Locarno Festival 2015. I 6 film che ho visto giovedì 6 agosto

El Movimiento

El Movimiento

A qualcuno piacerà - Storia e storie di Elio Pandolfi

A qualcuno piacerà – Storia e storie di Elio Pandolfi

1) Brat Dejan di Bakur Bakuradze. Concorso internazionale.
Un uomo vecchio, solo, forse malato, vive come un animale nei boschi, in un container quasi inabitabile. Dovremo aspettare almeno tre quarti d’ora per capire che si tratta di un generale serbo ricercato dal Tribunale dell’Aja e datosi letteralmente alla macchia per sfuggire alla cattura. Intorno a lui, a proteggerlo e cercare di metterlo in salvo all’estero, una rete di reduci delle guerre balcaniche che in lui vedono l’eroe e il patriota da onorare. Non l’autore dei massacri di cui è accusato. Film di silenzi, quasi astratto, che non giudica, non psicologizza. Che mostra fenomenologicamente l’esistenza di un uomo braccato. Che non si misura mai con gli orrori commessi e il senso di colpa. Avalutativo, fino a rischiare l’accusa di empatia e indulgenza verso il suo protagonista. Ambiguo e perturbante. Uno dei migliori finora del concorso. Voto 7 e mezzo
2) El Movimiento di Benjamin Naishtat. Cnasti del Presente.
Del regista argentito Benjamin Naishtat s’era visto l’anno scorso alla Berlinale un film di alte ambizioni, Historia del miedo, e discutibili risultati, film che però lo ha poi fatto conoscere anche in America procurandogli recensioni molto buone. Ero curioso di vedere questo suo nuovo, non inserito nel concorso internazionale ma nella sezione seconda, Cineasti del presente. Anche qui Naishtat ci prova con il cinema alto, altissimo, ultra-autoriale, come e più che nel precedente Historia del miedo, con esiti discontinui, anche fastidiosi qua e là per l’evidente pretenziosità, e però pure interessanti. Bianco e nero, e già questo, e una strana storia (se storia si può parlare, in un film che procede per accumulo di blocchi narrativi assai sconnessi tra loro) nella pampa argentina della prima metà dell’Ottocento. Terra di nessuno, come il West americano, dove chi ha le armi e la forza domina. Una pestilenza ha decimato gli abitanti, gente armata vaga e fa giustizia sommaria. Si ruba, si ammazza, si stupra. Una specie di santone in panni borghesi vuole resuscitare El Movimiento, una setta, una fratellanza basata sul culto dell’onore, dei valori antichi, della purezza, della patria. E per riuscirci inganna, soggioga, piega a sé le menti. Qua e là ricorda Jauja del connazionale Lisandro Alonso, senza raggiungerne l’intensità. Non è un capolavoro, ma con quello che si è visto finora a Cineasti del presente resta tra i migliori, e potrebbe vincere un premio. Voto 6+
3) Ma Bar Behesht (Paradise) di Sina Ataeian Dena. Concorso internazionale.
Le solite voci di dentro davano questo film iraniano come piazzatissimo per il pardo. Mah. Dopo averlo visto si fa fatica a pensarlo come vincitore. Prodotto dal fratello di Panahi,  come Taxi, l’ultimo film di Panahi Orso d’oro alla Berlinale, è stato girato senza i permessi e i timbri ufficiali, in clandestinità. Se ho ben capito, l’intenzione del regista è di denunciare la violenza diffusa, pulviscolare, nell’Iran di oggi. Obiettivo non raggiunto. Seguiamo i giorni di una ragazza malmostosa e nevrotica che insegna in una scuola femminile. L’obbligo di indossare lo hijab, l’ossessivo, ccostante richiamo da parte della preside alle studentesse all’ordine, al rispetto delle rigide regole di comportamento dentro e fuori la scuola. Due ragazzine scompaiono, forse rapite. Un misterioso motociclista segue l’insegnante. Solo alla fine capiamo qualcosa, ma c’è voluta un’ora e mezza di non racconto per arrivarci. Voto 5 e mezzo
4) A qualcuno piacerà – Storia e storie di Elio Pandolfi di Caterina Taricano, Claudio de Pasqualis. Histoire(s) du cinéma.
Mica potevo perdermi un documentario su Elio Pandolfi, attore romano che ha percorso cinema, teatro drammatico e di rivista, televisione, per un bel po’ di decenni della sua e nostra storia. Pandolfi che con la sua voce capace di incredibili mimetismi ha doppiato infiniti attori e personaggi. Uno che ha conosciuto tutti ma proprio tutti, Visconti, Fellini, Mastroianni, Garinei e Giovannini, Rina Morelli, Bice Valori, Paolo Panelli, e non si finirebbe più. In questo film racconta, semplicemente, la sua vita davanti alla cinepresa, e a 89 anni la testa è lucida, la macchina dei ricordi perfettamente funzionante. E sono frammenti di vita quelli che saltano fuori, tutti confezionati nel riconoscibile stile Pandolfi, brio e un filo di velenosa perfidia. Parla, e non si finirebbe più di starlo ad ascoltare. Il bello son soprattutto i molti filmati e materiali video del suo archivio personale, compreso un filmino, Ombre, da lui girato negli anni ’50 dove fa la parte di tre suore (affinità con Paolo Poli, e non la sola). Memorabile qundo Fellini lo chiama per doppiare la voce di Anita Ekberg in Boccaccio ’70. Certo, nel realizzare questo docu si poteva osare di più, tentare qualche strada che non fosse solo quella del mezzobusto parlante, ma non lamentiamoci. Va bene anche così. Voto 7
5) Der Staat gegen Fritz Bauer (Lo Stato contro Fritz Bauer) di Lars Kraume. Piazza grande.
Un pezzo della storia della Germania post-bellica, la Germania del boom che cerca di dimenticare il nazismo e pensa soprattutto a ricostruire e rifarsi una verginità. Storia vera (emersa solo dieci anni dopo la sua morte) del procuratore generale Fritz Bauer, già socialista ai tempi di Weimar, ebreo sopravvissuto alla Shoah, che, grazie a una soffiata dall’Argentina, viene a sapere che Adolf Eichmann si nasconde sotto falso nome a Buenos Aires. Vorrebbe portarlo in Germania e processarlo per i suoi crimini (era lui a organizzare nell’Europa occupata dai tedeschi i treni verso i campi di sterminio), ma non ci mette molto a rendersi conto di come il potere, chiamiamolo così, non ha nessuno voglia di scoperchiare quel che è stato silenziato e sepolto. A dargli una mano, solo un suo coraggioso collaboratore. Decide così di passare le informazioni al Mossad israeliano, con il rischio di essere incriminato in Germania per alto tradimento. Sappiamo com’è finita: Eichmann rapito dal Mossad, portato a Gerusalemme, processato, condannato a morte. Il film è di vecchia, solida confezione televisiva, senza la minima invenzione di forma, stile, linguaggio. Un onesto prodotto che ha il solo merito di ricostruire la storia dimenticata di un uomo-coraggio. C’è anche una sottotrama gay (no, non riguarda Eichmann), con un travestito che di colpo spalanca le gambe rivelando quel che c’ha in mezzo. Io l’ho visto in press screening al Kursaal, ma chissà che effetto avrà fatto la scena sullo schermo immenso della Piazza Grande. Voto 5
6) Southpaw di Antoine Fuqua. Piazza Grande.
Ascesa, caduta e riscatto di un pugile di nome Billy Hope (lo interpreta un Jake Gyllenhaal impressionante per adesione mimetica al personaggio e per la carrozzeria muscolare messa su per l’occasione). Billy ha tutto, è campione del mondo, ma qualcosa di terribile succederà, e lui ricadrà nella melma da dove era venuto. Ma ci sarà la resurrezione. Storia che abbiamo visto e letto decine e decine di volta, che accumula vertiginosamente un cliché via l’altro. Eppure da una materia così sdata Antoine Fuqua cava un film denso di suggestioni. Oscuro, limaccioso, minaccioso, squarciato da lampi improvvisi. Un’opera barocca e neo-espressionista che fa di Billy, con le sue carni sanguinolente e piagate, un santo martire da tela seicentesca. Sono tra i pochissimi cui qui è piaciuto: ne hanno parlato tutti malissimo, e invece andatevelo a vedere quando esce in Italia. Voto 7

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