Locarno Festival 2015. Recensione: COSMOS di Andrzej Zulawski. La nobiltà di un cinema inattuale

get-13Cosmos di Andrzej Zulawski. Con Sabine Azéma, Jean-François Balmer, Jonathan Genet, Johan Libéreau, Victoria Guerra, Clémentine Pons, Andy Gillet. Concorso internazionale.
get-14Un oggetto alieno, questo film che segna il ritorno al cinema dello Zulawski di Possession e La femme publique. E che qui a Locarno non è piaciuto quasi a nessuno. Peccato, perché trattasi di un film aristocratico nella sua inattualità, nel suo rifugiarsi lontano dallo spirito di questo tempo. Tratto dal libro di Gombrowicz, è una commedia grottesca, surreale, malsana che ricorda certo Buñuel anni ’60. Voto 7

get-15Non è piaciuto a nessuno o quasi questo Cosmos, ritorno dopo parecchi anni al cinema di un autore di consolidata fama sulfurea come Andrzej Zulawski, polacco e pure un bel po’ parigino. Chi si aspettava si rinnovassero gli scandali dei suoi lontani Possession e La femme publique sarà rimasto deluso. Cosmos è cinema nobile, pieno di finezze, cinema di un uomo che molto ha letto, visto, vissuto, conosciuto e che si colloca ormai lontano dall’isterica ipermodernità nostra. Un film squisito e inattuale, ripiegato su se stesso, autoreferenziale, incapsulato in una bolla, affine per certi versi a quelli del tardo Resnais, Aimer, boire et chanter o Vous n’avez encore rien vu. Con personaggi che oggi semplicemente non esistono più in natura, anche se Zulawski cerca di allacciare qualche vago riferimento all’attualità (il mondo del fashion parigino evocato da uno dei protagonisti, per esempio). Tutto girato in Portogallo e però parlato in francese con personaggi francesi, a sottolineare l’artificiosità dell’operazione, il suo antinaturalismo. Due amici approdano in un hotel a conduzione familiare in una qualche parte della costa portoghese. Uno ha appena fallito un importante esame universitario, l’altro ha deciso di staccare per un po’ da quel mondo del fashion in cui lavora. Nell’albergo farnno conoscenza e amicizia con la padrona (Sabine Azéma, musa non a caso di Resnais, qui a mio parere parecchio evocato), il di lei secondo marito, la di lei figlia e il suo giovane consorte. Più una cameriera dal labbro spaccato. Succedono strane cose: un uccello e un pollo trovati impiccati, poi la stessa sorte toccherà a un gatto. Cosa c’è sotto? Chi è lo psicopatico? In un clima di giocosa minaccia (mai che nessuno prenda sul serio qualcosa) si intrecciano le storie e interagiscono i caratteri. Lo studente si innamora della figlia della padrona, e saranno complicazioni. Dialoghi di perverso e surreale marivaudage, immagino alcuni presi di peso da Cosmos, il romanzo di Witold Gombrowicz da cui il film è tratto. Cinema rétro, inesorabilmente datato e fuori dallo spirito di questo tempo, tant’è che in certi momenti sembra di ripiombare in un Buñuel tra anni Sessanta e Settanta. E poi: Gombrowicz oggi? Mai autore, mi pare, sia stato tanto dimenticato dai critici e dai lettori. Questa sua riesumazione ha un che, oltre che di inattuale, di sepolcrale, come lo fu l’anno scorso lo spettacolo Pornografia, un suo raro testo portato sulle scene del Piccolo Teatro di Milano da Luca Ronconi in una delle sue ultime regie. Non c’è niente, in un cinema come questo, che possa piacere a chi ha meno di quarant’anni, e anche di cinquanta. Mi chiedo se fosse proprio il caso di metterlo in concorso. Non era meglio una collocazione meno esposta e rischiosa? E però, se vi capita – non saprei dirvi dove come quando – non perdetevelo. C’è il segno di un maestro.

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