Locarno Festival 2015. I 5 film che ho visto lunedì 10 agosto (Heimatland, Kaili Blues, Bombay Velvet, Tikkun…)

Kaili Blues

Kaili Blues

1) Heimatland, girato da dieci registi svizzeri. Concorso internazionale.
Film-manifesto del cinema svizzero, anzi dello spirito nazional-confederale, della svizzeritudine tout-court. Realizzato da dieci-registi-dieci, tutti made in Switzerland: per raccontare cosa? Un disaster-movie che si fa metafora, ma proprio metafora di ferro, delle visioni e pulsioni e paure inconsce di un paese. Un film che cinematograficamente è così così, ma che è interessante se lo guardiamo come specchio sociologico e antropologico, come finestra spalancata sui fantasmi sotterranei della Svizzera. Un pulviscolo di microstorie (ognuna suppongo affidata a un regista diverso) che si intersecano, mentre al centro del paese si va addensando in cielo una nuvola scura e minacciosa che lascia presagire una tempesta mai vista, fors’anche il diluvio universale. O almeno svizzero, perché la nuvola si estende sempre di più, ma non vuole proprio varcare i confini della confederazione. L’allarme dilaga, la popolazione comincia a cedere al panico, si dà l’assalto ai supermercati, la gente viene invitata a rifugiarsi in cantina o negli antichi ripari della seconda guerra mondiale (non sapevo che in Svizzera, paese neutrale, si fosse approntata una rete di rifugi). Ogni storia, ogni personaggio è stato scelto per rappresentare esemplarmente un frammento del paese, oggi. Ci sono gli ultranazionalisti che vogliono sparare agli immigrati, c’è l’immigrato venuto dai Balcani, c’è il radicale che rievoca in tv le colpe passate, quando la Svizzera chiuse le frontiere a centomila ebrei, e le colpe del presente e del passato recente, le casseforti in cui si riversano fiumi di denaro anche illecito da tutto il mondo. Secondo il fustigatore l’imminente diluvio altro non è che la punizione dei troppi peccati. Intanto in milioni si avviano verso le frontiere cercando di entrare nell’unione europea, al riparo – stando al meteo – dalla nuvola-killer. Ma verranno respinti, in un contrapasso fin troppo trasparente e didascalico di quel che accade oggi con i molti stranieri che vogliono entrare nella confederazione e di quel che accadde ai tempi della seconda guerra mondiale quando a un certo punto non si accolsero più profughi perché “la barca è piena” (come diceva il titolo di un film svizzero anni Settanta rievocante quel periodo e quei fatti). Il film si arresta sull’orlo dell’apocalisse, non ce la mostra, e invece un bel disaster-movie sarebe stato di massimo divertimento. La nuvola nera di Heimatland è la materializzazione delle molte oscure paure che si annidano nel fondo del paese dal più alto reddito pro capite al mondo. Paura che si venga invasi dagli stranieri, paura che il sogno un giorno possa finire. Credo che Heimatland in Svizzera verrà parecchio visto e discusso, non so invece all’estero che mercato possa avere. Voto 5
2) Tikkun di Avishai Sivan. Concorso internazionale.
In pole position per il Pardo. Di questo film israeliano tutti a dire un gran bene. Non mi unisco al coro degli entusiasti, anche se riconosco al regista Avishai Sivan il coraggio di aver rischiato un film che si discosta parecchio dal mainstream festivaliero. Film che ho in pari misura amato e detestato. Non mi è piacuto la confezione vistosamente alta e arty, con un bianco e nero leccatissimo sparato su grande schermo e un formalismo prevaricante. Ma quanto Tikkun racconta è notevole, e assai perturbante. Siamo a Gerusalemme, in un famiglia di ebrei ortodossi. Il figlio maggiore Haim-Aaron, studente di una yeshiva hasidica, vive con pienezza la sua fede religiosa. Si automortifica con digiuni e altre privazioni, finché collassa. Lo salverà dalla morte il padre. Ma in questa seconda vita Haim non è più lui, si trasforma in un borderline, in un uomo ossessionato e posseduto. Un personaggio che ricorda i folli di Dio, i santi autoflagellanti di certo cristianesmo. Un film che è il ritratto di una irriducibile diversià. Con echi del grandissimo cinema di Dreyer. Se la confezione fosse stata più sporca, più impura, più lesionata, ne sarebbe uscito un capolavoro. Quel dommage. Vedi qui la recensione estesa. Voto tra il 6 e il 7
3) Kaili Blues (Lu Bian Ye Can) di Gan Bi. Cineasti del presente.
In my opinion, una delle vere rivelazioni di questo Locarno. Un film cinese che infrange molte regole, di un estremismo, di un radicalismo che rischia il delirio e la follia. Con un sensazionale piano sequenza centrale di 40 e più minuti come non s’è mai visto, con la macchina da presa che insegue i personaggi e corre, pedina, infila scorciatoie per non perdere i suoi bersagli. Puro stalking cinematografico. Da rimanere allibiti, e anche a bocca aperta per l’assoluta libertà con cui il regista Gan Bi, anni 26 (sì, 26) filma e gira, per la sua incoscienza. Un film-labirinto, un film-delirio, in cui saltano i piani temporali e spaziali, in una fusione-compresenza di ieri oggi e domani. Orologi disegnati sui muri (e sui treni) che sono macchine del tempo, con le loro lancette fatte d’ombra che girano vorticosamente. Un intreccio di storie e personaggi che è defatigante seguire, forse impossibile, ma almeno proviamoci. In una città dell’interno della Cina, Kaili (è lì che il regista Gan Bi è nato) facciamo la conoscenza di due fratelli coltelli. Uno è un fanigottone con tendenze criminali, l’altro un medico, un brav’uomo che si è però fatto anni di galera per aiutare un amico. Il fanigottone vende il figlio di dieci anni, il fratello buono decide di andarlo a cercare e salvare. La vecchia dottoressa che lavora con lui gli affida una missione, rintracciare un uomo che ha amato e che pare sia in procinto di morire. Chen parte per la sua trasferta, arrivando in un villaggio che sembra fuori dal tempo, e che sembra intrappolarlo. Ma ne uscirà, per andare avanti. Inutile cercare una linearità narrativa che non c’è, il solo modo è di abbandonarsi al flusso delle immagini, entrare nel labirinto predisposto da Gan Bi senza chiedersi dove sia mai la via d’uscita. Sequenze folgoranti, inquadrature meravigliose eppure mai leccate e laccate, un virtuosismo tecnico che lascia sbalorditi. Qui si è davanti a qualcosa di importante. Speriamo si prenda un premio a Cineasti del presente (nessun film della sezione gli sta alla pari) e quello per la migliore opera prima. Voto 8
4) Dead Slow Ahead di Mauro Herce. Cineasti del presente.
Delirio, ma non un bel delirio come quello del cinesa Kaili Bliues (vedi al punto 3). Docu con ambizione di narrazione fictionalizzata firmato da un regista catalano, e però parlato (quelle quattro parole in tutto che sentiamo in un film altrimenti fatto solo di silenzio e rumori di fondo) in tagalog, lingua dei filippini, che costituiscono gran parte della crew della nave protagonista. Uno dei film più enigmatici e indecifrabii di un festival che pure in fatto di ermetismo non si è fatto mancare niente. Un documentario su un cargo di cui appena intuiamo la rotta da una qualche schermata della sala comando (Canarie-Suez-Aden, o qualcosa del genere) e che forse, forse, trasporta sabbia. O granaglie. Perché il signor regista mica s’abbassa a fornire simili umili spieghe, lui punta altissimo alla composizione di una partitura visuale, a trasformare (se ho ben capito dal pressbook) questo viaggio per mare in un (non) racconto onirico-fantastico tipo il vascello fantasma. O in un viaggio spaziale con tanto di alieno. Dunque, accumulo di dettagli visivi tra loro irrelati, interni astratti che potrebbero appartenere a un’astronave, e fuori il mare il cielo il nulla il vuoto. Fose il cosmo. Paesaggi di terra visti dal mare che potrebbero stare su Marte. Poi qualcosa succede, entra acqua nella stiva, il panico si diffonde. Ma pensate che il regista ci dica qualcosa? Macché. C’è stato un naufragio o no? E quello che vediamo navigare dopo il disastro cone se nulla fosse successo cos’è, lo stesso cargo o un cargo fantasma? Se nel caso del film cinese di cui sopra val la pena spremere i nostri neuroni perché c’è un’invenzione cinematografica che ci ripaga, qui non è proprio il caso di sforzarsi. Dead Slow Ahead è una cerebrale scommessa, e a perdere è lo spettatore. Voto 4
5) Bombay Velvet di Anurag Kashyap. Piazza Grande.
Magniloquente, fluviale produzione bollywodiana con certificazione d’autore. Visto che il suo regista è quell’Anurag Kashyap molto amato dai festival europei. La sua saga criminale Gangs of Wasseypur fu un evento a Cannes 2013, lo stesso è stato per Ugly, presentato l’anno successivo alla Quinzaine des Réalisateurs e poi al Torino Festival. E sempre lui è il pruduttore di quel Lunchbox che è stato un successo arthouse in tutto il mondo. Qui Kashyap si butta nel cinema popolare, girando un film che guarda molto ai gangster-movie d’Occidente, in primis C’era una volta in America di Leone e Casino di Scorsese (mica per niente all’editing c’è una storica collaboratrice scorsesiana, Thelma Schoonmaker), e che è un omaggio scatenatissimo a un genere evidentemente da lui molto amato. Due ore e mezza dove ne succedono di ogni, con l’ambizione di tracciare attraverso un’ascesa criminale anche la storia di una città, Bombay (no, qui mai che la si chiami Mumbai) e di celebrarla, come in passato i crime-movies americani hanno fatto con Chicago, New York, Las Vegas. Protagonista un ragazzo di nome Johnny venuto dai quartiere più infami e poveri di Bombay che, grazie alla sua astuzia e alla sua ferocia, sale uno dopo l’altro i gradini della scala delinquenziale. Finché si metterà contro i padrini di cui è stato collaboratore e servo per prendersi la sua parte di soldi e di potere. E intanto Bombay cambia pelle, arrivano gli anni Sessanta e le riconversioni edilizie di immense aree, con il fiume di soldi e di corruzione che si portano dietro. Un affrescone in cui si muovono e agitano gangster e politici, giornalisti e delatori, sindacalisti venduti e star dello spettacolo. Ma Bombay Velvet è anche la storia di una passione estrema, quella tra il protagonista (l’attore è uno strano morphing tra Robert DeNiro e Lando Buzzanca) e la cantante-star del locale di cui è il gestore, il Bombay Velvet. Gangster movie e insieme meodramma furiosamente bollywoodiano, in una operazione che assai consapevolmente tenta l’incrocio tra i mondi cinematografici d’Oriente e d’Occidente. Interessante, ma non così riuscito. Assai efficace e spettacolare, ma di una rozzezza che a noi ricorda le semplificazioni di certo cinema popolarissimo anni Cinquanta. E la protagonista è pessima, buona voce ma fascino prossimo allo zero, tant’è che non si capisce come tutti i maschi perdano la testa per lei. Voto 5+

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