Locarno Festival 2015. I 5 film che ho visto mercoledì 5 agosto

Dream Land

Dream Land

1) Ricki and the Flash di Jonathan Demme, Piazza Grande.
Forti erano le aspettative per la prima mondiale (in anticipo di pochi giorni sull’uscita sul mercato americano) del nuovo Jonathan Demme con protagonista Meryl Streep. Ma lei merylstrippeggia un po’ troppo ed è clamorosamente miscast quale matura rocker e vecchia ragazza white trash senza successo che deve fare il suo comeback in famiglia, la famiglia che aveva lasciato parecchi anni prima, con relativa resa dei conti con l’ex e i tre figli. La grande Diablo Cody scrive una sceneggiatura nolto meno puntuta e più conciliante del solito. Peccato. Voto tra il 5 e il 6 (leggi qui la recensione estesa).
2) Romeo e Giulietta di Massimo Coppola. Fuori concorso.
Il regista vorrebbe girare un Romeo e Gulietta in un campo nomadi di Roma, di quelli che le ruspe salviniane vorebbero spianare. Ma ci son problemi di ogni titpo nel casting, ragazzi che non sanno leggere, o che si dimenticano le battute, o impediti dai rigidi codici familiari e clanici. Se il fgilm fosse la registrazione di questo tentativo avrebbe il suo senso. Ma Coppola divaga, ci mette dentro racconti e sottoracconti altre piste docunarrative. E alla fine non capiamo che cosa mai sia questo film. Però i ragazzi, con le loro facce da innocenza e colpa pasoliniane, sono straordinari. Voto 5 (leggi qui la recensione estesa).
3) James White di Josh Mond. Concorso internazionale.
Fusione simbiotica madre-figlio come in Mommy di Dolan. Figlio messo di fronte a madre malata terminale come nell’ultimo Moretti. Il newyorkese assai indie Josh Mond (il film è già transitato dal Sundance prima di arrivare qui sul lago) tratta a modo suo uno dei temi forti di questa stagione cinematografica. James è un trentenne o quasi dalla vita sregolata e anarchica, niente lavoro fisso, molto alcol, molte droghe, risse, amori instabili. Con anche una qualche confusione tra il ‘mi piacciono gli uomini’  il ‘mi piacciono le donne’: “Io invece lo sono (gay) al 100 per cento”, gli dice l’amico con cui ha diviso bagordi e casini. Poi la malattia di mamma si aggrava, metastasi dappertutto, e da quel momento è un precipizio. Jimmy si dedica totalmente, perfino ossessivamente, alla cura della madre, fino all’estremo. Molto Sundance-style, pieno di energia, rabbia giusta, e di affetti veri mai smancerosamente esibiti. Voto 7 e mezzo (leggi qui la recensione estesa).
4) Dream Land di Steve Chen. Cineasti del presente.
Tremendo e pretenzioso film cambogiano che, come le note ampiamente diffuse dal team produttivo qui a Locarno, intende fuoruscire dai tre cliché in cui è ingabbiata la Cambogia al cinema: i massacri di Pol Pot, i templi di Angkor Va, la miseria diffusa. Lodevole intento, ma se l’altra Cambogia oltre gli stereotipi è questa forse era meglio la vecchia narrativa. Dream Land vuol dirci e mostrarci che la Cambogia ha una sua borghesia, una sua voglia prorompente di Occidente, un suo tumultuoso svilupo economico. Ed ecco qua una coppia assai moderna di Pnom Penh, lei agente immobiliare di case di lusso che si vorebbero ‘in stile europeo’ ma che son più più stile Dubai, lui fotografo di moda in set che rifanno quelli parigini, milanesi e newyorkesi. Lei è annoiata, depressa, infelice, alienata, come una monicavitti antonioniana: “Stamattina ho visto l’alba, adesso aspetto il tramonto”, che come manifesto di alienazione sud-est asiatico è l’equivalente del mitologico “Mi fanno male i capelli”. È che lui non fa mai l’amore con lei, la sera tardi esce a incontrare gli amici, e lei qualche sospetto comincia giustamente ad averlo. Ritratto di stronzi e/o infelici in una stronza Pnom Penh stronza come migliaia e migliaia di altre città del mondo. Altro che esotismi ed etnicismi. Poi la depressa decide di andare a disintossicare la mente in una città sul mare dove sorgono le rovine di quella che fu una meravigliosa villa in stile coloniale del re Sihanuk. E lì, a contatto con la natura e la lentezza del vivere, la monicavitti della Cambogia “recupera se stessa”, forse. Ma non si capisce perché si rimetta con l’odioso findanzato criptogay ( forse non è lui, non si capisce bene). Spaventoso. Con moralina, anche quella da nouveaux riches che però si pretendono aperti, che non di deve distruggere il pasato di un paese, che si devono consrvare le memorie ecc. ecc. Come si dice Fai in Cambogia? Dialoghi imbarazzanti che vorrebbero mimare l’alto cinema europeo e americano e son solo ridicoli. Un vorrei-essere-ma-non-posso che non si capisce come sia finito a Locarno. Alla conf. stampa di Milano Chatrian aveva detto che era stati visionati 2200 film. Ma uno migliore di questo non c’era? Voto 2
5) La belle saison di Catherine Corsini. Piazza Grande.
Parigi, 1971. Le femministe assembleggiano, volantinano, fanno azioni di guerriglia urbana dando grandi pacche sul sulo per strada ai signori uomini a significare il ribaltamento dei tradizionali ruoli di soggetto (maschio) e femmina (oggetto) sessuali. Ed è la scena già cultistica di una film non malaccio, ma troppo prudente e intimamente ammodo, che, ancora una volta, racconta una storia di amore lesbico contro il mondo (insomma, contro in questo caso un piccolo villaggio della campagna francese). Delphine, inurbata a Parigi, incontra la femminista Carole (Cécile de France) ed è amore bollentissimo. Poi però, causa problemi di famiglia di Delphine, le due devono portare il loro méneage laggiù nel paesello, e saranno guai, ovvio. Corsini ricostruisce bene i climi e il tempo, le sue femministe sono allegre e simpatiche e non quelle truci streghe tramandate da tanta memoria collettiva. Riesce perfino ad astenersi per un po’ dal solito film-manifesto LGBT, ma poi anche lei cede alla imperante convenzione e perfino moda delle gender culture. Troppi finali, pr accontentare tutti. Voto 6 meno (leggi qui la recension estesa).

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