Locarno Festival 2015. Recensione: TIKKUN, un film israeliano che si candida a qualche premio

get-8Tikkun di Avishai Siva. Con Aharon Traitel. Concorso internazionale.
get-9Uno dei film in cima alle preferenze dei critici qui a Locarno. Bianco e nero su grande schermo assai autoriale per raccontarci di un ragazzo di Gerusalemme appartenente a una famiglia di ebrei ortodossi. Una vita divisa tra la casa e la yeshivà. Poi Haim-Aaron collassa per le troppe automortificazioni, torna miracolosamente alla vita, e da quel momento i suoi folli comportamenti si moltiplicano. Storia di un ossesso, di un posseduto, di un matto, di un deragliato, dove la religione c’entra poco (certi commentacci pieni di pregiudizi che leggerete buttateli via) e dove c’entra semmai il mistero dell’essere irriducibilmente diverso. Peccato che il regista rivesta questo nocciolo duro e nobile con una confezione ultra-estetizzante da festival. Voto tra il 6 e il 7
get-11Di quei film che insieme ami e detesti, e non sai separare quel che ti ha convinto da quello che invece proprio per niente, e quando ti chiedono: che ne dici? ti è piaciuto? non sai cosa rispondere, ti si ingorgano i pensieri, e non è per paraculaggine e diplomazia (perché mai, poi?). Un film, questo Tikkun, di un regista trentenne israeliano con parecchi precedenti come artista visuale (e la cosa ha il suo peso), che alla visione mi ha parecchio irritato per la sua evidente pretenziosità arty, per quell’aria da capolavoro annunciato e autoproclamato, per quel bianco e nero così spudoratamente alto-autoriale sparato su grande schermo come osavano solo i sommi registi degli anni Sessanta, per quell’interrogarsi e interrogarci attraverso il suo stranito o forse pazzo o forse posseduto protagonista sul senso della vita e della morte. Santo cielo, non converrebbe volare un filino più basso, ti vien da pensare? Che son cose che al cinema si facevano molto tempo fa, e a provarci erano tipi come Dreyer e Bergman. Aggiungeteci la confezione laccatissima e di estenuante formalismo (che però seduce il popolo dei festival), e pure l’uso abbastanza smodato di simboli, metafore e onirismi, anche quelli assai anni Sessanta. Gli incubi di babbo e figlio, e quella nebbia finale che tutto avvolge e confonde che sembra di rivedere Amarcord o Paesaggio nella nebbia di Anghelopoulos. Li metti insieme, tutti questi ingredienti, e ne esce una mistura che rischia di essere micidiale, e a momenti lo è. Però. Però al giovane Avishai Siva bisogna riconoscere il coraggio di azzardare un cinema grande, sublime, assai diverso da quello dei suoi coetanei europei, americani, asiatici dalla macchina a mano ballonzolante. Un cinema nutrito di domande, dubbi, tormenti, lesioni psicologiche e fratture esistenziali. Siamo a Gerusalemme, in una famiglia di ebrei ortodossi. Un vita scandita e regolata dai precetti e dai codici religiosi. Il padre è un macellaio rituale secondo le regole kasher. Haim-Aaron, il maggiore dei figli, frequenta una yeshiva di hasidim, si dedica ossessivamente allo studio dei testi, pratica su di sé una mortificazione della carne che ricorda l’ascetismo auoflagellante presente in altre religioni. Finché, infragilito dalle privazioni, collassa e vien dichiarato morto dai medici. Ma il padre non si arrende, continua ossessivamente con il massaggio cardiaco, e Haim-Aaron torna a vivere. Non sarà più lo stesso. La vita ben regolata di prima si sfrangia in comportamenti anarchici al limite della psicosi, anzi proprio dentro, il sesso e le donne, di cui non ha mai avuto nessuna esperienza, cominciano a ossessionarlo. Affonda in incubi che forse sono premonizioni. È diventato un Tikkun che, come spiega il regista nel pressbook, è nella cultura ebraica colui che torna dalla morte per vivere un’altra vita in cui espierà le colpe della precedente. Un révenant con una missione, un destino forse, cui non può sfuggire. E il film da questo punto in avanti ci mostra la progressiva deriva di Haim-Aaron, il suo gettarsi fuori da ogni normalità. Vagabondaggi di notte, compulsioni, comportamenti borderline che lo faranno espellere dalla yeshiva. Fino a un finale che sembra un sacrifico agognato. Molti della stampa qui a Locarno han fatto risalire l’anomalia di Haim-Aaron al suo essere incapsulato in un’enclave rigidamente ortodossa. Insomma, la religione come origine, con la sua compressione degli istinti e il controllo sulle anime, dell’esplosione psicotica. Addirittura ho sentito gente secondo cui la follia del protagonista sarebbe un’allusione, una metafora della situazione politica israeliana. Son spieghe che non spiegano niente, anche dettate da pesanti pregiudizi. L’itinerario di Haim-Aaron nelle sue due vite mi pare più simile a quelli di tanti santi folli che han percorso molte religioni, quella cristiana compresa. Folli di Dio, invasati, posseduti da forze misteriose perché traccino un’esistenza irregolare che sia insieme da monito ed esempio. È questa la sostanza nobile di Tikkun, che qua e là fa pensare davvero al Dreyer più austero ed estremo, quello di Ordet. Se solo la confezione fosse stata meno sfacciatamente arty, se solo il regista avese scelto una cifra visuale più sobria, più sporca. Se Tikkun fosse stato meno levigato e più lacerato, più lesionato dentro, sarebbe stato un grande film. Ma Avishai Shiva, artista visuale, risente forse di quelle esperienze nelle quali l’immagine è tutto. Non è così, ovvio, tantopiù quando si deve raccontare una storia complessa e ambiziosa come questa. Nel programma per il pubblico si avverte che “il film contiene scene che potrebbero turbare la sensibilità di qualche spettatore”. Trattasi di un’erezione del protagonista e di una scena di quasi-necrofilia, allorquando Haim-Aaron esplora con le dita la vagina di una donna appena morta in un incidente.

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3 risposte a Locarno Festival 2015. Recensione: TIKKUN, un film israeliano che si candida a qualche premio

  1. Marco Marchetti scrive:

    Ma sai che non sono riuscito a vederlo? Dopo quasi un’ora di fila al Palavideo, ecco la ragazzotta che annuncia il sold out… Certo vederlo su quelle sedie sarebbe stata una mortificazione perfettamente a tema…
    Marco Marchetti, di Nocturno.

  2. Pingback: Locarno Festival 2015. I 5 film che ho visto lunedì 10 agosto (Heimatland, Kaili Blues, Bombay Velvet, Tikkun…) | Nuovo Cinema Locatelli

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