Recensione. IO, ARLECCHINO (al cinema). Esordio alla regia di Pasotti con un film onesto, ma non così riuscito

Io, Arlecchino, un film di Matteo Bini e Giorgio Pasotti. Con Giorgio Pasotti, Lavinia Longhi, Roberto Herlitzka, Valeria Bilello, Lunetta Savino, Gianni Ferreri.
_l-HylZbH3RFMibkPGg1PiyssCd2WuB0wQiNFb2H4bY,e7d1fUYcZJfjbwrY12qXo7ZQPs4j9ESX491jPw2CC1wUn film che Giorgio Pasotti si ritaglia addosso interpretandolo e co-dirigendolo. E omaggiando Bergamo, la sua piccola patria. Un conduttore televisivo torna in Val Brembana dal padre malato. Si misurerà con lui, e quel mondo così differente dalla Roma Babilonia in cui vive. Seguirà un crisi esistenziale che scuoterà parecchie sue certezze. Con un qualcosa di freudiano e bergmaniano (Il posto delle fragole), ma giusto qualcosa. L’idea migliore è il recupero di Arlecchino e della commedia dell’arte (e Herlitzka/Arlecchino è sublime). Il resto sono cliché e buoni sentimenti. Voto 5 e mezzo
D7DgNo5gXODlGHVEbrFPFY9CZOoDrEctFLvrQXo_ht0Giorgio Pasotti tenta l’upgrading cercando di uscire dall’angusto cliché dell’attore belloccio e passando a codirigere, oltre che a interpretare, questo Io, Arlecchino. Risultato meno scontato di quanto i maligni potessero pensare, e con una qualche eco – par di capire – schiettamente autobiografica. Con al centro del racconto un giovane uomo di nome Paolo trapiantato nello showbiz romano, anzi nella Roma Babilonia, che torna nei natii paraggi di Bergamo, ed è facile ravvisare in lui un qualcosa dello stesso Pasotti (e se sbaglio, coreggetemi, grazie). Film con una sua bizzarria, che qualche sentiero meno battuto si sforza di percorrerlo. Come l’idea, che è la migliore, di riesumare la maschera bergamasca della commedia dell’arte, il glorioso Arlecchino, facendola interpretare a un meraviglioso Roberto Herlitzka. Il quale è un attore al tramonto e parecchio malato che Arlecchino l’ha portato nel corso di una vita in tutto il mondo, se ne è impossessato e se ne è lasciato impossessare, fino alla totale identificazione e simbiosi, e non si può non pensare vedendolo al mitologico Ferruccio Soleri del Piccolo Teatro che esportò ovunque il goldoniano-strehleriano Arlecchino servo di due padroni. Adesso, ormai ritirato in un piccolo paese della Val Brembana, il vecchio Giovanni/Herlitzka il suo Arlecchino lo porta solo sul piccolo palcoscenico della filodrammatica locale, circondato da volonterosi dilettanti. Dopo il suo ricovero in ospedale arriva da Roma il figlio Paolo, tenutario-conduttore di un talk show pomeridiano di dolori e altri fatti della vita su un canale televisivo. Ovvio che i due sulle prime mal si sopportino e non si capiscano, appartenendo ormai a mondi lontani. Solo che a poco a poco Paolo torna ad apprezzare quel padre così ostinato, puntuto e fedele a se stesso, e il paese che gli sta intorno, e comincia a prendere le distanze dal vacuo e volgare universo della tv romanoide, complice pure una maestrina dolce assai del paesello. Non è che l’inizio di un ripensamento radicale su di sé e di un recupero, ebbene sì, delle radici, che passa anche attraverso Arlecchino e la commedia dell’arte, di cui Paolo si riapproprierà in un processo di identificazione sempre più spinta con la figura del padre. Che è la parte più riuscita e rispettabile, nel suo fondo psicanalitico e bergmaniano, del film. Film che però non ce la fa a funzionare davvero per i troppi pesi retorici, per la quantità di stereotipi che si porta addosso e di cui non vuole o non riesce a liberarsi. Francamente insopportabile la semplicistica contrapposizione tra la purezza incontaminata, anche dei cuori e delle menti, del villaggio della Val Brembana dove sta papà e l’intossicata atmosfera della tv romana e  della capitale tutta, con le sue ossessioni di potere e successo. L’autentico contro l’artificioso e il contraffatto, la campagna contro la città, in una favola bella che abbiamo sentito troppo volte per crederci ancora. Con scene di ordinaria abiezione televisiva e dell’ebbro e alterato contorno che rifanno fin troppo esplicitamente le parti più devastanti e camp di La grande bellezza di Sorrentino, quelle delle danze in discoteca al suono di Carrà/Sinclair.
Certo che io le valli bergmasche me le ricordavo parecchio diverse da come ce le mostra adesso questo film, tutte ripulite e ristrutturate “rispettando l’ambiente”, disseminate di bed & breakfast e agriturismi, come peraltro in infinite altre parti della nostra Italia ormai ridotta a presepe e quinta scenografica per turismi locali e globali. Recitazione che ha i suoi punti di forza in Herlitzka e nella coppia Lunetta Savino-Gianni Ferreri (certo che sentirli parlare e recitare con accenti non proprio bergamaschi un certo effetto lo fa), e non così soddisfacente in altri. Però, Dio mio, questo di Pasotti è un onesto tentativo, non sbertucciamolo. Che poi Roberto Herlitza/Arlecchino è, semplicemente, sublime,

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