Locarno Festival 2015. Recensione: SOUTHPAW. Caduta e resurrezione di un pugile-martire di nome Billy

get-2Southpaw, di Antoine Fuqua. Con Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams, 50 Cent. Piazza Grande.
get-3Tutto già visto, tutto già raccontato in decine, centinaia di altri film e narrazioni sulla boxe. Billy ha tutto, è al vertice, è campione del mondo. Ma di colpo perde tutto, e deve ripartire dal basso, dal fango. Ascesa, caduta e ressurrezione, come in tanti miti dell’eroe. Il regista monta una lunga cerimonia del massacro, in un film cupo, sanguinoso, malato, barocco come una tela di martiri seicentesca. Voto 7get-4Ascesa, caduta e resurrezione sul ring. Un accumulo vertiginoso e, se lo si prende senza snobismi, anche abbastanza succulento di cliché, di tutto il già visto e il già raccontato in cinema, e non solo lì, a proposito del selvaggio mondo della boxe. Ti vedi i primi cinque-dieci minuti e sai già cosa succederà, o non succederà, da lì alla parola fine. Ma il bello dello storytelling, da sempre, sta anche nella ripetizione infinita e solo con un minimo di variazioni a uso degli ascoltatori-lettori-spettatori di quanto già detto. La forza dei miti e delle fiabe, e la loro persistenza, vorranno pur dire qualcosa, no? Southpaw segue una traccia archetipica e fuori dal tempo, da ogni tempo storico, con l’eroe al culmine del suo potere, ma toccato e incrinato poi dalla disgrazia e dall’inimicizia degli dei, fino al riscatto. O alla resurrezione, non necessariamente metaforica. Si deve fare un salto all’inferno per tornare in paradiso. Jake Gyllenhaal, dalla carrozzzeria muscolare impressionante e con il viso eternament tumefatto e un occhio semichiuso iniettato di sangue, e quell’aria atona di chi ha preso troppi pugni in faccia e in testa, è il boxeur Billy Hope, campione del mondo di non ricordo di quale categoria, credo siamo tra il mediomassimo e il massimo, roba da bestioni più che da pesi leggeri, libellule danzanti sul ring. Venuto dalla strada, entrato e uscito di galera, e diventato uomo ricco e rispettato grazie ai pugni e a una stringa impressionante di mach vinti che l’hanno portato al vertice. Ora ha una mansion da ultramilionario americano, una corte intorno di amici e anche profittatori e loschi figuri, e accanto la devota e intelligente moglie, la donna che gli è sempre stata vicina, e la piccola figlia, tosta e pure lei molto intelligente. Troppi soldi, troppo di tutto. Non può che arrivare, come insegnano le strutture dei miti, il rovescio. Il voltafaccia degli dei. Non dico cosa succede, che già mi si accusa che faccio troppi spoiler (ma sapete già come la penso; ecco, penso, che la paranoia dilagante dello spoiler sia un uteriore sintomo della infantilizzazioni di massa). Dico solo che il nostro perde tutto, in un colpo solo (e qui gli sceneggiatori sarebbero dovuti andar giù un po’ meno d’accetta, com’è possibile che un pugile ricco almeno quanto Mike Tyson precipiti nella miseria?). Hope si tirerà su affidandosi a un meraviglioso coach che lo lustrerà a nuovo. Il film è da vedere per la regia di Antoine Fuqua, signore della messinscena tamarra e zarra nella sua versione più pura, uno capace come pochi di costruire un mondo visionario e sovreccitato e sovreccitante costruito intorno alla virilità più macha e coatta, e ai suoi riti e feticci. Muscoli ipertrofici, lesioni, ulcerazioni, ferite da rissa e da ring. Sangue a fiotti, in una liturgia del massacro che è anche rito sacrificale. L’estetica è quella sgargiante del ghetto e del pimp, ma Fuqua ha il talento di cavarne fuori un film notturno, fosco, neospressionista, malato, delirante, violento e primario, e se devo pensare a qualcosa di analogo penso a quel capolavoro che è Valhalla Rising di Refn. Facce maciullate, corpi lesionati scrutati e ripresi da vicino e spesso con camera a mano o a spalla (ma anche con movimenti assai sofisticati, come la carrellata all’indietro finale), con un voyeurismo e un senso della ferita e delle piaghe corporali da martirologio e da iconografia controriformistica seicentesca. In questo film mirabilmente tutto esteriore e senza la minima pemetrazione psicologica, di un barocco sfrenato, voluttuoso e peccaminoso cosa volete che conti mai se la storia è solo un accumulo di stereotipi? Gyllenhaal prende e dà botte eroicamente, facendo del suo Billy un santo martire, un angelo terreno. Ma il film se lo prende tutto Forest Whitaker, meraviglioso come coach. Nomination all’Oscar come best supportin actor, per favore.

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3 risposte a Locarno Festival 2015. Recensione: SOUTHPAW. Caduta e resurrezione di un pugile-martire di nome Billy

  1. Claudio Persichella scrive:

    Film manicheo e prevedibile fino all’osso.
    Sceneggiatura, se di sceneggiatura si può parlare, risibile.
    Bravi gli attori, Forest Whitaker in testa, ma non basta la muscolare spettacolarizzazione, tra l’altro neanche così trascendentale, per farne un film minimamente interessante.

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