EISENSTEIN IN MESSICO (recensione). Greenaway decostruisce il mito Eisenstein

Eisenstein in Messico (Eisenstein in Guanajuato) di Peter Greenaway. Con Elmer Bäck, Luis Alberti, Rasmus Slatis. Al cinema da giovedì 4 giugno.201504777_1Non ce lo aspettavamo un Greenaway così scatenato, divertente, perfino pop(olare). Che racconta l’avventura messicana di Eisenstein andando molto oltre il mito. Raccontando del regista di Ottobre la voglia di lusso e piaceri, la scoperta dell’amore omosessuale, l’attrazione per i culti mortuari. Con una scena di sodomizzazione-e-bandierina già famosa. Elmer Bäck è una rivelazione. Voto 8
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È il Ninotchka di Peter Greenaway. Se in Lubitsch era l’inflessibile funzionaria sovietica interpretata da Garbo a scoprire le dolcezze e le mollezze del vivere parigino, qui è Sergej Eisenstein – il regista degli assai rivoluzionari Potemkin e Ottobre -, a tirar fuori la sua parte godereccia e lussuriosa lontano dalla plumbea Russia stalianiana, grazie a un viaggio in un Messico caliente e sensuale come da cliché. Un film che prende un pezzo nella vita del regista feticcio di tante generazioni cinefiliache – la sua escursione nel paese latinoamericano per girarci un docu destinato a diventare opera leggendaria e maledetta –  e però ne tira fuori qualcosa di molto personale, molto greenawaiano, con parecchi dei vezzi e anche vizi di PG che, si sa, più che cinematografaro in senso stretto, si sente artista totale (no, non multimediale che è una parolaccia). Greenaway grazie a Dio se ne frega delle stretta fedeltà ai fatti e al personaggio e molto immagina e inventa, e fa bene. La riuscita è oltre ogni previsione, il regista-artista si scatena e si diverte come non mai nel raccontare il suo Eisenstein perso nei piaceri messicani, e diverte anche noi, filmando probabilmente il suo lavoro più estroverso e pop da parecchio tempo in qua. Quando l’ho visto lo scorso febbraio alla Berlinale, alla fine si son sentiti gli appausi più forti di tutto il festival, ed erano anche applausi di sollievo per un autore finalmente ritrovato dopo tante malmostosità e autoesilii in produzioni un filo ombelicali.
Intendiamoci, PG non rinuncia a niente di se stesso, spacca lo schermo, lo frantuma, duplica le scene, baroccheggia, non si risparmia i tableaux vivants, punta su una messinscena vistosamente artefatta e una recitazione spudorata e antinaturalistica. Tutto però al servizio di un grande spettacolo.
1931. Ormai acclamato genio universale dopo la trilogia dedicata alla Rivoluzione bolscevica – La corazzata Potemkin, Ottobre e Sciopero! – Sergej Eisenstein viene invitato a Hollywood da un gruppo di suoi ammiratori, compresi i molto famosi e potenti Mary Pickford e Charlie Chaplin. Ma il tempo passa, i progetti non quagliano, i finanziamenti promessi dagli studios non arrivano, sicché il genio decide di partire per il Messico a girare un film misterioso, e forse ancora oscuro a lui stesso, scegliendo di focalizzarsi sulla regione del Guanajuato, quella in cui è più forte la sopravvivenza di riti arcaici e del culto-rappresentazione della morte. Scheletri veri e finti dappertutto, processioni mortuarie. È da questo che Eisenstein è attratto, è questo che vuole riprendere. I soldi necessari vengono raccolti – oggi si parlerebbe di fundraising – dallo scrittore americano assai impegnato e molto amato anche in Unione Sovietica Upton Sinclair e dalla moglie Mary. Greenaway il suo Eisenstein non ce lo fa vedere lavorare, giusto qualche ripresa dopo un disastro naturale in cui il maestro venuto da Mosca filma facce e corpi delle vittime, in un delirio necrofilo inquietante la sua parte. L’Eisenstein secondo Greenaway che vediamo è soprattutto quello che, installatosi in un grande albergo, si gode ogni possibile piacere di una vita da star dissipando i capitali che i suoi finanziatori hanno raccolto. Torve guardie del corpo rivoluzionarie lo proteggono e forse anche lo controllano da lontano (per conto dei finanziatori? di Stalin? dei poteri locali?), come guida gli assegnano un giovane e belloccio studioso di religioni comparate dal buffo nome di Palomino. Che nel corso di una siesta nello stesso letto lo seduce, lo introduce ai piaceri onosessuali, lo sodomizza in una scena assai erotica e insieme comica, diventando da quel momento il suo amante. Con momenti e scene anche da trivio, da commediaccia, e però irresistibili, come il Palomino che, a sodomizzazione felicemente avvenuta del partner, pianta una bandierina rossa nel punto fatale e non più vergine del gran regista, mentre scorrono le immagini di Ottobre del Palazzo d’inverno espugnato. Grossolano? Triviale? Sì, ma alla maniera di Greenaway, che se lo può permettere. L’interludio naturalmente finirà, finiranno i soldi e Eisenstein dovrà tristemente tornarsene a casa da papà Stalin.
Possibile che qualcuno si indigni per questa decostruzione di uno dei miti della storia del cinema (e difatti dopo Berlino qualcuno, anche dalle nostre parti, si è indignato eccome). Dell’Eisenstein accademico, gran teorico oltre che gran praticante dell’arte cinematografica, qui non c’è quasi niente. Solo un uomo infantiloide e abbastanza infelice, isterico, consapevole della propria mancanza di appeal fisico (“ecco, ho il corpo di un clown”, dice guardandosi allo specchio). Un outsider per più di un motivo, perché ebreo e perché omosessuale, due cose che nella Russia di Stalin non gli avranno di sicuro facilitato la vita. Tradendo l’immagine convenzionale e data di lui, Greenaway rivela un altro Eisenstein, prepotentemente narciso, vitalistico e insieme attratto dal mondo delle ombre. I lussi e i piaceri del sesso si alternano e si mescolano alle immagini funebri di cui il film è saturo, e siamo alla solita accoppiata Eros-Thanatos, un classico. È una rivelazione il finlandese Elmer Bäck quale Eisenstein, ingiustamente non premiato alla Berlinale come migliore attore.

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