Recensione. LE REGOLE DEL CAOS: un bislacco period-movie che promette più di quello che mantiene

ALC_00897Le regole del caos, un film di Alan Rickman. Con Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Phyllida Law, Stanley Tucci, Jennifer Ehle.
ALC_01741Parte come pensoso film di idee contrapponendo la necessità del caos alla dittatura dell’ordine, l’autenticità degli outsider alle ipocrisie del potere. Ma Le regole del caos tradisce subito le sue ambizioni e si butta nel classico period-movie, con i giardini di Versailles, il Re Sole, gli intrighi di corte e i melodrammi. Protagonista una matronale Kate Winslet quale giardiniera proto-femminista. Sacrificato il nuovo divo Matthias Schoenaerts. Voto 5
ALC_06188ALC_03754Che film bislacco. Di impeccabile, inequivocabile e inamidata (ma non troppo, per via dell’immissione nei codici del period movie di un qualche elemento di perturbazione a mimare e giustificare il titolo) confezione british che però si finge francese, ambientandosi addirittura nella Francia quintessenziale di Luigi XIV, con tanto di corte di Versailles rifatta in location inglesi (orrore!). Soprattutto se lo si vede in versione originale english-speaking, questo film dà le vertigini per lo spaesamento, per la contraddizione palmare, evidente già nella fisicità degli attori, nel loro linguaggio corporeo, rispetto a quanto raccontato e messo in scena. Sorry, anzi désolé, ma non riuscirò mai a credere davvero a un Re Sole interpretato da Alan Rickman, né tantomeno a Stanley Tucci quale manierato fratello-principe. Altrettanto difficile è credere ai riti della società di corte – così ben analizzati da Norbert Elias nel suo libro-capolavoro – riprodotti qui certo coscienziosamente, ma sempre con un vago sentore di artificiosità e di volonterosa applicazione dopo studi su bigino o Wikipedia (che degli antichi bigini è l’erede). Ci sono ambienti, ci sono narrazioni così impregnati di umori locali, nazionali, etnici da poter essere adeguatamente rappresentati solo da chi di quel mondo è figlio e ne condivide il patrimonio genetico, e Versailles è tra questi. Basti confrontare una qualsiasi scena di Le regole del caos con un film di quattro anni fa come Les adieux à la reine del davvero francese Benoît Jacquot per rendersene conto. In una Francia dell’anno 1682 così come la possono vedere e intendere dall’altra parte della Manica assistiamo a una strana storia – ed è un altro elemento di bizzarria di Le regole del caos – di un’architetta di giardini di nome Sabine de la Barre in corsa per ottenere l’appalto di un nuovo pezzo del parco di Versailles. Una storia che mescola botanica, melodramma, proto-emancipazionismo femminile partendo da un concept alto e ardito, e alquanto pretenzioso, che contrappone pensosamente ordine e caos, ipocrisia e autenticità. I primi attribuiti naturalmente alla società di corte, i secondi agli outsider che di quella società non fanno parte. Outsider è Sabine de la Barre, donna sola, vedova (e più tardi ne conosceremo il melodrammatico motivo), donna autonoma e senza protezioni maschili che vive del suo lavoro di giardiniera e dunque inesorabilmente altra, differente, rispetto a quel tempo e a quel vivere. Eroicizzata dal film quale signora tosta che non si ferma davanti agli ostacoli e lotta per la propria riuscita in un mondo doppiamente a ostile a lei in quanto maschile e in quanto cortigiano. Bisogna progettare un nuovo spazio – come s’usa dire adesso – nel verde di Versailles, e tra i vari piani presentati a André Le Notre, il sovrintendente incaricato dal re (è il fichissimo Matthias Schoenaerts, ormai onnipresente e dilagante), c’è anche quello di Madame de la Barre. La quale si fa conoscere subito nella sua diversità argomentando con foga di fronte allo stupefatto e affascinato Le Notre di quanto sia bello e importante introdurre elementi di disordine nel rigoroso e sepolcrale ordine geometrico-simmetrico fino a quel momento dominante a Versailles. Il che sembrerebbe aprire a un film, a un cinema oggi alquanto inusuale di idee, in cui visioni del mondo diverse e opposte si confrontano e confliggono producendo narrazione e drammaturgia. Solo che la necessità del caos promessa dal titolo, e sostenuta da Madame de la Barre nel suo incontro con Le Notre, resta pura enunciazione e non diventa mai materiale di racconto, ed è la vera occasione persa da questo film tanto ambizioso nelle sue intenzioni quanto poco coraggioso e abbastanza qualunque negli sviluppi. Scusate, ma in che cosa il piccolo teatro all’aperto con uso d’acqua disegnato e costruito da Sabine (peraltro una robuccia che non giustifica tutto l’ambaradan cui assistiamo in corso d’opera) incarna la filosofia del disordine tanto decantata dalla signora?
Il resto del film, oltretutto, è una storia alquanto prevedibile di intrighi di corte ai danni della scomoda Sabine, di cui nel frattempo Le Norte si è irrimediabilmente innamorato, con derive sentimentaloidi e colpi bassi abbastanza imperdonabile (l’incidente della carrozza). Va apprezzata la volontà di mettere in piedi un period-movie con un’idea di partenza e una protagonista divergenti rispetto al déjà-vu, e però bisogna pur decidersi tra il battere sentieri meno convenzionali e lo stare invece dentro alle convenzioni, con tanto di inchini al sovrano, bisbigli dietro ai ventagli e sotto le parrucche, veleni e sabotaggi e invidie dei cortigiani dannatissima razza, e avanti tutta con l’ovvio. Le regole del caos non si decide mai, aspira al film colto e di pensiero ma non vuole rinunciare allo spettacolo più facile, e dunque il suo progetto non può che fallire. Però piacerà molto alle signore del cinema da domenica pomeriggio e fan di Orticola (le due categorie tendono a coincidere: i milanesi sanno di cosa parlo), con tutte quelle belle piante così eleganti. La visita del re in incognito al suo frutteto e giardino privato le accenderà d’entusiasmo, e ancora di più vedere la sciura de la Barre affondare le sue belle mani nella terra e nel fango pur di piantare gli adorati fiori. Sciura cui una ormai matronale (e, come dicono i suoi ammiratori, luminosa) Kate Winslet conferisce modi spicci da moderna donna emancipata. Matthias Schoenaerts sacrifica la sua esplosiva fisicità e il suo sex appeal sotto i panni da damerino tardosettecentesco, di cui si sbarazza solo a venti minuti dalla fine. Lo fanno pure cantare, con esiti imbarazzanti (voce flebile e incerta). Alan Rickman interpreta (il Re Sole) e firma (la regia).

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