Recensione. FUORI DAL CORO: un noir made in Sicily amatoriale ed esplosivamente selvaggio

MG_0419-2Fuori dal coro, un film di Sergio Misuraca. Con Dario Raimondi, Alessandro Schiavo, Alessio Barone, Ivan Franek, Aurora Quattrocchi, Emanuela Mulè, Salvo Piparo, Marta Richeldi.
11074591_940343019332775_9203061041347631527_oLanciato come “il debutto cinematografico del cuoco di Robert De Niro”. In realtà il regista – è lui stesso a spiegarlo nel pressbook – ha solo lavorato in un ristorante di cui De Niro era uno dei soci. Tornato in Sicilia, ha realizzato questo Fuori dal coro che parte come una commedia, prosegue come un noir, finisce come un delirio barocco. Sì, certo, qua e là naïf e sgangherato, pieno di cliché sulla sicilianitudine, e però con una sua irresistibile vitalità. Voto 6
fuori-dal-coro-1030x615Ma quanti l’han visto? Ma in quante sale sarà mai uscito? Uno di quei film-samizdat, minuscoli e ultraindipendenti, che si affacciano in qualche cinema, se ce la fanno, a fine stagione e poi scompaiono. Film siciliano, anzi siculo, intendendo per tale un made in Sicily orgoglioso di esserlo, e impavido nell’attraversare narrativamente e riproporre parecchi luoghi comuni sulla Grande Isola e su chi la abita, dai potentati locali corrotti e sub-mafiosi alla sessuomania mascula (e adesso, in tempi post emanipazionisti, pure femmena) all’uso smodato e quasi autoparodistico della lingua locale. In un tripudio orgiastico di cibi grondanti sapori e calorie, dolci canditissimi, processioni con vergini dal cuore trafitto e santi patroni, balli e canti (Abballati abballati/femmene donne e maritati!), carretti etnici, trionfi barocchi. Minchia-movie, venivan chiamati quando imnperava in Italia il cinema di genere e, in tempi pretelevisione commerciale, le folle si accalcavano a vedersi Buzzanca e Franco e Ciccio. Sergio Misuraca, factotum di questo Fuori dal coro – è regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, produttore – in uno scatenatissimo pressbook alquanto diverso dai soliti seriosi e ampollosi che ci vengono serviti alle anteprime srampa – racconta di essere stato il cuoco di Robert De Niro. Che è poi una certa forzatura, una semplificazione, visto che – apprendiamo dalla lettura – non ha mai cucinato per lui, tantomeno ha lavorato in casa sua, ma solo in un ristorante di nome Ago tra i cui soci compariva pure il Divo Maximo. Tornato poi nella natia Terrasini (Palermo), Misuraca ci ha aperto un ristorante messicano (ma perché mai messicano?) grazie al quale – sempre ci infomra il pressbook – ha potuto guadagnare abbastanza per finanziarsi almeno in parte questo suo lungometraggio. Detta così, sembra una di quelle storie avventurose di cui era pieno il cinema italiano del passato, ai piani alti e soprattutto bassi, e non può non renderci simpatico Fuori dal coro al di là delle sue evidentissime lacune narrative, la (voluta?) sgangherataggine di parte della messinscena, e nonostante una sceneggiatura che definire ondivaga è dir poco. E però, quanta improntitudine c’è dentro in questo film, quanta sana smargiasseria, quanta vitalità, quanto sicilian pride, quanto amore vero per il cinema, e fa niente se si esagera in naïvité e amatorialità come sul palco di una sagra paesana, perché poi – a fronte di dieci scene così così – te ne salta fuori una che riesce a sorprenderti come raramente nell’asfittico e anemico cinema italiano d’oggi. I due amici Dario e Nicola, il primo laureato e ansioso di una sistemazione lavorativa, il secondo fancazzista e spinellante e femminiere, passan pigramente le loro giornate tra le pastasciutte di mamma, il sole e il mare, un po’ di fumo. Tutto secondo il consolidato e sempiterno stereotipo del nullafacente di provincia, quelli detti un tempo dal nostro cinema vitelloni, leoni al sole, basilischi (rispettivamente in Fellini, Caprioli e Wertmüller) e oggi chissà. Grazia a una cliente della mamma parrucchiera Dario ottiene un incontro con un boss locale di lei consorte il quale gli fa balenare un posto in cambio di un favore, portare a Roma da certi tizi una busta rigorosamente chiusa e non da aprire, e ritirarne un’altra. Cosa ci sia dentro non si sa, di sicuro siamo oltre i confini della legalità, solo che l’ingenuo Dario si lascia invischiare e fottere. E comincia la disavventura. A Roma il ragazzotto scopre che uno dei contatti della losca operazione altri non è che lo zio Tony, scappato via dal paesello molto tempo addietro e misteriosamente mai tornato. Segue conoscenza con un capomafia dell’est installato nella Roma ladrona, con inevitabili complicazioni. Ora, non aggiungo altro per via della solita paranoia degli spoiler (eccheppale, però). Ma almeno si potrà dire, sant’Iddio, che il film fino a uel momento tenuto sul registro della commedia di costume con due caratteri di masculi giovani e un po’ styrafattoni vira di colpo verso tutt’altro? Prima verso il noiraccio genere Romanzo criminale-banda della Magliana-Mafia capitale con qualche scivolamento (nelle cene e nelle feste) nella Grande bellezza sorrentiniana più volgare e sbracata. Poi in un grottesco siculo-barocco di carne e sangue, di fosca eppure festante macelleria tra lo Jodorowsky più trucido e certi sfrenatissimi cinespagnolismi, da Buñuel in giù. Anche se il pressbook parla quali modelli di riferimento più modernamente di Tarantino, Scorsese, Guy Ritchie e perfino dell’Alesandro Piva di La capagira. Sicilia come teatro dove va in scena l’eterna cerimonia del massacro, mentre i fantasmi e il culto della morte (ah, i teschi dei palermitani Cappuccini) fuoriescono dai sottosuolo dell’inconscio più o meno individuale, più o meno collettivo. Almeno tre film in uno, e nessuno con un disegno coerente. Con almeno tre diversi protagonisti che si susseguono, ognuno a incarnare uno degli spezzoni di questo matto Fuori dal coro. Prima il fancazzista Nicola, poi il mite Dario, infine lo zio Tony. Che è poi il personaggio meglio riuscito, con tanto di irresistibile performance canora in gessato tra Califano e i picciotti canterini di Cosa nostra (applausi all’attore, Alessandro Schiavo, un morphing tra due icone anni Settanta come Franco Nero e Maurizio Merli). Film ruspante, scombinato e selvaggio, che non potrà mai piacere nei salottini buoni della nostra critica superciliosa. Io dico però: se vi capita, dategli un’occhiata. Potreste divertirvi.

 

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.