Locarno Festival 2015. (Ri)vedere oggi, qui, E LA NAVE VA di Fellini

E la nave va di Federico Felini (1983): Proiettato nel Prefestival di Piazza Grande la sera di martedì 4 agosto.get-3 get-4Ce n’era di gente ieri sera in Piazza Grande, quasi il pienone, diciamo sui settemila, ecco, nell’aria fresca che aveva respinto – si spera con perdite – il temuto Acheronte e sotto un cielo stellato che di più non si sarebbe potuto, ripulito e lustrato dall’acquazzone del pomeriggio. Gocce e chiazze ancora sulle plasticate sediole gialle con retroinserto nero (i colori-bandiera del pardo) a inumidire le terga degli spettatori al solito composti in prevalenza da svizzero-tedeschi e tedeschi-tedeschi, più qualche franco-svizzero, ticinesi e qualche lombardo in trasferta fuori dall’Ue. Quasi assenti cinéphile e cosiddetti critici, tutti in arrivo oggi, mercoledì, primo giorno ufficiale del Locarno FF numero 68 (son tutti nella quarta età, oramai, i maggiori festival d’Europa, sulla scia del più anziano di tutti, Venezia). Ingresso gratuito per questa serata di prefestival, la seconda dopo Pat Garrett e Billy the Kid di Sam Pekinpah, con in programma stavolta un Fellini della fase matura e più autoreferenziale, giustamente definito dal direttore artistico del festival Carlo Chatrian in sede di presentazione quasi sconosciuto. O, quantomeno dico io, dimenticato. Bisogna averci una certa età, per ricordarselo (risale all’anno 1983, non so se mi spiego), che poi anche tra chi se lo ricorda pochi l’hanno amato davvero. Non si capisce perché sia rispuntato proprio adesso sullo schermo immenso della piazza di Locarno, Chatrian parla dei 120 anni della Gaumont, la casa produttrice, però come pretesto mi pare flebile. Ma in fondo cosa mai importa perché lo si sia scelto, importa che lo si sia potuto vedere dopo tanta clandestinità di fatto. Ricordo la proiezione di una copia traballante all’Oberdan di Milano, per il resto buio. Ci si genuflette davanti al Fellini di La dolce vita, Otto e mezzo, di Amarcord (che io invece detesto), ma quello dagli anni Settanta in avanti resta oscurato. Ci sembrava allora, il regista venuto da Rimini a reinventare sogni e visioni nei teatri di Cinecittà, ormai prigioniero di se stesso, recluso in un solipsismo e ombelicalismo senza vie d’uscita e di fuga. Produttore di film sempre più claustrofobici, di cui ti pareva di respirare il tanfo del chiuso, e mai una finestra aperta sul mondo là fuori, mai un refolo a rinfrescare e rendere respirabile quell’aria pesante da stanza di vecchina allettata da un’infermità mortale. E la nave va è l’esemplare puro di questo cinema soffocato e soffocante, claustrofobico e decomposto, tutto girato com’è da Fellini negli amati teatri di Cinecittà, in una finzione spudorata e perfino sgangherata da teatro di provincia, ma finzione dichiarata senza infingimenti e senza inganni con quella chiusa della troupe al lavoro che ci mostra il backstage, con quella battuta sulla “luna che sembra finta” detta da uno dei personaggi, con quei fondali e quell’incredibile mare di cellophane e quell’improbabile nuvola di fumo disegnata e immobile sopra la corazzata austroungarica. Cinema già allora fuori dal tempo e da ogni possibile gusto del pubblico, che il cinema lo aveva abbandonato per la tv e che tutt’al più si lasciava sedurre dalla comicate basso-panettonare. E però a rivederlo oggi E la nave va, fuori dalla coordinate della sua epoca, ci sembra assai più interessante. Tra le cose terminali di Fellini risulta la più strutturata, la più narrativa, innervata da una storia robusta, sostenuta da un asse di racconto che tiene e non si spezza mai, anche se l’apparenza è quella del solito brogliaccio di schizzacci e appunti, dell’accumulo casuale e caotico di bozzetti e materializzazioni di ricordi e suggestioni in una destrutturazione-frammentazione-polverizzazione tipo Roma o L’intervista, o anche Amarcord. Scritta da Fellini con Tonino Guerra, la cui presenza si sente nel bene (le deviazioni surreali e mattocche) e nel male (il poeticismo cattivo e il ricorso coatto e irrefrenabile alla metafora), la sceneggiatura non sbaglia un colpo nel raccontare la sua folla di aristocratici, potenti, burocrati, plutocrati, esteti, fanigottoni e imbroglioni della Belle Epoque in viaggio funerario sulla nave che porterà le ceneri del maggiore soprano di tutti i tempi – una Callas anticipata diciamo così – a essere disperse di fronte alla sua isola (ionica? egea?) natale. A bordo colleghi e devoti della defunta, con perfino un femmineo e glabro granduca d’Austria e la sua cieca e intrigante sorella (Pina Bausch!, e già questo), a costituire la classe dei signori che stanno là sopra, mentre laggiù nella pancia infernale della nave lavorano tra i fuochi della sala macchina i proletari sudati e abbrutiti dalla fatica e dalla fuliggine. Fin troppo evidente, e dichiarata in ogni intervista di allora, e in ogni pressbook, l’intenzione di metaforizzare con questo viaggio marino verso il disastro la fine dell’Europa – siamo nel 1914 difatti – e il suo inabissamento nel carnaio della grande guerra. Cioè quello che fu il suicidio dell’Europa e la sua definitiva perdita dell’egomonia mondiale, mai più recuperata da allora. Se l’impianto didascalico (poveri contrapposti a ricchi, e la nave Europa che si avvia incosciente verso il nulla) risulta oggi vetusto, irresistibile più che mai è la capacità felliniana di mettere in scena la sua folla e follia di tipi svariamente umani, disumani e mostrificati, quelle facce che tanto adorava e che ricercava con ossessiva meticolosità. E dove mai, oggi, si trova in un film tanto scialo di sapere e di talenti? Andrea Zanzotto chiamato a scrivere i testi delle arie operistiche confezionate per l’occasione (e molte invece son riprese dal repertorio del melodramma, trasformando questo Fellini in uno dei pochi veri film-opéra della storia del cinema, con scene impressionanti, come la salita quasi danzata sulla nave, ritmata in movimenti perfettamente sinconizzato su musica e canto, o lo spargimento delle ceneri nel mare di Grecia). Un Dante Ferretti al massimo del suo massimo, con scene di sovrumana perfezione e rigore filologico (quegli interni di cabina). Ma il botto vero di E la nave va son quei profughi serbi, scappati dagli austriaci incazzati neri dopo l’attentato di Sarajevo al loro arciduca Ferdinando a opera di un serbonazionalista, e raccolti in mare dal comandante italiano della nave: “È la legge del mare, non si abbandonano i naufraghi”. Da quel momento i profughi sequestrano il film, attirando su di sé l’attenzione di ogni altro passeggero, e di noi spettatori. E la nave va si trasforma in una minuziosa, precisissima analisi e messinscena delle relazioni di attrazione-repulsione tra gli sciuri del bastimento e i profughi straccioni, però variopinti e seducentemente esotici, raccolti dalle zattere alla deriva. Sembra di leggere le cronache di ieri, oggi, e pure di domani sugli arrivi da Lampedusa, e sugli assalti agli scogli di Ventimiglia e dello “sciame” al tunnel di Calais. Non sta bene, non è cool dire che E la nave va è un film profetico, non si usa più. Però fa una certa impressione vedere le ossessioni e le cose dell’oggi così meticolosamente previste e descritte trentadue anni fa. Sicché parecchi brividi son corsi ieri sera nella platea svizzera e nella sua parte non svizzera, e tutti son rimasti incatenati alle loro umide sediole di plastica, e nessuno che si sia alzato e se ne sia andato via. Neanche i giovani e i giovinastri, cui questo cinema deve sembrare venuto da un’oscura e indecifrata galassia, e che tutt’al più l’avranno visto come un’anticipazione del loro adorato Titanic. Certo, non si pagava il biglietto ieri sera, e l’aggratis è sempre un gran richiamo anche nell’opulenta Svizzera, però una bella parte di merito dell’indubbio successo della proiezione la diamo o no a Fellini (e a Dante Ferretti, a Tonino Guerra)? Che alla fine si è scatenata un applauso per niente di convenienza e davvero sincero. Non sarebbe male se dopo questa riscoperta locarnese E la nave va ritornasse a circolare in qualche cinema d’Europa.

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