Cannes 2015: i 4 film che ho visto venerdì 22 maggio (Chronic, Masaan, Ni le ciel ni la terre, La tierra y la sombra)

Ni le ciel ni la terre

Ni le ciel ni la terre

1) Chronic di Michel Franco. Concorso.
Ci si aspettava qualcosa di più dal regista messicano che tre anni fa aveva vinto qui a Cannes a Un certain regard con After Lucia. In Chronic ce la fa benissimo a creare un mood soffocantee di plumbea, costante minaccia inespressa, dirige molto bene Tim Roth (alla sua migliore interpretazion da parecchio tempo in qua), ma esagera con le ellissi, il non detto, l’allusione, e si esce alla fine insoddisfatti con troppe domande in testa rimaste senza risposta. Chi è David, il protagonista? Del suo passato sappiamo e sapremo poco in corso di film. Lo vediamo giorno per giorno esercitare il suo mestiere di infermiere a domicilio di malati cronici e/o terminali. Tutti i giorni nell’anticamera della morte, di cui sembra di sentire il respiro e l’odore. Nonostante la maschera di impassibilità che si è costruito, David è un ottimo professionista, sa stare vicino ai suoi malati con pazienza, empatia, anche affetto. Incapperà in una brutta storia, i famigliari di un anziano architetto da lui accudito lo accuseranno di molestie sessuali solo perché David gli ha permesso di godersela un po’ con dei video porno. Ci saranno altri pazienti, ci sarà un’eutanasia. Con un finale balordo che denuncia l’imbarazzo del regista a trovare una via d’uscita coerente al suo racconto. Imperfetto, ma interessante, e adeguatamente disturbante. Tra Haneke e Reygadas. Voto tra il 6 e il 7
2) Masaan di Neeraj Ghaywan. Un certain regard.
Film indiano che somiglia parecchio a certi nostri melodrammi popolari degli anni Cinquanta, con ragazze che perdevano l’onore e differenze di classe a ostacolare l’amore. Matarazzo, ma anche certo Alberto Lattuada. Invece qui siamo nell’India di oggi, lungo il Gange, a Vanarasi/Benares. Una ragazza viene sorpresa con il suo boyfriend dalla polizia in una stanza d’albergo, lui si suicida per l’onta, lei rischia di finire in tribunale e di essere svergognata. Anzi, disonorata. Tornerà dal vecchio padre che, per impedire lo scandalo, è costretto a pagare un poliziotto corrotto con il potere di insabbiare tutto. Intanto ecco in parallelo la storia di un giovane uomo che studia ingegneria, ma che, come da sempre nella sua famiglia, brucia i cadaveri sulle rive del Gange, secondo un rituale regolato da rigidi codici. Dopo il rogo, bisogna spezzare il cranio con un bastone “perché l’anima possa scappare via”. Si innamorerà di una ragazza di casta troppo elevata per lui, e saranno dolori. Puro melodramma che pone le questioni delle distanze di casta ancora così stringenti in India, e della condizione femminile. Con, per noi, un sapore di inesorabile inattualità. In India di sicuro Masaan può avere la sua utilità, dando una mano all’abbattimento ci certi tabù sociali e alla cosiddetta modernizzazione. Ma a Cannes? Che senso ha portarlo a Cannes? Voto 5
3) Ni le ciel ni la terre di Clément Cogitore, Semaine de la Critique. Premio ‘Aide da la Fondation Gan à la diffusion’.
Ieri sera corsi di recupero alla Semaine, alla riproiezione dei film vincitori. Uno, l’argentino Paulina, vincitore del premio Nespresso, il maggiore, quello assegnato dalla giuria presieduta dall’attrice-regista israeliana Ronit Elkabetz, l’avevo già visto (e già recensito). Ieri alle 19,30 mi son messo invece in fila (fila modesta rispetto a quelle del Palais) per questo film francese che per me è stato una quasi-rivelazione. Uno dei meno omologati di tutto Cannes, al confine tra cinema di genere e ricerche visuali, anche se abbondamente imperfetto, con sbandate nella parte finale. Ma quel che viene prima è davvero molto interessante. Siamo in Afhganistan, nel territorio tenuto sotto controllo delle truppe francesi della coalizione Isaf. In un fortino in mezzo al nulla, solo montagne, pietraie, un villaggio infido a una qualche distanza, il capitano Antarès Bonassieu comanda un manipolo di uomini. Fino a che due dei soldati, dislocati in un punto di osservazione oltre il fortino, scompaiono misteriosamente. Rapiti dai Talebani? Da da Al Qaeda che lì vicino si è rifatta sotto minacciosamente? Uccisi? Rapiti per riscatto? L’incertezza, la rabbia, la paura cominciano a impossessarsi dei militari di quell’avamposto nel niente, non così diverso da quello del Deserto dei tartari. Altri due scompariranno, senza che il minimo indizio lasci intuire un razionale perché. Un mistero. Ci sono strani fenomeni, sogni comuni a più di un soldato in cui si sognano gli scomparsi, dormienti in una grotta. Si stabilisce una tregua con il nemico, che ha pure misteriosamente perso un uomo. Si azzardano interpretazioni religiose, tirando in causa una sura del Corano, quella degli uomini addormentati nelle caverne. Il regista crea man mano un clima di allucinazione e alterazione della mente, anche attraverso riprese effettuata attraverso i visori a infrarosssi e le altre tecnologie di individuazione visuale. Il capitano sembra entrare in una zona di follia, in un clima che ricorda quello della parte terminale di Apocalypse Now. Quello che segue è il tentativo da parte del regista di uscire dall’impasse narrativo trovando una soluzione, ma è quanto convince meno del film, e non mancano nemmeno scivolate nel misterico dozzinale da new age (“c’è sempre un mondo parallelo a questo mondo”). Il film invece è assai bello quando fa montare l’onda dell’inconoscibile, del nemico invisibile, quando il non razionale spariglia le carte della realtà. Riesce a Cogitore, regista che viene dalle sperimentazioni art, quello che non è riuscito al Nicloux di Valley of Love, saldare realismo e mistero. Non il solito Afghanistan-movie. Meriterebbe una distribuzione italiana. Voto 7
4) La tierra y la sombra di César Augusto Acevedo. Semaine de la critique, Prix SACD e Prix Révélation France.
Un perfetto film terzomondista-miserabilista da festival, di quelli che commuovono pubblico e giurie e si prendono invariabilmente un qualche premio. Difatti La terra e l’ombra è uscito dalla Semain con il Prix SACD. Storia di poverissimi campesiños in una Colombia Infelix dove spadroneggiano i latifondisti della canna da zucchero. Storia di una famiglia composta da padre, madre, bambino di sei o sette anni, anziana nonna. Il padre è a letto malato, non può più andare a tagliare la canna da zucchero e dunque ci vanno le due povere donne, senza peraltro essere mai pagate. Un quadro di desolazione, tutto girato dall’ambizioso regista in una stile altissimo-autoriale fatto di tempi dilatati e ritmi ipnotici, interminabili carrellate, paesaggi e persone riprese spesso a camera fissa onde aumentare il tasso di ieraticità. Tra Bela Tarr e il Nuri Bilge Ceylan più anatolico. Arriva il padre dell’uomo malato, andatosene via anni prima mollando la moglie e il figlio. Sarà lui a dare una scossa a quella famiglia inesorabilmente indirizzata verso l’implosione e la morte. Dappertutto polvere, e la cenere dei campi di canna incendiati. E in casa, finestre sempre chiuse perché il malato non respiri quei miasmi. Il meglio sta nell’atmosfera claustrofobica della casa, il rapporto malato tra veccia madre e quel figlio come tenuto in ostaggio da lei. Però i manierismi da film da festival sulle sfighe del mondo sono in quantità insopportabile. Voto 5

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