Locarno Festival 2015. Recensione: DARK IN THE WHITE LIGHT. Un horror buddista è la rivelazione di questo Locarno

get-16Sulanga Gini Aran (Dark in the White Light), di Vimukthi Jayasundara. Con Steve De La Zilwa, Ruvin de Silva, Suranga Ranawaka, Mahendra Perera, Kaushalya Fernando. Concorso internazionale.get-17In una desolata città dello Sri-Lanka un chirurgo espiantatore di organi si trasforma in mostro stupratore e omicida. È lui il Signore della Morte evocato e temuto da due monaci buddisti? Un apologo morale che diventa un horror tra Caligari e Mabuse: una combinazione mai vista al cinema. Una straordinaria rivelazione. Voto 8+
get-18get-19Il meglio, insieme al film di Petro Marcello Bella e perduta, che si sia visto nei primi giorni del concorso. Seriamente candidabile al pardo d’oro. Questo sorprendente film venuto dallo Sri-Lanka è qualcosa, in my opinion, di mai visto. Un apologo buddista e insieme un film dell’orrore, con al centro un diabolico chirurgo che ricorda e riassume in sé i mad (e bad) doctors di tanto cinema fantastico, con una qualche parentela perfino con gli espressionistici Mabuse e Caligari. Due monaci buddisti parlano del Signore della Morte, l’entità più potente, colui che sta al di sopra degli stessi dei, e di come sia necessario identificarlo nel mondo per poterlo tenere lontano. Uno studente simula un’autoimpiccagione, forse per conoscere il più possibile cosa sia la morte. Un trafficante di organi cerca di convincere alcuni miserabili a cedere un rene. Fin qui sembra un film corale alla Magnolia o alla Arriaga-Iñarritu, con varie storie e personaggi incrociati. Ma poi arriva il protagonista assoluto, la figura che ingoia e domina il film e lo fa suo, il vero, incarnato signore della Morte di cui i monaci parlavano: un chirurgo espiantatore di organi da corpi di volontari più o meno raggirati. E se qualcuno muore in camera operatoria, non c’è problema, basta farlo sparire. Gli fa da braccio destro un servo-autista che assiste a ogni ignominia perpetrata dal padrone (stupri di prostitute inclusi) e ne è il complice silenzioso. Una parabola di abiezione che si concluderà in un modo che non t’aspetti e però assai consono alla tradizione buddista. Un film che è un apologo morale, ma non la mette mai giù dura, non fa prediche, e che genialmente adotta i codici del film di paura piegandoli a un progetto originale. Tutto raccontato in uno stile assai neo-neorealista, spoglio e insieme potente. Il film perde quota negli ultimi dieci minuti, con l’inutile spiega del cantastorie ai suoi compagni. Ma resta una rivelazione di cui la giuria spero terrà conto.

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