Al cinema il GUGLIELMO TELL delle polemiche: live da Londra domenica 5 luglio

L_150623_0896 tell adj SOFIA FOMINA AS JEMMY, GERALD FINLEY AS GUILLAUME TELL (C) ROH. PHOTOGRAPHER CLIVE BARDAL_150626_2090 tell adj PRODUCTION IMAGE (C) ROH. PHOTOGRAPHER CLIVE BARDAQuella di andare al cinema per vedersi un’opera, o un balletto, o uno spettacolo teatrale live o in differita dai maggiori teatri del mondo sta diventando un’abitudine. Domenica 5 luglio, alle ore 15,45 arriva in 70 sale italiane (qui l’elenco) il rossiniano Guglielmo Tell rigorosamente in diretta dal londinese Covent Garden. A cura di QMI, ormai specializzata in proiezioni in sala di eventi di vario tipo. Non una produzione qualsiasi, visto che pochi giorni fa alla sua prima si sono scatenati buuh in teatro e successive, bollenti polemiche e discordie sui media cartacei e digitali. Se la parte musicale – la direzione d’orchestra di Antonio Pappano e l’interpretazione di Gerald Finley – ha ottenuto come si usava dire un tempo il plauso unanime, i dissensi sono stati tutti, e roventi, per la regia di Damiano Michieletto, quarantenne di Treviso diventato da qualche anno una star dei teatri d’opera e di prosa di tutta Europa (e ormai rampantissimo anche in Italia, che l’ha scoperto un po’ tardi ma adesso gli sta dando molto spazio, e così, dopo un contestatissimo Ballo in maschera alla Scala un paio di anni fa, eccolo pochi mesi fa al Piccolo Teatro di Milano con una messinscena assai tosta di Divinas palabras di Valle Inclan, mentre, sempre al Piccolo, si aspetta per la prossima stagione la sua versione della brechtiana e un po’ anche strehleriana Opera da tre soldi). Bene, a far scattare fischi e ululati nel suo Gugliemo Tell è stata una scena, breve ma si racconta assai realistica, di uno stupro perpetrato dalla soldataglia occupante austriaca su un’indomita svizzera messa a nudo. Michieletto si è difeso proclamando di avere solo esplicitato quanto nel libretto era già adombrato (lì si parla di alcune ragazze costrette dagli occupanti a un ballo), e a questo punto non resta che correre a vedere e sentire il Guglielmo Tell domenica per farsi un’opinione in proprio. Stampa britannica comunque divisa. Favorevole un pezzo del Telegraph, no invece dal Guardian che gli ha assegnato due stelle su cinque. In sintonia con quella corrente interpretativa ormai dominante da mezzo secolo che sottopone l’opera lirica a dubbie contemporaneizzazioni e/o modernizzazioni, ecco che la rivolta di Tell e dei suoi compagni verso l’oppressore viene spostata da Damiano Michieletto dal secolo quattordicesimo agli anni Quaranta del Novecento (e, mi dicono, anche più in là, in una similguerra post-jugoslava). Operazione che a Londra, dove Michieletto debuttava, ha infastidito non poco, spaccando ancora una volta pubblico e critici tra (cosiddetti) progressisti-avanguardisti e (cosiddetti) conservatori. Sarebbe il caso di uscire finalmente da questa sempre più falsa contrapposizione, anzi di ribaltarla e di farla esplodere. Perché oggi la vera innovazione, come ha suggerito Pietro Favari sul Foglio del 20 giugno scorso, sarebbe se mai quella di mettere in scena un’opera (e un testo teatrale, per dire uno Shakespeare) filogicamente, collocandola nei tempi, negli ambienti, nei modi in cui i suoi autori l’hanno immaginata. Questo Gugliemo Tell è una splendida occasione per rifletterci sopra.

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