Locarno Festival 2015. I 6 film che ho visto sabato 8 agosto (Dom Juan, Chant d’hiver, Le grande jeu, Te prometo anarquia e altro)

Dom Juan

Dom Juan

Floride

Floride

1) Schneider vs. Bax di Alex Van Warmerdam. Concorso internazionale.
Lanciato tra i registi di alta gamma da Cannes 2013, che aveva messo in concorso il suo molto apprezzato Borgman, l’olandese Alex Van Warmerdam piazza qui a Locarno un film buonissimo, perfettamente costruito e assai perfido nel suo irridere e sbeffeggiare i codici del genere noir (sottogenere delitti su commissione). Il killer di mestiere Schneider vien chiamato dal suo datore di lavoro a far fuori lo scrittore Bax, autoesiliatosi in una casa-palafitta su una laguna (o palude). Più facile di così. Invece la missione si rivelerà al limite dell’impossibile, causa malintesi, goffaggini dei vari attori in gioco, imprevisti e scherzi vari del destino. Una black-comedy che vira sul grottesco e l’assurdo, sotto il segno del piacere (o dello scopo) differito, come Il fascino discreto della borghesia di Buñuel. Diffcile che si porti a casa un premio: per la concorrenza che quest’anno è folta, e per la solita reticenza delle giurie festivaliere a dare riconoscimenti al cinema di genere o che con il genere ci gioca. Vedi la recensione estesa. Voto 7+
2) Chant d’hiver di Otar Iosseliani. Concorso internazionale.
Purtroppo delude il signor autore georgiano (però molto proiettato cinematograficamente sulla Francia) Otar Iosseliani, uno che con i suoi anni 81 è tra i venerabli maestri di questo festival. Film di una certa ambizione produttiva, lungo due ore (e una mezz’ora è di troppo), Chant d’hiver si svolge su tre piani spazio-tempo diversi: la Francia del Terrore, una guerra balcanica anni Novanta o più probabilmente caucasica (il georgiano Iosseliani ne avrà vista qualcuna da vicino), la Parigi popolare di adesso. Il regista conserva la sua leggerezza, la sua capacità di muovere una moltitudine di figure e figurine quasi da cartone, bidimensionali, lungo i binari del realismo e insieme del surreale (quella porta che si spalanca nel muro sull’ignoto). Ma non ce la fa a far decollare il film, che resta un accumulo di dettagli e microfatti mai connessi tra loro, e l’organizzazione narrativa su tre piani diversi non la si capisce proprio. Cast di culto, con il mimo-clown-attore anni Sessanta Pierre Etaix recuperato come marchese-barbone e Enrico Ghezzi aristocratico senza un euro. Vedi la recensione estesa. Voto 6 meno
3) Te prometo anarquía di Julio Hernandez Cordon. Concorso internazionale.
Il cinema messicano è ormai una potenza da festival (per stare solo a questo 2015, s’è portata a casa il premio opera prima a Berlino per 600 Millas di Gabriel Ripstein e e poi a Cannes quello per la migliore sceneggiatura a Chronic). E da lì viene questo film che sarebbe notevolissimo e da palmarès se non fosse per il tremendo quarto d’ora finale che rischia di distruggere il molto di buono visto fino a quel momento: un autosabotaggio clamoroso da parte del regista.
Mexico City. Due ragazzi sul genere kids di Larry Clarke però in versione più popolar-latina si fanno la loro vita di strada nella polverosa e assolata capitale centroamericana. Lo skate sotto i piedi, incontri e scontri nella suburra, tutto un faccio cosacce e vedo gentaglia. Miguel e Johnny sono amanti, fanno furiosamente sesso insieme, anche se Johnny ha una storia con una ragazza (con gelosie da parte di Miguel). Ma è una gaytudine senza smanceria, si va a letto tra uomini perché capita, perché succede e basta, perché se ne ha voglia, senza tormenti né spieghe. Miguel tira su un po’ di soldi vendendo come fan tutti il proprio sangue, solo che adesso deve stare attento a non prendersi l’epatite C da Johnny, cosa che lo metterebbe fuori mercato. L’organizzatore clandestino del lugubre traffico gli chiede di procurare un gruppo di almeno 50 persone per una maxivendita di sangue a una banda di criminali, si presume narcos. Avrà un bel po’ di soldi in cambio. Ma quello che doveva essere un affare per Miguel (e per Johnny che non desiderato si è inserito nel business) diventerà una faccenda molto sporca e pericolosa che finirà col cambiare le loro vite. Di colpo i due si ritrovano a essere possibili prede di una caccia grossa. Il film di teenagers variamente sfrenati in libera circolazione a Mexico City si trasforma in un noir che toglierà ogni illusione sull’innocenza degli adolescenti, angeli perversi e caduti mossi dalle pulsioni peggiori, l’avidità e il tradimento. Non c’è assoluzione, e nemmeno comprensione (almeno fino a quando il film rimane lucido e distaccato) per i misfatti dei due protagonisti. Il regista Julio Hernandez Cordon sceglie i modi del giovane cinema di oggi, macchina mobile e prensile, apparente destrutturazione del racconto (che qui invece c’è, eccome, solo mimetizzato nella forma del frammento), lunghi take a seguire i ragazzi sui loro skateboard, come in un Gus Van Sant dei tempi belli. Se solo avesse avuto il coraggio di evitarci il consolatorio, tremendo ultimo quarto d’ora, avremmo avuto qualcosa di memorabile. Non è così, ma Te prometo anarquia resta una rivelazione da non sottovalutare. E forse è nato un autore. Il titolo? Non lo si capisce, visto che di anarchia e di anarchici non c’è traccia, né il minimo riferimento. Attendonsi spieghe da chi sa, grazie (anche il pressbook tace al riguardo). Voto 7
4) Le grand jeu di Nicolas Pariser. Cineasti del presente.
Un thriller, una spy story, un intrigo politico. Però molto francese, dunque con parecchie infrazioni alle regole del genere, immissioni autoriali, un ritmo per niente arrembante, con in più l’ambizione di tracciare un ritratto e una cartografia del potere, dei suoi uomini, dei suoi dati apparenti e di quelli occulti. Molto, molto parlato, fino a rischiare l’asfissia dell’azione. Si ragiona, si sragiona, si confrontano, si discutone teorie politiche. Che dire? A me non è dispiaciuto, mentre l’accoglienza della stampa mi è sembrata glaciale (però non ho ancora letto i francesi chic, che potrebbero averlo molto amato, è il loro genere di cinema). Uno scrittore fallito di 40 anni (gli scrittori falliti e/o in crisi e tormentati dalla pagina bianca abbondano sempre al cinema, anche se son spariti dal panorama del reale), con alle spalle solo un quasi-successo dieci anni prima e poi più niente, viene contattato da un signore che non si sa bene chi sia e cosa faccia, ma che scopriremo essere uno di quei manovratori oscuri e occulti di trame politiche. Si tratta di depotenziare un ministro in carica, dunque il misterioso manovratore incarica il letterato senza un euro e perdipiù con sfratto incombente dalla già miserabile mansarda in cui alloggia, di redigere un instant-book che inneggi alla guerriglia di sinistra, alla rivolta. Servirà per accusare di debolezza e mancata vigilanza e inadeguatezza in fatto di ordine pubblico il ministro suddetto e farlo cadere. Tutto alquanto lambiccato, ma tant’è. Ovvio che lo scrittore, spiantato com’è, accetti. Solo che dovrà fare i conti con i propri fantasmi e pure sensi di colpa, lui che tra fine anni Novanta e primi Duemila era stato un accanito antiglobal, anzi altermondialista, con tanto di medaglia al valore conquistato sul campo del G8 genovese. Ora è scettico, disilluso verso quegli ideali e quei vecchi compagni. Seguirà una storia d’amore proprio con una ragazza assai di sinistra, mentre l’intrigo prenderà una piega inaspettata e per il nostro ci sarà da scappare via per salvare la pelle. Ecco, tutta la parte nella comune in campagna, con gente che sembra ferma agli ideali frikkettoni-alternativisti anni Settanta (“no, qui non c’è televisione, non ci sono giornali, non c’è internet, perché noi non vogliamo saperne dell’informazione borghese”), è tremenda. Però il tutto è confezionato con sapienza intellettual-chic molto, molto francese, e finisce col lasciarsi guardare. Oltretutto c’è uno degli attori parigini più cool, Melvil Poupaud, che con barba lunga e un cappotto di cammello sgualcito addosso sembra rifare (quanto consapevolmente?) l’Alain Delon mitologico di La prima notte di quiete. Come uomo (forse) dei servizi segreti e dei sospetti c’è il sempre perfetto e amabile André Dussollier. La ragazza è la molto elegante Clémence Poésy. Però, come si fa a imbastire un thriller agitando il (presunto) pericolo dell’estremissima sinistra, oggi che sono la minaccia e il terrorismo jihadisti a prendersi la scena? Voto 6 e mezzo
5) Floride di Philippe LeGuay. Piazza Grande.
LeGuay è il direttore, per intenderci, di due film da professoressa democratica (o da sciura illuminata e aperta) che hanno avuto buon successo anche in Italia, Le signore del sesto piano e il più recente Molière in bicicletta: autore di un cinema francese bourgeois che non è proprio il mio cinema, cinema di sceneggiature solide, personaggi ben disegnati, gran rispetto delle convenzioni narrative, attori consolidati. Una combinazione che riproduce anche qui, con un Jean Rochefort, oggi ultraottantenne, come bizzoso e simpatico signore che comincia a soffrire dei problemi fisici e non solo dei suoi anni. Oltretutto per la figlia, super impegnata nell’azienda un tempo di famiglia dove lei è rimasta come manager, non è mica facile star dietro a quel padre narciso che a lei ha sempre preferito l’altra sorella Sylvie (“lei sì che sa essere felice, tu no”). Le badanti vengono messe a dura prova dall’adorabile ma anche tremendo patriarca, e solo la rumena Ivona riuscirà a stabilire un solido contatto con lui. Si parte nei modi della commedia briosa e intelligente-francese, ma lentamente si precipita nel dramma. Perché le condizioni del signor Claude Lherminier peggiorano, l’Alzheimer avanza, i deliri si susseguono, si sfiora la tragedia. Si metterà pure in testa, monsieur Claude, di andare a far visita in Florida all’adorata Sylvie. Non dico di pù, ovvio. Dico solo che questo film per niente autoriale e molto medio-mainstream, ha però il coraggio di tracciare un quadro assai realistico e non accomodante di cosa significhi diventare vecchi, molto vecchi, e di cosa significhi per i figli star dietro ai genitori, assisterli, curarli. La scelta lacerante cui si trova di fronte a un certo punto la figlia Carole l’hanno dovuta affrontare parecchi. Chi ha o ha avuto genitori in tardissima età non potrà che risonoscersi in certi passaggi di Floride (come la badante che chiede una cifra spropositata per star lì anche la notte, “che tanto per voi è comunque un risparmio rispetto a quello che paghereste in un ricovero”). E per favore, non si tiri fuori di nuovo a proposito di Floride la categoria dell’orfanello attempato e piagnone come si è fatto per irridere il Moretti di Mia madre. Voto 6
6) Dom Juan di Vincent Macaigne. Cineasti del presente.
È parte di un progetto Comédie Française-Arté mirato a produrre versioni attualizzate di classici teatrali questo Don Giovanni di Molière con la regia di Vincent Macaigne, più conosciuto come attore (lo abbiamo visto in parecchie cose del cinema parigino più chic degli anni recenti, come Tonnerre, Eden, La bataille de Solférino). Cosa ne vien fuori? Una messa in scena molto sporca, volutamente bassa e anche sgangherata, sconcia e perfino laida, in un iper realismo che vorrebbe togliere bellurie sovrastrutture orpelli e quant’altro per restituire “la realtà”, secondo la maledetta ideologia dominante dello “svecchiamento” (ma perché poi? arridateci, per dire, un Giulietta e Romeo come faceva Zeffirelli, basta con le ricollocazioni nei campi rom, nel conflitto israelo-palestinese, tra le gang di Miami). Qui le avventure amorose di Dom Juan diventano subito tremende gang bang con corpi qualunque e per niente fit in squallidissimi postacci da scambi di coppie. Dunque molti peni e vagine al vento, e però mai un momento vero di vero desiderio, mai un fremito, un credibile sussulto della carne. La sequenza della limousine si segnala, più che per il presunto scandaletto dei corpi maschili e femminili sbiottati e avvinti, per la sua frigidità. Andando giù pesante, Vincent Macaigne però qualche risultato lo raggiunge. Riuscendo, per esempio, a restituire bene il lato oscuro e funerario e lercio delle avventure di Don Giovanni, il signor thanatos nascosto dietro l’apparentemente giocoso eros. Il protagonista è Loïc Corbery, visto qualche mese quale professorino di filosofia nel bellissimo Sarà il mio tipo?, e qui algido e impassibile, un Don Giovanni senza più pulsioni vitali, solo distruttive. Strepitoso lo Sganarello obeso e gay di Serge Bagdassarian. Un film di funereo erotismo come il pasoliniano Salò-Sade. I dodici cavalieri che perseguitano Don Giovanni son modellati sugli incappucciati del Django di Sergio Corbucci (rifatti anche da Tarantino in Django Unchained). Voto 6

 

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3 risposte a Locarno Festival 2015. I 6 film che ho visto sabato 8 agosto (Dom Juan, Chant d’hiver, Le grande jeu, Te prometo anarquia e altro)

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