.
L’applauso più lungo che ho sentito a questo Cannes è stato oggi alla Quinzaine per Mustang, film turco con dentro però parecchio di francese (i capitali, la cosceneggiatrice, che è poi Alice Winocour, la regista di Maryland dato a Un certain regard). Una storia di giovani donne oppresse e conculcate, e di una difficile emancipazione, di quelle che destano sempre l’adesione entusiasta nelle platee festivaliere sinceramente democratiche, umanitarie e politicamente corrette. Turchia, anzi Anatolia profonda, dalle parti di Trabzon/Trebisonda, mille chilometri da Istanbul. Cinque sorelle orfane (non si sa a causa di cosa), tutte teenager, allevate dalla nonna e da uno zio, entrami iper tradizionali. Alla fine dell’anno scolastico le ragazze hanno la cattiva idea di festeggiare tuffandosi in acqua con alcuni ragazzi. Costerà alla maggiore di loro la fama di disonorata. Bisogna dunque correre ai ripari, e così nonna e zio chiudono in casa le sorelle per preservarne la verginità e si dan subito da fare per procurare un marito alla maggiore, la più compromessa. Che però un fidanzato segreto già ce l’ha. Oh, come si indigna la platea di fronte a certe barbarie quali il matrimonio combinato, e come freme la coscienza progressista. A me è sembrato di ripiombare in uno di quei film italiani anni Cinquanta-Sessanta con dentro l’ossessione della verginità, la fuitina, il matrimonio riparatore, qaundo si rideva sguaiatamente alle spalle dei siciliani considerati, pure con un certo razzismo, il massimo del sottosviluppo culturale. Per carità, il film è furbo e si lascia guardare volentieri, nella sua parte commedia come in quella drammatica. Perché a un certo punto dramma sarà. Ma la repressione sarà sconfitta, non temete. Attenzione, potrebbe diventare un successo internazionale, ne ha tutti i segni di predestinazione. Voto 5 e mezzo
4) Hrútar (Montoni) di Grímir Hakonarson. Vincitore di Un certain regard.
Premiato stasera dalla giuria di Un certain regard presieduta da una Isabella Rossellini con clamorosa stola (molto, molto applaudita, intendo la Rossellini) quale miglior film, e anche qui mi pare un’esagerazione. Pensare che a Apichatpong Weerasethakul e al suo meraviglioso Cemetery of splendour non hanno dato neanche un premio minore, zero. Però questo film islandese, furbo al punto giusto, era piaciuto immensamente fin dalla sua prima proiezione, ed era tra i favoriti. Storie di montoni e di fratelli. Siamo ngli immensi landscapes islandesi, senza geyser e però con molti pascoli, con due fratelli allevatori di montoni pregiatissimi (e pecore loro concubine) che abitano a due passi, ma non si parlano da quarant’anni. Poi arriva la malattia, una cosa tipo mucca pazza in versione ovina, e viene ordinato l’abbattimento di tutti i montoni e le pecore della vallata. Ma uno dei due fratelli, per salvare una razza pregiatissima, ne nasconde qualche esemplare in cantina. Sarà questo a riavvicinare i due. Più che un film sui rapporti tra umani e animali, come filosofeggia la motivazione della giuria letta da Isabella Rossellini, una storia di fratelli che pur odiandosi non possono dimenticarsi. Troppo piacione per i miei gusti. Di sicuro farà una gran carriera internazionale e potremmo ritrovarlo nelle liste oscar e golden globes per il migliore film straniero. Per il cinema islandese, che da qualche anno sta crescendo parecchio, un’importante affermazione. Voto 6

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