Recensione: THE TRIBE. Dentro la mafia del silenzio. Un film imperdibile

OC770321_P3001_186983OC756707_P3001_183038The Tribe (Plemya), un film di Miroslav Slaboshpytskiy. Ucraina, 2014. Vincitore (ex aequo con il messicano Navajazo) del Milano Film Festival 2014. Vincitore a Cannes 2014 della Semaine de la critique. Dal 26 maggio al cinema.
OC756711_P3001_183043In un istituto ucraino per non udenti di squallore ancora sovietico, i ragazzi più grandi e violenti hanno insuarto un regime di terrore. Altro che nonnismo e bullismo, qua siamo in un brutale universo concentrazionario. Film senza parole, senza dialoghi, solo con il linguaggio dei gesti dei non udenti. Un film tostissimo, importante, imperdibile. Voto tra il 7 e l’8OC756709_P3001_183041

Il film ucraino che l’ano scorso a Cannes alla Semaine de la Critique ha sconvolto critici e spettatori, ma per davvero, e poi s’è portato a casa ben tre premi. E che ha poi vinto, nel settembre 2014, anche il Milano Film Festival ex aequo con un altro film formidabile, il messicano Navajazo. Diretto da un regista poco più che trentenne, Miroslav Slaboshpytskiy, The Tribe ha la peculiarità di essere un film muto, senza dialoghi, senza parole, senza sottotitoli, l’unico linguaggio usato essendo quello dei gesti dei non udenti al centro della narrazione. Siamo difatti in una torva scuola speciale per sordomuti in una qualche parte dell’Ucraina (non capiamo se filo-occidentale o filo-russa), di uno squallore ancora sovietico da stringere il cuore. Arriva un ragazzo nuovo di nome Sergej, verrà immediatamente bullizzato e sottomesso dalla cricca dei coetanei non udenti e non parlanti che domina mafiosamente il collegio. No, non è il solito nonnismo, è molto peggio. Un sistema perfettamente costruito e oliato di dominio e controllo. Di deliberata umiliazione e anche di sfruttamento. Gli altri ragazzi, quelli che non stanno ai vertici della piramide, vengono derubati, sottomessi e schiavizzati, le ragazze mandate fuori di notte a prostituirsi. Un inferno. Più di due ore di insostenibile violenza, e l’impressione è di assistere a dei barracuda che si divorano in un acquario. Per niente politically correct: gli svantaggiati di questo film non sono angeli, sono bastardi come e peggio degli altri. Qua e là Plemya rivela un che di artificioso, dovendo costringere tutta la narrazione nella ferrea gabbia del film deliberatamente senza parole (penso alle scene delle due ragazze interrogate in stanze contigue ma separate, con ripresa dall’esterno e da lontano di modo che non si senta la voce degli interroganti). Se la ferocia e la brutalità sconvolgono – la conclusione è tra le più cruente viste in questi anni al cinema, per non parlare dell’aborto dalla mammana – a colpire è anche la perfezione formale, lo stile iperconsapevole della messinscena. Un film che resterà. Da non perdere.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.