Locarno Festival 2015. Recensione: CHEVALIER di Athina Tsangari. Il nuovo cinema greco colpisce ancora

get-18Chevalier di Athina Tsangari. Con Makis Papadimitriou, Nikos Orfanos, Panos Koronis, Sakis Rouvas, Vangelis Mourikis, Yorgos Kentros, Yorgos Pirpassopoulos, Yiannis Drakopoulos, Kostas Philippoglou. Concorso internazionale.
get-17Dopo The Lobster di Lanthimos a Cannes, il cinema greco scuote anche Locarno con questo Chevalier. Freddo, disturbante, fenomenologico e entomologico come tutta la nouvelle vague ellenica. Un gruppo di amici su uno yacht si inventa un gioco in cui si misureranno e voteranno abilità e comportamenti, vizi e virtù di ciascuno. Emergono le rivalità, ogni privacy è violata, e lo yacht si trasforma in un inquietante microcosmo totalitario, di sopraffazione. Cinema di osservazione, come quegli esperimenti in cui si pongono umani in condizioni estreme per testarne le reazioni. Voto 8
get-19Nome centrale della new wave ellenica, Athina Tsangari, oltre che regista in proprio (prima Attenberg, adesso questo molto atteso Chevalier) è anche produttrice: dei fondamentali Dogtooth e Alpis di Yorgos Lanthimos e anche di uno dei più bei film indie americani di questi anni, Before Midnight di Richard Linklater (girato in Grecia, e nel quale compare anche come attrice). Chevalier ha parecchio del nuovo cinema di Atene, l’impassibilità con cui si osservano i personaggi – insetti da laboratorio entomologico -, l’esplorazioni di microcosmi in cui la normalità trascolora nel patologico e vi si confonde. Un gruppo di amici decide di imbarcarsi su uno yacht per una partita di pesca e immersioni nell’Egeo. Solo uomini. A bordo anche il maggiordomo-chef e il suo assistente. Per ammazzare il tempo si inventerà un gioco, quello di assegnare dei punti non solo alle abilità (sportive, mentali ecc.) di ciascuno, ma anche ai suoi comportamenti, alle sue eventuali manie, lacune, ossessioni. Non ci vuol molto perché l’apparente armonia si spezzi e faccia emergere rivalità distruttive, apra linee di faglia all’interno del gruppo. Tutto è lecito pur di accumulare punti e farne invece perdere gli avversari. Si penetra di notte nella loro cabine a scoprire segreti ben celati, si impone che le telefonate siano pubbliche in modo da poterne giudicare il tono e l’efficacia. Ci sarà perfino un test del sangue obbligatorio per tutti, e chi avrà il peggior tasso di colesterolo o trigliceridi verrà penalizzato. Non manca l’ossessione tutta maschile dell’avercelo piccolo, sicché uno degli amici verrà spiato e sputtanato come portatore di cazzo insignificante (con tanto di scena di erezione come prova a favore, la seconda di questo Locarno dopo quella dell’israeliano Tikkun). Ci si diverte anche, alle infinite e ingegnose trovate che Tsangari mette in sequenza. E ci si allarma per il clima di sospetto e delazione che finisce con l’ammorbare anche le amicizie più solide, mentre lo yacht si trasforma man mano in un microcosmo totalitario. Ogni privacy è violata, ogni spazio personale invaso, ogni sentimento diventa pubblico, ogni segreta colpa dev’essere amessa e confessata. Tsangari è assai abile nel far scivolare il suoi personaggi verso l’abiezione, ma si ferma un attimo prima della possibile catastrofe. Il gruppo approderà in porto, ci sarà un vincitore. Solo che niente e nessuno sarà più come prima. Cinema di osservazione e indagine, cinema-laboratorio che guarda e disseziona impietosamente le sue cavie. Come in quegli sperimenti in cui si rinchiudono gli umani per saggiarne le reazioni in situazioni eccezionali e estreme. Film cerebrale e freddo, nonostante l’abbondante dose di ironia con cui il tutto è innaffiato, come in un mind game. Anche se Tsangari non ha la ferocia dell’altro capofila del cinema greco, Yorgos Lanthimos. Dialoghi perfettamente scritti e ottimo ritmo narrativo, e una sceneggiatura brillante che, pur con qualche lacuna (il fatto che tutti siano allo stesso tempo giudici e giudicati non ha molto senso), sembra già pronta per un remake hollywoodiano.

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