Locarno Festival 2015. I 4 film che ho visto venerdì 7 agosto

Jack

Jack

1) Sulanga Gini Aran (Dark in the White Light), di Vimukthi Jayasundara. Concorso internazionale.
Il meglio, insieme al film di Petro Marcello Bella e perduta, che si sia visto nei primi giorni del concorso. Seriamente candidabile al pardo d’oro. Questo sorprendente film venuto dallo Sri-Lanka è qualcosa, in my opinion, di mai visto. Un apologo buddista e insieme un film dell’orrore, con al centro un diabolico chirurgo che ricorda e riassume in sé i mad (e bad) doctors di tanto cinema fantastico, con una qualche parentela perfino con gli espressionistici Mabuse e Caligari. Due monaci buddisti parlano del Signore della Morte, l’entità più potente, colui che sta al di sopra degli stessi dei, e di come sia necessaria identificarlo nel mondo per tenerlo lontano. Uno studente simula un’autoimpiccagione, forse per conoscere il più possibile la morte da vicino. Un trafficante di organi cerca di convincere alcuni miserabili a cedere un rene. Fin qui sembra un film corale alla Magnolia, con varie storie e personaggi incrociati. Ma poi arriva il protagonista assoluto, la figura che ingoia e domina il film e lo fa suo, il vero, incarnato signore della Morte di cui i monaci parlavano: un chirurgo espiantatore di organi da corpi di volontari più o meno raggirati. E se qualcuno muore in camera operatoria, non c’è problema, basta farlo sparire. Gli fa da braccio destro un servo-austista che assiste a ogni ignominia perpetrata dal padrone (stupri di prostitute inclusi) e ne è il complice silenzioso. Una parabola di abiezione che si concluderà in un modo assai consone alla tradizione buddista . Un film che è un apologo morale, ma non la mette mai giù dura, non fa prediche, e che genialmente adotta i codici del film di paura piegandoli a un progetto originale. Tutto raccontato in una cinelingua assai neo-neorealista. Il film perde quota negli ultimi dieci minuti, con l’inutile spiega del cantastorie. Ma resta una rivelazione. Voto 8+
2) Cosmos di Andrzej Zulawski. Concorso internazionale.
Non è piaciuto a nessuno o quasi questo Cosmos, ritorno dopo parecchi anni al cinema di un autore di consolidata fama sulfurea come Andrzej Zulawski, polacco e pure un bel po’ parigino. Chi si aspettava si rinnovassero gli scandali dei suoi lontani Possession e La femme publique sarà rimasto deluso. Cosmos è cinema nobile, pieno di finezze, cinema di un uomo che molto ha letto, visto, vissuto, conosciuto e che si colloca ormai lontano dall’isterica ipermodernità nostra. Un film squisito e inattuale, ripiegato su se stesso, autoreferenziale, incapsulato in una bolla, affine per certi versi a quelli del tardo Resnais, Aimer, boire et chanter o Vous n’avez encore rien vu. Con personaggi che oggi semplicemente non esistono più in natura, anche se Zulawski cerca di allacciare qualche vago riferimento all’attualità (il mondo del fashion parigino evocato da uno dei protagonisti, per esempio). Tutto girato in Portogallo e però parlato in francese con caratteri francesi, a sottolineare l’artificiosità voluta e esibita dell’operazione, il suo antinaturalismo. Due amici approdano in un hotel a conduzione familiare in una qualche parte della costa portoghese. Uno ha appena fallito un importante esame universitario, l’altro ha deciso di staccare per un po’ da quel mondo del fashion in cui lavora. Nell’albergo farnno conoscenza e amicizia con la padrona (Sabine Azéma, musa non a caso di Resnais, qui a mio parere parecchio evocato), il di lei secondo marito, la di lei figlia e il suo giovane consorte. Più una cameriera dal labbro spaccato. Succedono strane cose: un uccello e un pollo trovati impiccati, poi la stessa sorte toccherà a un gatto. Cosa succede? Chi è lo psicopatico? In un clima di giocosa minaccia (mai che nessuno prenda sul serio qualcosa) si intrecciano le storie e interagiscono i caratteri. Lo studente si innamora della figlia della padrona, e saranno complicazioni. Dialoghi di perverso e surreale marivaudage, immagino alcuni presi di peso da Cosmos, il romanzo di Witold Gombrowicz da cui il film è tratto. Cinema rétro, inesorabilmente datato e fuori dallo spirito di questo tempo, tant’è che in certi momenti sembra di ripiombare in un Buñuel tra ani Sessanta e Settanta. E poi: Gombrowicz oggi? Mai autore, mi pare, sia stato tanto dimenticato dai critici e dai lettori. Questa sua riesumazione ha un che, oltre che di inattuale, di sepolcrale, come lo fu l’anno scorso lo spettaclo Pornografia, un raro testo di Gombrowicz portato sulle scene del Piccolo Teatro di Milano da Luca Ronconi in una delle sue ultime regie. Non c’è niente, in un cinema come questo, che possa piacere a chi ha meno di quarant’anni, e anche di cinquanta. Mi chiedo se fosse proprio il caso di metterlo in concorso. Non era meglio una collocazione meno esposta e rischiosa? E però, se vi capita – non saprei dirvi dove e come e quando – non perdetevelo. C’è il segno di un maestro. Voto 7
3) Trainwreck di Judd Apatow. Piazza Grande.
Come ci si è divertiti al press sreening, e quanto si è riso, dopo tanto penare e arrancare dietro a film ostici e/o malmostosi. Diciamolo subito: Judd Apatow è un genio, ecco. L’erede a pieno titolo di Billy Wilder e Ernst Lubitsch., e non si sta mica esagerando. Dialoghi scintillanti, battute di vertiginosi acume e perfidia capaci di raccontare un personaggio, e modi e costumi sani e insani del tempo. Con una leggerezza che si nutre della scurrilità e la sublima. Una scneggiatura da studiare nelle scuole di cinema, soprattutto italiane. Stavolta il narratore di storie maschli Apatow mette al centro una donna di nome Amy, trent’anni e qualcosa, un lavoro come redattrice in un magazine di lifestyles per giovani maschi metrosexual e fashionizzati. Amori? Scopate piuttosto, con un’infinità di maschi. E però la regola è: mai la notte insieme dopo aver fatto l’amore. Finché naturalmente troverà quello che le farà cambiare idea. La galleria di ritratti maschili è impagabile, con Apatow che si diverte a ribaltare i cliché della virilità. Più son muscolosi, e più adorano spettegolare tra amici e darsi a romanticherie, tipo guardarsi tutte le puntate di Downton Abbey. Strepitosa Tilda Swinton quale direttora del fashion magazine (“mi sono fatta tre Pink Floyd su quattro, di tutti ho esplorato il lato nascosto dela luna”), chi ha bazzicato un attimino l’ambiente ritroverà in pieno modi e vizi della categoria. Amy Schumer si candida a nuova signorima dell’american comedy, mentre nella parte della sorella tradizionalista e antipatica rivediamo Brie Larson, attrice che proprio qui a Locarno ha vinto un premio due edizione fa per l’interpretazione di Short Term 12. Voto 8
4) Jack di Elisabeth Scharang. Piazza Grande.
Se ho ben capito (scusate, ma nella slavina senza fine dei festival qualcosa sfugge), trattasi della ricostruzione di una storia di cronaca nera nerissima nell’Austria tra anni Sessanta e Ottanta. Dopo dodici anni di galera per l’assassinio (violento, sadico, da Arancia meccanica scriverebbe il giornalista unico e pigro) di una ragazza, Jack viene rilasciato. Sembra, apparentemente, un altro uomo. In carcere si è scoperto una vena letteraria e le sue memorie sulla detenzione (con tanto di descrizioni trucide di sodomizzazioni) trovano subito un editore e diventano un quasi-bestseller. Il dandy Jack (interpretato da un segaligno attore assai somigliante a Willem Dafoe) diventa una star, si trova un’amante ricca che lo sistema in un confortevole appartamento, si intorta una giornalista (ma forse è lei a intortare lui) perché faccia di lui una creatura mediatica. Intanto, alcune prostitute vengono uccise, e si comincia a sospettare di lui, diJack. Il film è ambiziosamente modellato su cose televisive assai cool come True Detective, la messa in scena è molto stylish, anche troppo laccata, insomma si cerca in ogni modo di evitare il banale cronachismo e la sciateria linguistica da vecchia tv. Jack ha il grande pregio di evitarci la retorica della letteratura e dell’ateo come mezzo di redenzione e riscatto del criminale. Il protagonista anche da scrittore conserva (forse) le sue pulsioni omicidi mettendole (forse) in atto. Ma si resta in superficie, la confezione smagliante così cool alla fine diventa fastidiosa come una sequenza troppo lunga di foto di moda su un glossy magazine. E l’attore protagonista, di nome Johannes Krisch, è di un’antipatia rara, e la parte di parte di angelo perverso gli riesce benissimo. Voto 5

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