Locarno Festival 2015. I 4 film (e mezzo) che ho visto domenica 9 agosto. Bella e perduta, Siembra, No Home Movie, Guibord s’en va-t-en guerre

Siembra

Siembra

Guibord s'en va-t-en guerre

Guibord s’en va-t-en guerre

1) Bella e perduta di Pietro Marcello. Concorso internazionale.
E io che mi ero accostato a questo film, l’unico italiano del concorso, con la massima diffidenza. Invece mi son dovuto ricredere. Funziona (quasi) tutto in questa favola-apologo che non la mette giù dura con le prediche e la sentenziosità, ma preferisce il rischio dell’invenzione cinematografica. Favola sull’armonia perduta della Campania, sui suoi paesaggi, sulle sue memorie storiche e le sue reliquie. Un uomo buono di nome Tommaso si prende cura di una reggia borbonica di campagna abbandonata da tutti e degradata a discarica. Tra i campi troverà un piccolo bufalo orfano, e lo adotterà. Scoprendo che quell’animale pensa e parla. Quando Tommaso muore, arriva un Pucinella a prendersi il  bufalotto e portarlo al sicuro (ma non sarà così). In un viaggio che è anche attraversamento di miti antichi e sempre presenti, di un paesaggio eternizzato e fuori dal tempo storico fatto di fonti miracolose, alberi magici, spelonche, uliveti. Sulla carta un’operazion impossibile al limite della follia, eppure il film funziona, ed è un incanto. Perdonabili gli slitttamenti politicamente correttissimi sulla terra dei fuochi, l’indignazione sullo stato che non c’è ecc. Con dentro citazioni infinite, a partire da Uccellacci e uccellini di Pasolini arrivando a Michelangelo Frammartino, Terrence Malick, Christophe Honoré. Possibile Pardo. Vedi qui la recensione estesa. Voto 8
2) No Home Movie di Chantal Akerman. Concorso internazionale.
Che delusione stavolta la signora maestra della cineavanguardia Chantal Akerman, autrice nel 1975 di quel Jeanne Dielmann considerato una svolta nella storia del cinema. Qui intervista e riprende la madre novantenne, ancora lucidissima, arguta e di impeccabili, coltivati modi borghesi. Purtroppo Akerman aggiunge al molto interessante racconto della madre (l’appartenenza ebraica, la decisione del padre di portare nel 1939 la famiglia dalla Polonia in Belgio, l’arrivo dei tedeschi) sequenze assolutamente irrelate e fuori testo e contesto. Un misterioso deserto ripreso in carrelate interminabili, e camera fissa per almeno dieci minuti su un arbusto flagellato dal vento. Ma perché? Evidente fin dal titolo la voglia di Akerman di fuoruscire dal formato e dai linguaggi del filmino di famiglia. Solo che l’idea di interpolare l’intervista alla madre con visioni e immagini incongrue son vizi e vezzi da vecchio sperimentalismo che rischiano di mandare a fondo l’operazione. Peccato. Vedi qui la recensione estesa. Voto 5
3) Siembra, di Angela Osorio e Santiago Lozano Àlvarez. Cineasti del presente.
È molto piaciuto questo film colombiano dato tra i favoriti alla vittoria della sezione Cinasti del presente. Non sono tra gli entusiasti, ma gli riconosco tutti i segni del perfetto film da festival, con parecchie somiglianze con un altro film colombiano, La tierra y la sombra, che allo scorso Cannes si è portato via più di un premio, compresa la Caméra d’or per l’opera prima. Bianco e nero su grande schermo, e già questo piace alle giurie e fa la sua figura. In più si parla e racconta di diseredati, degli ultimi che vivono in una baraccopoli di Cali, già capitale del nacotraffico. Qui abita Turco, desplazado a forza, mandato via dalla sua terra e dalla sua casa (immagino in uno di quegli spostamenti di massa operati dal governo colombiano per combattere la guerriglia delle Farc) e approdato in città. Ora, senza lavoro, come sospeso in una dimensione che non è la sua e che lo fa sentire alienato, sogna di tornare a fare il contadino (ecco il titolo: Siembra, ovvero Semina), mentre con il figlio, che nostalgie non ne ha, son liti e conflitti continui. Lutti, tragedie, funerali. Una pioggia incessante. Fango. Canti di festa e canti funebri, alcuni cupamente meravigliosi e poetici (“la morte mi ha mandato una lettera/ la porto sempre con me”). Uno di quei film autorial-engagé che ci vogliono sensibilizzare sulla miseria del mondo e ci mandano messaggi, confezionando e fotografando però il tutto con estenuata, troppo estenuata, raffinatezza. Voto 6+
4) Guibord s’en va-t-en guerre di Philippe Falardeau, preceduto dal corto di 5′ Erlkönig di Georges Schwizgebel.
Film del Québec, e dunque parlato nell’impossibile, puntuto, velocissimo canadian french (tant’è che l’han dovuto sottotitolare anche in francese), girato da quel Philippe Falardeau che tre anni fa porto qui a Locarno Monsieur Lazahr: film che, partito dalla Piazza Grande, ha girato mezzo mondo arrivando anche nella cinquina finale dell’Oscar per il migliore film in lingua straniera. Stavolta Falardeau va sulla commedia popolar-politica, cambiando completamente registro rispetto allo school-drama che lo ha lanciato. Risultato buono, anche se Guibord s’en va-t-en guerre è troppo lungo e i suoi minuziosi riferimenti alla politica canadese interna rischiano di renderlo poco esportabile. Guibord è un parlamentare eletto in una contea vasta quanto sperduta del davvero immenso paese. Per un gioco o scherzo del caso si trova a dover essere l’ago della bilancia con il suo voto quando il governo decide di mandare l’esercito in missione di pace, anzi di guerra, in una zona lontana e caldissima del pianeta. Lo strattonano da tutte le parti, il buon Guibord, ex campione di hockey su ghiaccio con la fobia dell’aereo. Anche in famiglia ci sono le due fazioni: la figlia è pacifista, la moglie interventista. E lui non sa a chi dare ascolto. Tant’è che prima di votare in parlamento organizza una settimana di meeting con la gente nella sua contea. Che vien subito in mento lo Tsipras che in qattro e quattr’otto ha indetto il referendum in Grecia sui diktat della Ue. A dargli una mano lo stagista Souverain (però, che nome fantastico) venuto da Haiti e da Guibord immediatamente preso come assistente e spin-doctor. Souverain, gran lettore di De Tocqueville e Rousseau (“chi? quello di Rousseau garage & figli?” fa lo zotico Guibord), riuscità a guidare lo sperduto parlamentare nei labirinti della politica di Ottawa, ed è lui la migliore invenzion del film. I suoi collegamenti via Skype con gli amici di Haiti con cui discetta di strategie politiche canadesi e internazionali sono una meraviglia. Si ride parecchio, anche se il plot soffre di una certa macchinosità e non tutti i passaggi sono chiarissimi. Come energica moglie del protagonista Patrick Huard c’è una delle attrici-feticcio di Xavier Dolan, Suzanne Clément (J’ai tué ma mère, Laurence Anyways, Mommy). Voto 6 e mezzo (Dimenticavo: Guibord s’en va-t-en guerre è preceduto dal corto Erlkönig, animazione svizzera che illustra la ballata omonima di Goethe con le musiche di Liszt e Schubert. È il mezzo film del titolo di questo post).

Erlkönig

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